Ricordando Alfio Bisicchia, poeta e filosofo

di Alfio Pelleriti

Pubblicato in Scuola e Società, n.1, dicembre 1993, bimestrale edito a cura del Distretto scolastico 22, Adrano

Alfio Bisicchia

Tra i sogni d’onnipotenza che spesso t’assalgono la mente, forte e impetuoso ti prende quello di strappare al regno delle tenebre qualcuno che ti ha lasciato, riportandolo in vita, almeno per qualche brandello di tempo.

È Alfio Bisicchia (1939 – 1988), il professore, che vorresti ancora seduto accanto a te, in un fresco pomeriggio d’autunno, a discutere di tutto. Vasta e profonda era la sua cultura, pronta la sua sensibilità quando veniva tradita la giustizia e la verità, autorevole il suo giudizio sulle scelte degli amministratori pubblici locali e nazionali e dei governanti delle nazioni. Perciò spesso ti ritrovavi a stimolarlo per il piacere di sentire le sue opinioni sempre interessanti, franche e chiare, come il suo animo, leale, nobile e anticonformista, ma senza la durezza e l’acredine del radicalismo estremo.

Era cultura autentica la sua, non fredda erudizione, filtrata attraverso esperienze di vita dure, dolorose, a tratti esaltanti. Tuttavia mai si coglieva in lui arroganza, superbia, aggressività; lui sapeva farsi piccolo e poiché aveva spiccato il senso della solidarietà e della fratellanza non selezionava con pignoleria le conoscenze. Era amico generoso di tutti, e con tutti disponibile e cordiale.

Spesso capitava di cogliere in lui un velo di tristezza, una malinconia, scolpite in quegli occhi dolci e tristi, che lui trasferiva nei versi delle sue poesie, nelle quali si coglieva il dolore di un uomo sconfitto ma che effondeva stima e rispetto:

Non certezze

il mondo mi diede

né sogni né speranze

ed accanto a te

l’unico riscatto

fu il dolore.

Il Cristo ebbe la morte

liberandosi da inumane

atrocità.

Per altri uomini

quando arriverà

sorella morte?

Lasciati gli entusiasmi giovanili, le sue analisi divennero pregne di rassegnazione e pessimismo. Era convinto che la “povera gente”, il suo popolo, non si sarebbe mai liberato dall’oppressione politica ed economica dei potenti e dei furbi di turno, e le sue argomentazioni ti attraevano e ammutolivi ammirando l’eleganza del suo dire, fluido, schietto, privo di inutili orpelli retorici, e soprattutto, ascoltandolo, eri certo della sua sincerità e che lui credeva fermamente in ciò che affermava. Centrava il focus dei problemi o degli eventi storici, o di un problema attinente le relazioni sociali, e risultavano illuminanti i suoi racconti, le sue spiegazioni. Fu certamente un filosofo. Uomo non dei nostri tempi, dunque, che seppure afflitto da smarrimento e angoscia esistenziale, conviveva con gli altri, sopportando comportamenti sciocchi, conformisti, gretti e ipocriti. Affermava a tal proposito:

Quali crotali, strisciano

su sabbie roventi

e suoni striduli si odono.

Mortale è il loro morso.

Lontano vagano i miei pensieri

mentre l’ipocrisia è prossima

a lacerare le mie carni,

dileggiando il senso delle cose

e della realtà.

Fieramente si isolava, allora, preferendo la solitudine alla compagnia dei farisei e dei “sepolcri imbiancati”. Ferito e deluso dall’ennesimo tradimento di coloro a cui con sincerità aveva regalato lealtà e amicizia, si ritirava nella sua casa preferendola alla piazza.

Essere soli o appartenere

a qualcuno che differenza fa?

È più utile vivere soli

che conoscere iene e licaoni.  

Mai al mondo mi sono

sentito solo.

Il vento e i prati

mi ricordano il tuo corpo

di rosa e il tuo profumo.

Se ad ogni costo si volesse definirlo accostandolo a qualche passata o presente corrente culturale, lo si avvicinerebbe ai filosofi esistenzialisti, poiché centro del suo interesse era l’uomo nel mondo, con tutte le “possibilità” che gli si aprono e che lo portano inevitabilmente all’angoscia e alla nullificazione di qualsiasi progetto, e quindi alla disperazione e allo scacco.

Non sobbalzino coloro che lo ricordano estimatore e attivista della Sinistra politica. Egli era tollerante, infatti, contro ogni logica ottusa di schieramenti ideologici e fideistici. Aveva il senso dell’autocritica e del relativismo politico, sapeva leggere la realtà percependone i flussi profondi che spesso scorrono in senso inverso alla superficie. Per questo fu sempre rappresentante della minoranza e degli sconfitti, e amava stare con i più deboli. Lui sapeva amare il suo popolo perché ne conosceva le debolezze ed era pronto ad accogliere quegli stessi che spesso lo deridevano alle spalle.

Evangelicamente, amava il nemico ed era profondamente religioso, poiché, per grazia escatologica quando lui, che si definiva ateo, parlava del Cristianesimo e di Gesù, ti avvicinava a Dio e al soprannaturale come nessun prete avrebbe saputo fare.

Alfio sentiva il dolore cosmico dentro la sua anima, come tutti i poeti veri. Non sfortunato, come tanti superficialmente lo giudicavano, ma uomo autentico, capace di dominare sofferenze e avversità per trasformarle poi in strumenti di conoscenza. Uomo privilegiato, dunque, con il dono di assaporare la ricerca e di cogliere il significato dell’essere nel mondo e le alte sfere della spiritualità.

Il desiderio della conoscenza lo affidava all’uso attento della ragione, senza cadere in antinomie, o peggio, in forzature supponenti e si affidava piuttosto ad intuizioni tipiche dell’artista che lo avvicinavano, prima del filosofo, all’universale, così che diventava pregnante di significato ogni attimo della sua vita.

Questo ricordo di Alfio non poteva mancare nelle pagine di un giornale che affronta le problematiche della scuola e che si rivolge prevalentemente agli insegnanti. Alfio infatti è stato educatore superbo, di rara sensibilità, insegnando non solo all’interno delle mura scolastiche ma anche, novello Socrate, nell’agorà del suo “borgo selvaggio”.

Grazie, professore! Grazie per la tua testimonianza di uomo generoso, onesto, leale.


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