Niccolò Ammaniti, Il custode, un romanzo dark

di Alfio Pelleriti

Ho comprato Il custode di Niccolò Ammaniti cedendo agli echi dei talk televisivi e alle entusiastiche recensioni della stampa specialistica. Così l’ho scelto, dandogli precedenza, senza tergiversare, tra i tre libri consegnatemi dal corriere in un pacco Amazon e ho cominciato a leggerlo arrivando d’un sol fiato alla venticinquesima pagina. L’interesse non è mancato e ho pure accennato a qualche sorriso compiaciuto per le battute in dialetto siciliano dei due personaggi, ‘U sciancatu e Santino, con cui si apre la storia, decisamente dark, fin dall’inizio. Un genere questo che non mi ha mai attirato e comunque ho sperato convintamente che leggere un autore di successo mi avrebbe indotto a cambiare idea. E invece no! Capitolo dopo capitolo la perplessità è diventata in me sempre più consistente e quei sorrisi cui prima accennavo ora piegavano decisamente allo sbigottimento, poiché l’atmosfera in cui si svolgeva la vicenda diventava man mano più cupa. Intanto non sono riuscito a trovare una coerenza tra la maestria linguistica con cui Ammaniti descrive ambienti e comportamenti dei suoi strani personaggi e il contenuto della storia, così labile, leggero, svaporante, a tratti volutamente ludico, inducendomi a ricordare vagamente la produzione “favolistica” di Umberto Eco: penso a Baudolino o al Pendolo di Foucault, sebbene questi risultino inavvicinabili, per complessità e genialità narrativa.

Niccolò Ammaniti

Ho proceduto dunque speranzoso e ho trovato finalmente un piccolo gioiello che mi ha suscitato gioia e soddisfazione come quelle che prova un cercatore di funghi innanzi ad un porcino bianco seminascosto dal verde d’una felce. Mi riferisco alla descrizione di Triscina, il luogo dove si svolge la vicenda, una frazione di Castelvetrano abitata da 470 anime e posta in riva al mare, le cui case sono state costruite lì sulla spiaggia. Si dirà – E allora? – Ho trovato in quella descrizione un pezzo di bravura, poiché in cinque righe è contenuta un’articolata riflessione sociologica e antropologica insieme; e ho trovato la scrittura vibrante, vera e amara come può esserlo la denuncia di un’ingiustizia o un coraggioso “J’accuse” gridato al centro dell’agorà contro i barbari ottusi e violenti che non sanno distinguere il Bello e il Giusto da quanto è solamente orrido. Una denunzia forte ho colto in quella semplice descrizione insieme alla speranza che i cittadini possano finalmente scuotersi e svegliarsi, opponendosi a coloro che senza scrupoli etici e morali hanno oltraggiato un territorio splendido e indifeso. – “Centinaia di casette costruite una sull’altra, senza strade e piani regolatori, senza fogne e permessi, senza progetti o disegni. Ognuno è architetto e operaio e se la fa come gli pare, con il suo stile, giusta per le sue esigenze: villini squadrati, castelletti con tanto di merli, bunker, piramidi egizie, cubi, cupole, trulli, torrette fatiscenti. Nessuna è finita, i mattoni a vista, i tondini arrugginiti che puntano verso il cielo, le finestre senza serramenti, i fili della corrente che si intrecciano.”[1]

Poi procedo velocemente, un capitolo dopo l’altro, girando veloce le pagine e di tanto in tanto dico a me stesso – ma che roba è questa? – La banalità del quotidiano sembra unirsi ai fantasmi di un adolescente, Nilo, e alle fantasie di una preadolescente, Saskia, protagonisti della parte centrale del libro che non mi sembra particolarmente attraente e m’induce a pensare che se il prezzo da pagare per diventare uno scrittore che scala le classifiche dei libri più venduti è quello di occuparsi di ciò che della realtà da noi vissuta normalmente scartiamo ritenendola insignificante e non degna d’essere archiviata nella nostra memoria, allora sarebbe più interessante dedicarsi ad altro piuttosto che alla scrittura. E procedo inebetito e svuotato, così come mi succede a volte quando ascolto un rapper pieno di tatuaggi che si muove caracollando e toccandosi la patta e intanto punta il suo sguardo di sfida dritto dentro l’obiettivo.

La parte finale, tuttavia, risponde ad un canone espressivo che definirei sincretico, e proprio ad esso penso consista il segreto della narratologia di Ammaniti cioè nel coniugare due tecniche che di solito stanno separate: quella della sceneggiatura e quella della narrazione tipica del romanzo. In questo caso lo scrittore, che usa una focalizzazione interna, cioè affida al protagonista il compito della narrazione, ha affinato la prima, muovendosi come per la costruzione delle tavole di un fumetto. Credo (non ne sono certo) che egli sia anche un talentuoso vignettista, molto bravo con matite, colori, pennelli perché, come accade al creatore delle tavole di un fumetto, Ammaniti avverte il bisogno di ambientare ogni scena in cui si muovono i personaggi della storia dando vita, a tal fine, a delle descrizioni molto particolareggiate, creando così le condizioni per consentire al lettore di capire gli stati d’animo dei personaggi e di entrare in empatia con loro, così come accade a chi legge, con attenzione e passione, le storie del suo eroe, protagonista del suo fumetto preferito. Quando leggevo le vicende di Bleck Macigno o di Capitan Miki, dell’Uomo mascherato o di Diabolik, di Nembo Kid o di Tex Willer, restavo incantato e non mi bastava aver letto le didascalie e le nuvolette di ogni tavola ma mi attardavo poi a rivedere i particolari dei disegni e dei colori d’ogni singola vignetta e ciò mi permetteva di viaggiare emotivamente all’interno della storia.

In questa terza parte del “Custode” alle vicende di Nilo, il giovane protagonista e di Agata, sua madre e della zia Rosi, le sorelle Vasciaveo, si accompagnano riferimenti alla mitologia greca, tratte dalle Metamorfosi di Ovidio, in particolare a Medusa, insieme a modalità espressive del dialetto siciliano, a citazioni tratte da testi di Dalla o di Baglioni. Ammaniti crea dunque delle vere e proprie tavole dando al lettore la sensazione d’essere lì anche lui nella vicenda. In quest’ultima parte si avverte una forte tensione drammatica, e lo scrittore ricorre ad una caratterizzazione dei personaggi che, a mio parere, è spesso esagerata, e tuttavia proprio ciò che segnalo come difetto consente al “prodotto” di ottenere un sicuro successo, proprio perché capace di coinvolgere il lettore, avendolo stimolato in tutti i suoi ricettori sensoriali. Insomma, il racconto diventa come un film dove c’è ritmo, dove i dialoghi sono fondamentali e costruiti con brevi battute e accompagnati da gesti, movimenti, tensione emotiva.

Il finale, da autentico thriller, è drammatico e spinge a leggere tutto d’un fiato. Nonostante Il custode abbia tenuto desta la mia attenzione coinvolgendomi emotivamente, credo che non ripeterò l’esperienza di prendere in mano un altro libro dell’autore, così come non ho alcun dubbio sul fatto che, pur essendo stato un divoratore instancabile di fumetti, possa riprenderne la lettura. Non sono interessato a provare brividi che corrono lungo la schiena, né voglio misurare la mia capacità intuitiva nel trovare colpevoli e assassini, né godo, come in questo caso, nel seguire la vicenda di chi custodisce la Medusa e delle vicissitudini legate al suo orrido servizio. Leggere per me è diventata un’attività importante che impone applicazione, apertura, rischio che le mie convinzioni possano subire contraccolpi. Leggere significa cercare conferme, fugare dubbi, scoprire aspetti della vita mai o poco focalizzati in passato; significa ricercare la verità e il senso della vita. Non è certo, almeno per me, un diversivo per “ammazzare il tempo” o un metodo per disimpegnare la mente dai problemi che ti riserva l’esistenza. Non è un gioco la lettura. Essa è relazione e può diventare felicità ma anche dolore. Quello che la lettura non può essere è la fuga dalla realtà, dai suoi problemi, dalla responsabilità cui la vita ti chiama ad assumere di fronte agli uomini e innanzi a Dio.


[1] Niccolò Ammaniti, Il custode, editore Einaudi, Torino 2026, pag. 24


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