di Alfio Pelleriti

Naturalmente uno scrittore non può non confermare in tutto ciò che scrive il suo stile e ciò da cui è interessato e per il quale si appassiona e Gabriel Garcia Marquez conferma anche in questo suo lavoro d’essere attratto dalle atmosfere cupe, lugubri a tratti, in cui si muovono i suoi personaggi. Dunque “realismo magico” è l’ossimoro” da usare ancora una volta per lo scrittore colombiano che in questo romanzo fa muovere uomini che hanno caratteristiche di demoni o chierici che tradiscono la loro missione di servitori di Dio e delle sue creature; donne e uomini che seguono i loro bassi istinti come fossero animali e ragazzine, come la protagonista, Sierva Maria, che si muove come un’indemoniata e aggredisce come una famelica fiera. Tutto si presenta come una realtà esageratamente anormale, per cui non ci si sorprende se una donna, Bernarda Cabrera, “sposa senza titoli del marchese di Casalduero, fosse dedita a soddisfare i propri istinti, seduttrice, rapace, con un’avidità di ventre da saziare una caserma”[1] Non provava altri sentimenti che non fossero il rancore, la gelosia, l’odio, indirizzati anche alla figlia, oltre che al marito.
Più che negli altri romanzi, Marquez sembra interessato a rappresentare un mondo dove si dissacra ogni valore religioso e la spiritualità viene irrisa da personaggi che diventano sciamani e servitori di forze oscure e demoniache. Dunque si incontrano vescovi che tradiscono il loro mandato pastorale, suore che trasformano il convento in un luogo di torture, e la stessa natura assume caratteristiche fuori da ogni legge e consuetudine e il tutto, capitolo dopo capitolo, assume i contorni di un romanzo “negativo”, dove l’autore cerca di strafare per fare trionfare l’orrido, il blasfemo, la dissacrazione, il demoniaco, fino a diventare un “noir” monotono ed esageratamente barocco.

[1] Gabriel Garcia Marquez, Dell’amore e di altri demoni, Oscar Mondadori, Milano 1995, pag. 17