A mia madre Rosina, ricordandoti con affetto

di Alfio Pelleriti

Diciannove anni fa, il 27 maggio del 2007 mia madre ci lasciava. Io, mio fratello Vincenzo, mia sorella Maria la ricordiamo sempre con immutato affetto. Oggi, giorno della pubblicazione settimanale su Libero pensiero, a lei e al suo ricordo voglio dare spazio con queste mie riflessioni a lei dedicate alle quali faccio seguire dei miei componimenti in versi italiani e in vernacolo.

Solo il ricordo di te sopravvive, madre, e di quel tempo non carco di pensieri ma di allegrie giovanili.

Ora un presente grigio è quel paese ove tu, madre, più volte cercasti invano amici, riposo, comprensione. Natura uguale alla tua mi desti. Chi mi conosce tale confronto suole porgere a questo tuo figlio che s’accompagna spesso alla tua ombra.

Ricordi, madre, come amavo unirmi con gli altri in giochi, in allegro conversare (interminabili discorsi sulle ragazze dagli occhi dolci, dall’andare lieve, dai capelli d’oro)? Ora se tu aprissi quella porta per dirmi di mettermi la maglia e di chiuderlo il libro finalmente, mi vedresti triste, perso lo sguardo. Ancora, madre cara, ho sperimentato come spezza il cuore il tradimento; ancora ho ascoltato parole grevi da suburra e ghigni laidi che m’inseguono in una strada che improvvisa s’inerpica e si fa buia, in una notte fredda e fuia, sferzata da un vento che le ossa ti raggela.

Però, mia cara, dolce mamma, non piangere per le sofferenze di tuo figlio, lui sa dove l’anima fredda riscaldare: nella Casa di Dio, lì nella Chiesa dove, bambino, guardava distratto il suo Signore e a Lui rimetteva, ai piedi della Croce, ogni tormento e le paure che sempre lo inseguivano. E Gesù dalla Croce lo ascoltava donandogli un sorriso.

Ancora Gesù è con me, o madre cara, e tal pensiero m’è dolce compagno e mi ristora e quella coltre bigia che spesso insiste sul mio capo, evapora d’incanto ed esce il sole e di nuovo spero nel riprendere il cammino. Guardo i teneri germogli del gelsomino che si fan strada in un’aiola d’una casa abbandonata, mi fermo per accarezzarli, convinto che le piccole foglie siano tante manine delicate che cercano attenzione, dolci carezze, tenere parole. Piango un po’, o madre, davanti a quel miracolo del verde nutrito dalla luce e dal calore. Allora quel sentimento si muta in gioia profonda e la pianta sento che ricambia grata quelle mie carezze. Allora riempio di quell’aria i miei polmoni e una forza, una gioia dolce e sottile, sento vibrare nel mio cuore. Ed è un miracolo che avverto a poco a poco, con il passar degli anni.

Ti saluto, madre mia, ti bacio sulla guancia e anche tu mi baci, come facevi la sera quando m’accompagnavi a letto, soddisfatta; ed io sicuro che tu eri sempre con me a coccolarmi, a darmi conforto, fiducia e amore, beatamente chiudevo gli occhi e m’addormivo.

Malinconia

Dormire tra dalie e viole.

Quando cade la pioggia

con un crepitio che sa di pianto,

sulla mia anima, sui miei pensieri,

penetrando nel mistero

della mia malinconia.

(Zappalà Rosina)

uno dei disegni di mamma.

A mia madre

Ora dove sei tu, o cara madre?

Non godo più del tuo dolce sorriso

e dei tratti soavi del tuo viso.

Son fuggite le speranze come ladre!

Caduti, come un ramo ch’è reciso,

i tuoi sogni, affidati ai tuoi colori,

i tuoi figli, ch’erano i tuoi amori.

Anima candida sei, del Paradiso!

Mi rattrista questo perduto Amore!

Non ho più la tua voce, il suo tepore!

Matruzza mia!

Unni sì, matruzza mia,

mi lassasti cu ‘sti lupi!

Sulu sulu a ‘sti sdirupi!

Traditura su’ ‘sti pupi!

Unni sì, matruzza mia,

dammi lustru nti sta via!

Anni Cinquanta

– Affiu, v’accatta vinti liri di sarsella[1],

  deci liri di galofaru e cannella[2],

  ‘u furmentu d’Innia[3] e ‘a canigghia[4],

  pi ddi jaddini e pi dda çiocca[5], a figghia.

  Poi ‘na sassula[6] di zuccaru porta,

  ‘n chilu di pasta, ca dumani è festa.

– Ma quali c’ha diri? Spicciamini, lesta!

– Chidda dura e storta, comu ‘a ta testa!

   E chi spetti? Mi talì? Ti ni puoi iri!

– E i sordi nun mi duni?

– Portiti ‘u quadernu[7] e ci fai scriviri!

– Ju m’affruntu[8] e mi sentu n’vaculuni[9] !

– Sììì, m’annunca nun mangiamu, spertuni?

  A fini misi ‘u levu su gran dettu[10]!

– Allura m’accattu lazzata e tuppettu[11]!

– ‘ccattili ca ti buschi n’timpuluni[12]!

Ti ricordi, mamma?

Affiu, a’ jiri nta nunna Cuncittina.

Fatti dari, currennu, a livatina;

ca ‘u pani sa’ mpastari nta maidda!

A nanna stutau l’ultima faidda !

– Cchiu ca’ju a fari? C’è cumannu?

Vinniru Nellu e Matteo e si ni jeru!

Ora restu sulu e parru cu ma nannu.

Menu mali ca ‘i vacanzi mi fineru.

– C’hai ragiuni, assai ti fazzu travagghiari!

  Cumencia a scuola e t’a fari a puisia,

  a ripetiri a storia e a geografia!

  Grapi si libbra e sturtelli  nun circari.

Matri mi manchi

Matri si ci fussi tu cu mia

darrivi[13] paci cu paroli d’oru.

Si ‘i spiranzi tutti persi foru,

saria cunurtatu nta ma via.

Tanti voti, ‘u sai, pensu ca moru

pirchì pisa ranni haiu nte spaddi,

c‘a vita ‘i ‘nturciunia comu li taddi.

Ma mi cunsola Gesù, ‘u ma ristoru.

Matri duci, giniusa, assai mi manchi,

ca, nicu, mi purtasti a menzu i banchi[14].


[1] Concentrato di pomodoro

[2] Chiodi di garofano e cannella: si usava per dare sapore al sugo

[3] Granoturco o granone

[4] Buccia di grano, crusca

[5] Chioccia, la gallina che cova le uova e si prende cura dei pulcini.

[6] Mestolo di legno o di latta

[7] Si era in molti a prendere a credito dal bottegaio ciò di cui si aveva bisogno.

[8] Mi vergogno

[9] Vuoto di senno, stupidotto

[10] Debito

[11] Laccio e trottola. Il laccio lo si arrotolava alla trottola iniziando dalla punta in ferro per lanciarla poi a terra. Bisognava imprimere forza nel lancio ma anche con destrezza fare srotolare la cordicella imprimendo velocità di rotazione alla trottola.

[12] Schiaffone

[13] Avresti dato.

[14] Mi accompagnasti nel mio primo giorno di scuola.


Lascia un commento