di Alfio Pelleriti

Qualche settimana fa una straordinaria missione spaziale si è conclusa positivamente dopo che la navetta spaziale è rimasta in orbita attorno alla Luna, il nostro satellite che tanti poeti, dall’antichità ai nostri giorni, ha ispirato, partecipando dei nostri stati sentimentali, delle nostre emozioni, testimone silenzioso di eventi generosi o vigliacchi. Gli astronauti hanno toccato il punto più lontano dalla Terra, mai raggiunto nella storia dei viaggi spaziali; hanno potuto attraversare la faccia del satellite che sta sempre nascosta rispetto alla Terra e straordinaria è stata la possibilità di osservare da quella posizione l’unicità del nostro pianeta con l’azzurro dei mari, con i suoi continenti con la vita che pulsa sulla sua superficie. Un equilibrio e un’armonia perfetti non riscontrabili in nessun altro corpo celeste tra quelli che gli scienziati abbiano potuto studiare con gli strumenti tecnologici che oggi sono a loro disposizione. Da quella distanza agli astronauti sembra del tutto naturale coniugare nella stessa unità di tempo la bellezza con i sentimenti di fratellanza, di solidarietà con tutte le specie viventi, dai minerali alle piante, agli animali e ai pesci, ai volatili e agli uomini, a tutti gli uomini. Da quella distanza vorrebbero chiedere soltanto, se fosse possibile, di esprimersi in versi, di diventare, per qualche minuto almeno, poeti per potere usare le parole giuste e comunicare quelle loro percezioni che li portano a cogliere delle verità che a noi qui sulla Terra sembrano utopie: l’insensatezza delle guerre, da eliminare con una Pace perpetua; l’assurdità del razzismo, da condannare sempre per affermare la fratellanza universale; l’ingiusta accumulazione in poche mani delle ricchezze: esse appartengono al pianeta e dunque quelle risorse devono essere appannaggio dell’Umanità tutta; da quella distanza si osserva con cuore tenero all’istinto di sopravvivenza degli esseri viventi: animali, pesci, uccelli e anche le piante sopravvivono in ambienti che possano fornire il necessario per la sopravvivenza e dunque perché non consentire anche agli uomini di migrare in cerca di territori più accoglienti?
Sacko Bekeri aveva lasciato il Mali e si era trasferito in Italia, in Puglia, a Taranto, e lì nel centro della città aveva trovato una piccola casa che aveva affittato, avendo trovato lavoro in un ristorante. Quando il suo datore di lavoro ha deciso di chiudere l’attività Sacko, per mantenere la famiglia, ha trovato lavoro come bracciante e così ha potuto tirare avanti onestamente, dignitosamente. Poi un evento accade, imprevisto, illogico e assurdo, che gli astronauti dal loro meraviglioso punto di osservazione non avrebbero potuto cogliere. Tale fatto lo si può notare solo se decidiamo di focalizzare su di esso il nostro sguardo, anzichè girarlo in altra direzione; di fermarci anzichè accelerare il passo, o cambiare repentinamente direzione pur di non essere testimoni di quanto capita a Sacko, il bracciante trentacinquenne del Mali, pronto al sorriso perché le sue due mogli presto daranno alla luce due bambini.
Lì, in un anonimo quartiere di Taranto quando già albeggiava, sabato 9 maggio, il giovane si imbatte in una babygang che non vuole annoiarsi: i suoi componenti, tutti adolescenti, vogliono dimostrare a se stessi e al maggiore del branco che sanno menar le mani, anzi, sanno ammazzare, sanno scannare, senza alcun motivo, senza una particolare ragione: basta solo il fatto che Sacko è un “negro”, un immigrato, che sicuramente sarà anche un musulmano. Decidono, gli vanno incontro, coltelli in pugno, lo circondano, lo colpiscono, convinti, decisi, con rabbia. Sacko prende la sua bicicletta, pedala con tutte le sue forze, fugge, capisce che quelle sono fiere fameliche non ragazzi che dovrebbero pensare a giocare, come gli altri loro coetanei. Lo rincorrono. Sono decisi: lo fermano e le loro lame lo attingono al torace e all’addome. Ora Sacko, lì a terra, capisce che la sua vita è in pericolo: il sangue fuoriesce dalle ferite e segna i suoi lenti passi. Entra in un bar dove ci sono uomini, sono Italiani e a loro chiede aiuto. Ma nessuno si muove e i più guardano altrove o restano lì, immobili. E Sacko, piano, respirando a fatica, muore. Lì, su quella piazza di Taranto, muore un innocente, un bracciante, ancora un lavoratore senza alcuna colpa è stato ucciso e non ritornerà mai più alla sua famiglia né vedrà nascere i suoi figli.
Perché non si è disposti a credere che tali assurdi eventi che vedono protagonisti dei minori si possono contrastare affrontando seriamente il problema della povertà educativa e sociale? Perché non ci fermiamo per discutere come potere trovare soluzioni idonee alla violenza giovanile sempre più dilagante, mettendoci alle spalle i pregiudizi ideologici? Ormai si storce il naso e ci si tappa le orecchie quando qualcuno propone interventi che promuovano il sapere e la cultura in tutti i suoi aspetti per contrastare le pulsioni irrazionali e aggressive! Perché ci si ostina a cercare il divertissement, la gioia effimera del momento, il gioco e la distrazione? Forse per non pensare e rimanere degli eterni bambini, per cui a sessant’anni o a settanta o a ottant’anni si vuole giocare, e a chi propone di pensare, di discutere, di leggere, di vedere insieme un film gli si sbadiglia in faccia e si girano veloci i tacchi, continuando a pensare a se stessi, non ai propri figli, non ai propri nipoti, e men che meno al messaggio evangelico e ai suoi valori che indicano la Carità, la pratica del bene, la solidarietà, la fratellanza, la giustizia, il perdono, e che auspica l’amore verso Dio e verso tutte le sue creature.