A Quasimodo e ai poeti tutti, al di là del tempo

di Alfio Pelleriti

S. Quasimodo

Questa riflessione ho scritto nell’anno 2008 sulla rivista edita dal Circolo Castriota e da me diretta. La ripropongo poiché quando i rapporti tra gli individui e tra le comunità sembrano votate a scelte irrazionali e accade ancora che i governanti degli Stati scelgono di risolvere i loro problemi interni ed esterni con la violenza della guerra, supponendo di poter trovare soluzioni rapide ed efficaci, allora occorre fare parlare i poeti, i veri “pastori dell’essere”, affinché ammoniscano gli uomini e indichino loro l’unica strada possibile: la Pace, attraverso il dialogo. A rappresentarli tutti, Salvatore Quasimodo.

Un tremolio di luce nella nebbia. Un lento volo che plana sui ricordi. Lacrime su un volto che accenna a un sorriso percependo immagini già viste nel mondo incantato degli infanti. E ti par di aver sentito già quel rumore, quelle frasi, quel tramestio tanto amico. I colori d’un tratto perdono ogni luce e ogni ombra s’accende inaspettata. È un sentire senza por mente ai fragili bisogni della vita ciò che cogli leggendo l’arte di Quasimodo, il poeta.

Non sempre pieno ti giunge alla mente il suo messaggio amaro. Il suo componimento s’erge possente come un’architettura gotica. Ma non importa, basta aprire il cuore e le sue note lo empiono d’ardore. Ti senti soddisfatto, riponi le carte, guardi nel vuoto e ripeti a te stesso ch’è vero quel che lui dice. Le sue parole son scabre: ricordano deserti e acque stagnanti che improvvise s’aprono a diventar sublimi meraviglie.

Un vero artista che conia e cesella stille d’affetti per la madre, per la terra che gli ha dato i natali, per il mare ingemmato che ha visto d’Itaca il naufrago disperato, per i caldi tramonti lontani nel tempo, per l’Anapo che segue il Ciane e a quelle acque congiunge le sue nel Porto Grande, a rendere immortale il loro amore. Ma il poeta non chiude la porta al duro affanno, anzi lo libera, sciorina lamenti tra le pietre riarse, tra i nudi piedi di carusi che lottano sporchi di povertà e d’arretrata fame.

Quasimodo osserva e scrive cogliendo realtà d’ogni giorno, lì nel chiuso della stanza, quando il suo cuore varca solidità e confini, e tremule gli appaiono ansie e paure, sublimità, tremori.

Dovrei dire qual è il suo peculiare ruolo nell’ambito ermetico dei creator di versi? Cos’è che lo distingue da Montale, da Ungaretti o da Campana Dino? Se anche lui ricorre al “correlativo oggettivo” come il padre degli “Ossi di Seppia”?

Sono stati uomini ed artisti, ognuno, a suo modo, a leggere il reale e a patirlo. Costoro, come tutti i grandi geni, non vogliono sorridere, poiché lo sentono il dolore della vita, tutto intero, e nel profondo dell’essenza spirituale, capiscono e sentono il mistero del loro essere finiti e mai mortali.

I versi di Quasimodo squarciano il velo che gli uomini più stupidi mettono ad ingannare se stessi e i lor fratelli. È pessimista Quasimodo? Classica, solita, insopportabile domanda! Quasimodo, come Montale o Saba o Petrarca, è un uomo che non spreca il dono di sua vita: registra quando l’esterno lo percuote e crea sull’onda che lo pone alto, più alto della vetta imbiancata dell’insensibile Himalaya e da lì effonde verità piccole, umane, che ai più dei suoi fratelli sono vane. Quasimodo è più dell’artista con la tuba e il redingote. Egli rende se stesso fratello del vinto, dell’umile operaio che si dispera; è accanto all’arsura eterna dei creator di zolle, curvo sul vomere, col collo teso ad interpretar forme celesti, a leggere fauste venture finalmente.

Quasimodo è un poeta, dunque, che come pochi ha conquistato degnamente allori. Ciò l’ha certo inorgoglito, ma è rimasto poeta e perciò umile, facile al pianto, idealista puro e il coro dei suoi angeli lo accompagna nel vero trionfo cui il saggio infine aspira: l’Eterno e il suo brillare; l’Amore del Cristo capire e assaporare.

Da Acque e terre (1920 – 1927)

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

Solitudine e smarrimento dell’uomo coglie il poeta, in un’esistenza che spesso è piena d’angoscia, poiché incombe su di lui la possibilità del dolore e della morte. L’infelicità è dunque uno stato ineludibile per l’uomo.

E la tua veste è bianca

Piegato hai il capo e mi guardi

E la tua veste è bianca.

E un seno affiora dalla trina

Sciolta sull’omero sinistro.

Mi supera la luce; trema,

e tocca le tue braccia ignude.

Ti rivedo. Parole

Avevi chiuse e rapide,

che mettevano cuore

nel peso d’una vita

che sapevo di circo.

Profonda la strada

Su cui scendeva il vento

Certe notti di marzo,

e ci svegliava ignoti

come la prima volta.

Immagini in un sogno e in un ricordo vivido della sua donna, ch’era stata conforto alla sua vita.

Da Giorno dopo giorno (1947)

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

Quando il fratello disse all’altro fratello:

“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

Salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Un’accusa sentita, intrisa di dolore per il comportamento irrazionale dell’uomo che ancora aggredisce e uccide il fratello spinto da bassi istinti di sopraffazione. Grida il suo dolore il poeta e lancia le sue accuse contro chi piega l’intelligenza alle pulsioni egoistiche, divenendo strumento del Male, annientando la speranza di una duratura pace che possa consentire alla bellezza di arridere finalmente sulla terra tutta e il sole possa splendere e scaldare l’umanità intera.

Salvatore Quasìmodo, (Modica 1901-Napoli 1968) Visse in varie città italiane svolgendo attività diverse. A Firenze fu in contatto con l’ambiente della rivista Solaria, sulla quale pubblicò numerose poesie.

Nel 1959 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Le sue opere iniziali furono composte secondo le tendenze dell’ermetismo, con descrizioni potentemente evocative della terra di Sicilia (Acque e terre, 1930; Ed è subito sera, 1942). In seguito, anche per l’esperienza della guerra e della Resistenza, Quasimodo passò a una poetica più trasparente, tragica, abbandonando l’ermetismo degli esordi. A quel periodo risalgono opere come Giorno dopo giorno (1947), La vita non è sogno (1949), Il falso e vero verde (1954), La terra impareggiabile (1958), Dare e avere (1966). Oltre alla poesia, realizzò apprezzatissime traduzioni di poeti greci e latini (Lirici greci, 1940; Antologia Palatina) e anche di autori moderni, come P. Neruda e W. Shakespeare, fra gli altri, nelle quali riuscì a ricreare con grande maestria l’atmosfera e il ritmo melodico dei testi originari.


Una risposta a "A Quasimodo e ai poeti tutti, al di là del tempo"

  1. Ricevo e pubblico volentieri il commento all’articolo dell’amica Angela Carrà:

    Quasimodo, come altri poeti e scrittori siciliani, esprime la natura verace, passionale e austera dei suoi conterranei. Dinanzi alla realtà esistenziale, quella dura e sofferente, reagisce con la musicalità scaturita da un cuore sincero. Io amo Quasimodo e, con lui, tutti coloro che hanno dato insegnamenti tramite la “leggerezza” delle note poetiche.

    Alfio, come sempre, sei riuscito ad esprimere l’essenza del contenuto proposto.

    Grazie. Angela

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