Byung – Chul Han, Parlare di Dio – Un dialogo con Simone Weil

Ovvero…come conquistare la gioia interiore

di Alfio Pelleriti

Chi conosce il pensiero e il sentire, lo spirito di Simone Weil potrebbe rimanere deluso dopo aver letto i primi capitoli del libro, poiché l’autore propone delle citazioni tratte da opere della teologa per ribadire la condivisione dei concetti da lei espressi. Tuttavia non mi sembra inutile il lavoro del professore che ha messo in fila alcuni dei punti fondamentali della filosofia della mistica francese. Per esempio, sostiene l’autore con Weil che l’attenzione apre all’anima e alla sua leggerezza, così come è l’inazione che fa cogliere il bene, ed è il silenzio che consente di cogliere la presenza di Dio e il dono della creazione. Solo quando l’uomo riesce ad entrare in questo stato di assenza del proprio Io, avvalendosi del silenzio, potrà cogliere la grazia di Dio Padre, poiché soltanto nell’attimo della nostra nullificazione possiamo cogliere l’eternità di Dio: “Chi sa sforzare solo la volontà o i muscoli è subordinato alla forza di gravità, si strema e crolla a terra. Solo la grazia ci dota di ali. Sa mettere le ali dell’anima.[1]

Fondamentale ed importante perché rivoluziona delle abitudini consolidate, soprattutto in ambiente accademico oltre che nel sentire comune, è il concetto di attenzione, che precede l’istruzione e l’intelligenza. Prestare attenzione, dice Weil, è fondamentale per saper leggere il reale e l’ordine e l’armonia che c’è dietro la necessità; solo l’attenzione ci consente di leggere Iddio dietro l’ordine. E l’attenzione massima, la più pura sta nella preghiera. Questa affermazione naturalmente apre ad una ridefinizione della preghiera che, per arricchire l’anima, dovrà essere “sentita”, “vissuta”, cioè chi prega dovrà rendersi conto che ha deciso di parlare e comunicare con Dio, a cui, con tutta l’umiltà possibile occorre darsi, scandendo ogni parola dopo averla visitata con la propria anima. In tali condizioni non si può non piangere quando si prega, “quando la preghiera è abbastanza intensa e pura”.

A differenza di quanto afferma Sartre sullo sguardo degli altri che ci precipita nell’angoscia, per Simone Weil lo sguardo degli altri incrociato con un senso di vuoto del nostro Io, ci salva. Ciò di cui parla Weil, tuttavia, è lo sguardo dell’anima ed è l’amore che lo caratterizza. Il che significa “guardare” senza alcun secondo fine, senza calcoli a vantaggio del proprio Io. Niente sguardi che reificano, che giudicano, che valutano, che processano. Sostiene a tal riguardo Simone Weil: “Il Cristo ci ha insegnato che l’amore soprannaturale per il prossimo è lo scambio di compassione e di gratitudine che si produce come un lampo tra due esseri.[2] Così, proprio così dovremmo relazionarci con gli altri, con lealtà e umiltà; aprendoci senza altri scopi che quello di capire l’anima altrui dandogli solidarietà e conforto se occorre.

Simone Weil

Altro termine rivoluzionario, che ci lascia basiti e svuotati è “decreazione”. Con tale termine Weil intende spogliarsi di tutte le caratteristiche umane per amore di Dio, diventando “nulla”, rinunciando all’Io. Se riuscissimo ad entrare in tale stato diventeremmo “concreatori”, sostiene Weil, così come è attraverso l’annullamento della creatura che si può raggiungere la pienezza dell’essere: “Debbo amare di essere nulla, era solita affermare Weil; bisogna rinunciare a noi stessi per incontrare Dio e capire la creazione e partecipare della creazione.[3] E poi, a questo punto della mia lettura, scopro qualcosa di straordinario a proposito degli haiku, i componimenti poetici tipici della cultura giapponese, formati da tre versi: il primo e il terzo composti da cinque sillabe, il secondo da sette, ai quali io mi dedico da qualche tempo, ignorando che di essi si era occupata la giovane filosofa. Dice Weil che in essi non compare alcun Io ma solo l’attimo che si blocca sulla Natura e di quanto in essa accade; l’haiku ferma un attimo che diventa testimonianza della creazione e ci si dà a quell’attimo dimenticandoci del passato e del futuro; e a chi scrive quei tre versi si chiede di non ostacolare con la sua presenza la creazione, poichè in quell’attimo gustiamo e cogliamo l’Eternità.

Byung-Chul Han

I capitoli del libro scorrono veloci con il loro linguaggio semplice sebbene abbiano un forte peso connotativo. Un capitolo è dedicato alla modalità con cui opera la grazia di Dio nel cuore dell’uomo, ed è ancora la mistica Simone Weil ad indicare la strada all’autore: “La grazia di Dio colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; o quel vuoto, è essa a farlo.”[4] Non ascolterebbe, anzi ne riderebbe chi è occupato a riempirlo lo spazio con il suo “sé” che esorbita sempre e continuamente vuole altro spazio; e sgomita, si gonfia; ha bisogno di esondare; costui si sente eterno e acquista terre, case, auto sempre più grandi e veloci … vuole spazio, sempre di più. È una gara la sua, non può fermarsi! Egli si sente potente, domina e comanda sugli altri e sull’Altro. Ebbene, dice Weil, convertirsi significa rinunciare allo spazio, svuotarsi, per accogliere la grazia quando si diventa vuoti del cascame egoistico, privi d’ogni possibilità di esercizio del potere. Ecco perché i cristiani che hanno fatto vuoto sono pronti ad accogliere il Dio dell’Amore, non certo quello degli eserciti o della potenza economica. Solo dove permane il vuoto e l’assenza dell’Io può scaturire la possibilità della compassione, che sarebbe un non-sense per chi vive per accrescere la sua forza, il suo dominio, il suo Io immenso. Costui non capirebbe la dedizione e la sofferenza di chi si dedica agli altri che vivono nell’indigenza, nella malattia, nella persecuzione o nel terrore della guerra; è questa l’esperienza del sussumersi il dolore del fratello e nello stesso tempo gioire versando calde e copiose lacrime; e così la gentilezza e il sorriso regalato agli estranei senza secondi fini sono generati dalla grazia divina che discende in chi ha fatto vuoto nella sua anima. È questa la patria universale di cui parla Weil che può essere trattata e cantata, dice la filosofa, solo dalla poesia.

Altro prodotto di tale stato di grazia è la vera amicizia, quella che rispetta l’altro pur nella lontananza e nel vuoto. Dice a tal proposito Simone Weil: “L’amicizia possiede qualcosa di universale. Consiste nell’amare un essere umano come si vorrebbe potere amare, in particolare, ciascun componente del genere umano.[5]

Altra condizione da rivalutare e apprezzare è il silenzio: l’epoca moderna è un’epoca del chiasso. “Tutto è merce, tutto strilla e rumoreggia in cerca di attenzione… L’informazione è chiasso e quale baccano devasta l’attenzione…la poesia ci parla in uno stato contemplativo.”[6]

La bellezza della natura, con il suo equilibrio, la sua armonia, la sua semplicità, con la sua purezza, si colloca fuori dalle mode e dal consumismo e ci mette in contatto con il Sacro. Essa è un sacramento, perché è la possibilità che si apre all’uomo di cogliere Dio nella Natura. La vita del Bello ci convince che Dio esiste. “Una melodia gregoriana testimonia quanto la morte di un martire.” La grande opera d’arte impone il silenzio e questo risuona insieme al tacere di Dio. L’arte, con i suoi capolavori, diventa anonima, si sottrae cioè al suo uomo creatore divenendo impersonale.

Diverse group of people embracing and talking near a church with God figure shining light from clouds
Immagine creata con l’IA

Altro importante concetto approfondito nel libro è quello del dolore. Oggi non riusciamo più a sopportare il dolore: lo rifuggiamo a costo di vivere anestetizzati; vogliamo giocare per tutto il tempo possibile, illudendoci con una felicità effimera. La vera sacralità e il senso del reale li percepiamo soltanto attraverso il dolore; la sofferenza ci fa cogliere la realtà della creazione attraverso la percezione del nostro limite, della nostra finitudine. Passare attraverso l’esperienza del dolore ci consente d’essere capaci di provare il sentimento della compassione. In ragione del peso della sofferenza possiamo darci alla preghiera autentica, affidandoci a Dio con cuore contrito, in un dialogo di conoscenza, di familiarità, di amicizia e di filiazione con Lui. Infine è da sottolineare una riflessione di Byung – Chul Han sul tempo che attraversiamo nel nostro ricco Occidente, dove il capitale, la digitalizzazione e l’Intelligenza Artificiale rappresentano i mostri della civiltà più ricca e potente. Dovremmo riconquistare la positività del non–agire e dell’inazione per riavvicinarci al Sacro, avverte il professore, abbandonando la frenesia insensata del produrre, che ci porterebbe a schiantarci annullando la nostra dimensione spirituale a favore del denaro e del materialismo più sfrenato. Dovremmo fermarci invece, come si fa durante la Messa, quando ascoltiamo con umiltà e trasporto la Parola, cibandoci dell’Ostia sacra, che è priva di qualsiasi valore materiale ma è pregna di senso e ci mette in condizione di cogliere la presenza di Dio.


[1] Byung – Chul Han, Parlare di Dio – Un dialogo con Simone Weil

Editore Nottetempo, Milano 2026, pag. 23

[2] Ibidem, pag. 36

[3] Ibidem, pag. 47

[4] Ibidem, pag 56

[5] Ibidem, pag. 61

[6] Ibidem, pag. 71


Lascia un commento