di Alfio Pelleriti

Trovandomi a Paese, ho approfittato dell’invito di mio genero per recarmi presso l’Auditorium Fondazione Cassamarca, alle porte di Treviso, per partecipare all’evento che ha visto protagonista Umberto Galimberti, lo scrittore, psicoanalista e filosofo che avrebbe intrattenuto gli intervenuti sul tema “Il bene e il male – Educare le nuove generazioni”. Un argomento davvero interessante che focalizzava l’attenzione sui destini dell’uomo o sugli ostacoli che avrebbe potuto incontrare alla realizzazione piena di tutte le sue potenzialità. Il pubblico ha mostrato di apprezzare la sua prolusione che ha preso avvio da un’analisi della visione del mondo tipica della società greca per passare poi a quella romana, a quella dell’Umanesimo e del Rinascimento, fino al positivismo, allo scientismo e al tecnicismo tipici del nostro presente.
L’excursus storico è stato tuttavia condotto tenendo la bussola su precisi riferimenti culturali per lui molto illuminanti e riferibili a Nietzsche, Jaspers, Heidegger, a Freud e alla psicoanalisi. Il più citato è stato Nietzsche, il filosofo dell’Ubermensch (l’oltre uomo) e dell’Eterno ritorno dell’uguale, dell’amor fati e del Dio è morto, il filosofo più anticristiano della storia del pensiero occidentale, che è stato più volte richiamato a sostegno di affermazioni e argomentazioni lontane dal sentire religioso e in particolare da quello cristiano, la cui sacralità è stata subito messa tra parentesi da una battuta, buttata lì quasi incidentalmente, presentando la figura di Gesù Cristo e i dogmi della sua Chiesa: la Resurrezione, ha affermato sorridendo, sarebbe opportuno lasciarla “a coloro che credono ancora nelle favole”. Una battuta di pessimo gusto che poteva evitare, con la quale si è sbarazzato, ad inizio della sua relazione, di più di duemila anni di storia del Cristianesimo, della sua sostanza escatologica, della ragione profonda per cui il credente ripone fiducia, speranza, fondamento nella fede in Dio, al quale Galimberti non crede e non concede, dunque, di andare oltre la propria logica razionale, umana e terrena.
Il professore infatti ha sottolineato che con l’affermazione del Cristianesimo verrà messo tra parentesi ogni riferimento alla Natura, alla sua logica interna (la sua ciclicità) e alle sue necessità. Col Cristianesimo, afferma, si celebra la “morte di Pan”, come sostenuto da James Hillman e Robert Graves; e la ciclicità naturale delle stagioni sarà sostituita dalle tre dimensioni temporali: passato, presente e futuro. Così lo spiritualismo e l’antistorico disegno escatologico avrebbero soppiantato il sano realismo, lì dove invece la realtà basterebbe a se stessa, senza dovere rimandare alla giustizia divina e ai premi di un Dio che sovrasta la storia, relegando gli uomini in ruoli passivi e secondari.

E di rimando, se tutto va bene nella storia appiattita sul presente, avendo eliminato qualsiasi riferimento alla trascendenza, ci si chiede perché in questo nostro reale viga la tirannia dei potenti che propongono come unica soluzione quella delle armi, fino a minacciare un conflitto nucleare. E le ingiustizie sociali, le persecuzioni, i genocidi come si coniugano con il sano realismo? Vogliamo davvero togliere tutto, anche la speranza in un mondo retto dalla solidarietà, dalla compassione e dalla cooperazione alla maggioranza degli uomini sempre più minacciati da ideologie sovraniste e nazionalistiche, già condizionati da una minoranza di super ricchi e di iperpotenti, novelli superuomini? Anche quando Galimberti paventa una crisi profonda della società contemporanea si ha l’impressione che si proceda sull’onda del filosofo del nichilismo che teorizza la fine della civiltà occidentale e del pensiero filosofico.
Tuttavia va riconosciuto al professore che non è affatto tenero con la scienza, che ormai, codificata com’è, appare come “un cristianesimo laicizzato”, non libera. Si presenta, cioè, come un’appendice della cultura dominante, e anche Freud, sostiene il relatore, cade in questa trappola, poiché offre a chi guarda alla psicoanalisi con la speranza di una liberazione dai condizionamenti sovrastrutturali, dalle fobie, dalle prigioni del proprio Ego, solo il niente di un’illusione. Insomma tutti gli orizzonti di senso porterebbero inevitabilmente all’alienazione e alla nullificazione esistenziale, così come sta accadendo con la tecnica che afferma se stessa senza portare alcun altro significato e men che meno alcuna speranza di realizzazione o di felicità all’uomo.
Ancora, aggiunge Galimberti, non si dovrebbero indicare con leggerezza e imprudentemente dei valori in cui credere con fiducia, poiché essi servirebbero soltanto alla perpetuazione del sistema di potere, e ridurrebbero drasticamente la conflittualità sociale, perpetuando dei modelli di massa che attenuerebbero lo spirito critico. Insomma, per richiamare ancora Nietzsche, nella nostra società “Dio è morto” ancora, e la scienza moderna non confligge più con la religione, anzi risponde alle stesse esigenze di autoconservazione.
La nullificazione dell’uomo si è completata, sostiene infine il filosofo, con l’affermazione del mercato e conseguentemente di un consumismo parossistico che reifica e annienta il pensiero critico. Il capitalismo vive infatti del presente, fondandosi sull’annientamento delle coscienze e con gli annessi problemi legati allo smaltimento dei rifiuti, all’inquinamento planetario, ai cicli sempre più brevi dei prodotti del mercato e all’invadente ruolo della moda che abbassa ulteriormente la durata dei prodotti. Insomma l’individuo è diventato, nell’attuale società, soltanto un consumatore smarrito e infelice.
E su quest’ultimo punto non si può non condividere la sua analisi, aggiungendo il pericolo della digitalizzazione sempre più invadente e la minaccia dell’intelligenza artificiale che metterà sempre più tra parentesi peculiarità umane, quali la compassione, la spiritualità, la creatività in tutte le sue variabili.