di Alfio Pelleriti

Questo libro, come tanti altri riposti nella mia libreria, riporta nella prima pagina la data in cui l’ho comprato. Era il 1974, due anni dopo essere stato pubblicato negli Oscar Mondadori. Ho ritrovato qualche segno nelle prime pagine che indicano i tentativi, mal riusciti, di leggere questo interessante, bellissimo romanzo. Del resto ho fatto bene a non insistere e a lasciarlo lì a riposare e ad aspettare che le pagine ingiallissero, poiché l’età giusta per poterlo apprezzare è quella che mi ritrovo oggi, essendo passati più di cinquant’anni nel corso dei quali ho sperimentato cadute, sofferenze, delusioni e patimenti vari. Ora sì posso capire Matteo, il protagonista del romanzo e Daniele, suo amico/nemico, e Marcella, la sua compagna o Ivic, giovanissima donna che l’attraeva alquanto. Tutti personaggi di cui si avvale l’autore per comunicare al lettore la sua filosofia, il suo esistenzialismo, che può sembrare, ad un primo esame, una visione del mondo senza speranza, dove l’uomo è prigioniero di dubbi, angosce, paure. Il focus del romanzo si può compendiare con l’espressione “l’inferno sono gli altri”, tratta dall’opera teatrale “A porte aperte”, con cui Sartre ha inteso esprimere lo smarrimento in cui cade ogni individuo quando incontra lo sguardo degli altri e quindi avverte se stesso come pietrificato, bloccato, vinto e infelice, poiché si percepisce come un oggetto usato dagli altri per la realizzazione dei loro progetti.
È dunque un romanzo nichilistico “L’età della ragione”? La mia risposta è no. Sartre tenne una conferenza nel 1945 che pubblicò l’anno successivo in un breve saggio che titolò “L’esistenzialismo è un umanismo” nel quale affermava che la sua filosofia è un umanesimo poiché mette al centro l’esistenza dell’uomo, con i suoi limiti e con gli scacchi cui va incontro, ma nella quale l’individuo scopre l’importanza della libertà e della responsabilità per una realizzazione autentica. Per costruire una società che abbia come orizzonte valoriale la giustizia, la libertà e il rispetto di tutti i diritti naturali dell’uomo bisognerebbe con realismo conoscere l’uomo con le sue qualità ma anche con le sue zone oscure che possono arrivare fino alla barbarie, come dimostrano gli eventi tragici che si sono consumati durante la seconda guerra mondiale, con i milioni di morti e di feriti, con le distruzioni di intere città, con i campi di sterminio, con l’uso delle bombe atomiche e che si consumano ancora oggi con le guerre che si combattono in Ucraina e in Medio Oriente.
Ogni capitolo del romanzo presenta uno scorcio di vita dei due protagonisti: un uomo e una donna che vivono un rapporto apparentemente tranquillo, anche se entrambi vorrebbero affermare le proprie esigenze che risultano spesso incompatibili e dunque risultano essere due esistenze che bastano a se stesse, e quando provano a procedere insieme sulla stessa strada non si capiscono e l’uno diventa ostacolo per l’altra; ognuno bada a ciò che avverte come necessario per la personale sopravvivenza e l’altro diventa solo strumento per la realizzazione di tale scopo.

Matteo è un uomo di trentaquattro anni ed è il fidanzato di Marcella ma non stanno insieme, ognuno sta a casa propria, vedendosi tre volte a settimana, ma quando si incontrano ognuno riflette sulla propria vita e ha la netta sensazione di sprecarla. Si amano senza però che le loro anime si incontrino, così che le aspettative e i desideri dell’uno non collimano spesso con quelli dell’altra, e ciascuno pensa a se stesso, rimanendo tuttavia nella propria delusione esistenziale. Le cose tuttavia si complicano quando Marcella annuncia a Matteo d’essere incinta. Lui non si scompone più di tanto e la informa che provvederà a trovare una soluzione all’inconveniente. Si passa da una situazione di squallore all’altra, poiché ognuno vive isolato dall’altro risultando impossibile una sincera comunicazione. E quando Matteo incontra l’amica Ivic le parla, l’osserva, la giudica e si chiede se le piace dopo averla velocemente analizzata nel fisico, nel modo di parlare e di muoversi, e conclude che no, non le piace, eppure, subito dopo, quando si ritrovano insieme a bordo di un taxi, le si avvicina e la bacia, anche se subito dopo dice a se stesso di provare una sensazione sgradevole, eppure si ripete che quella è una donna da amare, senza sapere bene cosa significhi davvero quella parola. Insomma, è come se Sartre mettesse in evidenza tutte le contraddizioni insite nell’uomo: i suoi personaggi sembrano degli individui incapaci di comunicare tra loro o di analizzare se stessi; né sono capaci di aprirsi alla realtà per capirla o per contribuire a migliorarla; sono individui che vivono schiacciati nel loro presente, senza che abbiano fatto delle scelte di campo seguendo delle convinzioni etiche, religiose o politiche. Sono individui che si lasciano vivere, passando dalla noia all’angoscia, dalla sofferenza alla disperazione, per ritrovarsi nella solitudine, traditi nel momento in cui si sono decisi a fidarsi dell’altro.
Come si fa a non essere vicini a Marcella che vive il dramma di una donna sola che non sa più decidere della sua vita, vinta dall’angoscia di essere abbandonata. Sente quella vita che le germoglia in grembo che si prepara ad affacciarsi al mondo, creatura innocente tra altre creature, suo figlio, che però non può accettare perché lui, il suo compagno, non lo vuole e lo perderebbe se decidesse di far nascere la sua creatura.
Si incontra poi Daniele, amico di Matteo e di Marcella, uomo cinico e narcisista, con la passione di arrecare dolore agli altri. A Matteo che gli chiede dei soldi per poter procedere all’aborto di Marcella glieli nega affermando di non averne a sufficienza, godendo così della sue difficoltà.
Matteo, pur essendo entrato cronologicamente nell’età della ragione con i suoi trentaquattro anni, non riesce a barcamenarsi nel contesto sociale in cui vive, per cui si ritrova ad essere testimone dell’evaporazione della sua identità, non riuscendo a fare delle scelte che si collochino all’interno di un progetto di vita e che facciano riferimento a valori che non riesce ad introiettare e a farli diventare elementi della sua personalità. Si lascia vivere invece in un continuo confronto con gli altri, che percepisce come nemici, come ostacoli alla sua realizzazione. Gli è nemico il fratello Giacomo che lo invita finalmente ad assumersi la responsabilità di accettare il figlio che porta in grembo Marcella, sposandola, anziché farla abortire. “Matteo io ti conosco e davvero mi spaventi…il bambino che nascerà è il logico risultato di una situazione in cui volontariamente ti sei messo, e tu vuoi sopprimerlo perché non vuoi accettare tutte le conseguenze dei tuoi atti…hai tutti i vantaggi del matrimonio e ti servi dei tuoi principi per rifiutarne gli inconvenienti…Tu hai l’età della ragione, Matteo, hai l’età della ragione, o almeno dovresti averla”[1] ma Matteo non è capace di decidere, come ha deciso, ad esempio il suo amico Brunet che è partito volontario per arruolarsi con i repubblicani che combattono in Spagna contro i fascisti di Franco. Lui non accetta neanche la proposta di iscriversi al Partito comunista, poiché non vuole rinunciare alla sua libertà, che diventa rifiuto di assumersi qualsiasi responsabilità. “Tu sei andato per la tua strada, ora sei libero. Ma a che serve la libertà, se non per impegnarsi? Hai impiegato trentaquattro anni a ripulirti, e il risultato è il vuoto. Sei uno strano tipo, sai, vivi in aria, hai spezzato quello che ti attaccava alla borghesia, non hai alcun legame col proletariato, ondeggi, sei un astratto, un assente.”[2] Sartre si riconosce in Brunet poiché è il personaggio che sa scegliere di andare oltre la mitizzazione della libertà e sceglie il partito e si arruola per combattere, con la possibilità di morire. “Ecco bisogna rispondere: si o no. Entrare nel partito, dare un senso alla propria esistenza, scegliere d’essere un uomo, agire, credere.”[3]
È tremendamente drammatico questo romanzo e Sartre con efficacia si avvale dell’approccio letterario per rendere plasticamente comprensibile quali sentimenti attraversano gli individui quando tra loro si relazionano. Tutti i suoi personaggi sembrano combattere una lotta spietata per non diventare semplici pedine nelle mani degli altri, dell’amico, dell’amante, del marito, della moglie, del padre, del figlio. Così avviene tra Matteo e Marcella, così tra Marcella e Daniele. “L’ho vinto, Marcella…la gente tra i trenta e i quarant’anni gioca la sua ultima carta. Lei avrebbe giocato e perduto; tra qualche giorno non sarebbe stata più altro che una grossa miseria…non provava nessuna simpatia per Marcella e si sentiva profondamente disgustato, ma la pietà stava lì, irresistibile. Avrebbe fatto qualunque cosa per liberarsene…non sapeva più Daniele, se quel tenero fuoco che lo divorava fosse il Male o la bontà.”[4] E torno qui a ripetere il valore, la straordinaria capacità della narrazione dei grandi scrittori di prendere per mano il lettore e accompagnarlo nelle armonie della realtà fisica e umana e anche nei meandri della psiche dell’uomo. Leggere è un esercizio fondamentale perché possiamo nutrirci di riflessioni e sensazioni che ci avvicinano alla verità. È un esercizio bello e produttivo insieme per conoscere se stessi e gli altri e soprattutto per avvicinarci a quei valori che rendono la vita degna d’essere vissuta. Sartre, a tale riguardo, presenta con questo suo romanzo, tanti spunti di riflessione poiché ci presenta delle tipologie umane che certamente abbiamo incontrato nella nostra vita; tante peculiarità psicologiche che scatenano spesso la nostra reattività emotiva, in cerca come siamo di affermare noi stessi, camuffando tale esigenza con atteggiamenti falsi ed ipocriti. Davanti a queste pagine non possiamo non incontrare aspetti del nostro carattere, non possiamo non scoprire soluzioni interpretative per certe nostre ragioni, spesso inconsulte, che confliggono con l’immagine che vorremmo gli altri percepissero di noi. Ecco allora che mi ritrovo nei dubbi di Matteo e nella sua tendenza a vedere negli altri soltanto dei nemici che vorrebbero vederti cadere sconfitto e vilipeso. Oppure ci si può ritrovare nella estrema debolezza di Marcella che non riesce a fare le scelte che individua come quelle più giuste, ma che non riesce a mettere in atto, bloccata dalla paura di poter sbagliare.
Un grande tesoro di umanità ci consegna Sartre con questo suo romanzo/saggio che bisognerebbe inserire nei programmi di filosofia teoretica o nei master per giovani laureati in lettere.
[1] Jean Paul Sartre, L’età della ragione, edizione Oscar Mondadori, Milano 1972, pp. 136-137, 139.
[2] Ibidem, pag. 151
[3] Ibidem, pag. 154
[4] Ibidem, pp. 199-201