di Alfio Pelleriti

“Vita comune” fu scritto da Bonhoeffer nel 1938, in poco tempo, quasi di getto, come fosse un libretto da tenere sempre a portata di mano per ricordare gli elementi essenziali del messaggio evangelico, cui ogni cristiano dovrebbe attenersi per misurare la bontà della sua fede in Dio. In particolare egli dovrebbe saper valutare quanto coerente sia il suo comportamento con lo spirito evangelico e se la responsabilità che si è assunto nel definirsi “cristiano” sia ben riposta, cogliendo in sé stesso un atteggiamento coerentemente umile e compassionevole nei confronti degli altri, o se invece il suo Ego permane presente, camuffato da attivismo, da assunzioni di compiti, da svolgimento di ruoli da primo attore.
È un libretto di 100 pagine, quasi un vademecum, utile per tutti, anche se, nelle intenzioni dell’autore, si sarebbe dovuto rivolgere in particolare agli studenti di teologia e ai sacerdoti. Eppure il libro ha sempre trovato accoglienza in tutto il mondo e la sua importanza è pari a “Resistenza e resa”, il suo capolavoro. L’autore della postfazione inserita in questa edizione, Eberhard Bethge, il più autorevole curatore dell’opera omnia di Bonhoeffer, tiene a sottolineare che le indicazioni del teologo non vanno applicate come un rigido elenco di regole per le comunità cristiane, per le famiglie, per i chierici, poiché il rapporto di ciascun individuo con Dio apre ad una dimensione spirituale che richiede libertà, autoconvincimento senza imposizioni esterne, prevede un percorso singolare che non sarà mai sovrapponibile ad un altro o essere sottoposto a categorizzazioni. È importante per l’autore chiarire la differenza fondamentale tra spiritualità e psichismo. Quest’ultimo, quando prevale, può dare adito a comportamenti sottilmente autoritari e prevaricatori della personalità altrui, dando vita ad un contesto di illibertà e di condizionamento dei più forti sui più deboli. E ciò sarebbe una condizione esattamente contraria allo spirito evangelico.
Leggere questo libro ha significato per me tornare indietro nel tempo, in particolare agli anni dell’infanzia e del catechismo in preparazione della prima comunione e della Cresima, quando ci venivano spiegati i sacramenti e le leggi cui il buon cristiano doveva ubbidire per potere entrare nella grazia di Dio e ottenere la gioia, la Luce e l’equilibrio del suo cuore e della sua mente. Uno dei momenti più difficili per noi ragazzi era quello della confessione: inginocchiati davanti al nostro parroco, dovevamo elencare i nostri peccati, facendo riferimento ai dieci comandamenti che, da sempre e ancora oggi, rappresentano le regole fondamentali da rispettare per il cristiano. Succede che da molto tempo ormai i confessionali sono dei semplici oggetti d’arredamento nelle chiese e, in molte di esse sono stati tolti per non ostacolare la visione d’insieme della navata che li ospitava. Bonhoeffer sostiene, invece, che la confessione costituisce l’ammissione, al cospetto di Dio e di un fratello, di essere un peccatore, e dunque essa costituisce un passaggio fondamentale di affidamento al sacerdote che rappresenta in quel momento il tramite verso Dio. Pubblicani e prostitute cercavano Gesù e da Lui che li accoglieva ottenevano la remissione dei peccati e una rinascita in Dio. Dunque, come il Battesimo, anche la Confessione è una vittoria sull’oscurità del peccato e una rinascita. Solo tale affidamento al fratello può redimerci, evitando l’autoassoluzione o l’autoinganno della confessione personale davanti a Dio.
“Vita comune” inizia con una premessa: Gesù visse la sua esistenza in un ambiente ostile e fino alla sua morte in croce ebbe pochi amici, e quei pochi lo lasciarono solo, in mano a malfattori che lo schernirono e lo torturarono, fino alla morte. Dunque non è scontato che il cristiano ottenga solidarietà nella comunità in cui vive e opera. Stare in mezzo ai nemici è il suo destino se vorrà vivere in maniera coerente con il messaggio evangelico. “In paesi remoti fra gli increduli, deve vivere il popolo di Dio, ma così esso diverrà il seme del regno di Dio in tutto il mondo.”[1]
Un concetto fondamentale, più volte ribadito, è quello della necessità di fare parte del corpo della Chiesa facendosi prossimo al fratello e, soprattutto, a chi vive nella tribolazione. Fare cioè come Cristo che si è presentato, lui Dio, con un corpo, e con il corpo gioiva e soffriva. Noi sentiamo gioia, dunque, facendoci prossimi ad altri cristiani. “L’uomo è stato creato come corpo, nel corpo si è mostrato il Figlio di Dio nella Terra, per amore nostro, nel corpo è stato resuscitato, nel corpo il credente riceve Cristo Signore nel sacramento, e la resurrezione dei morti attuerà la perfetta comunione delle creature di Dio, anima e corpi.”[2] Incontrare chi soffre dunque significa portare, col nostro corpo, la gioia e l’amore cristiano.

Come si ritempra lo spirito leggendo ciò che saggi, teologi e filosofi hanno scritto! Quanta verità si scopre nelle esperienze di fratelli che hanno posto la Parola di Gesù al centro della loro vita! “Dio ha voluto che cerchiamo e troviamo la sua Parola viva nella testimonianza del fratello, in bocca ad uomini.”[3] Pensando e ripetendo la Parola possiamo dedurre come relazionarci con i fratelli, accettandoli con i loro limiti, con il nostro limite, e soprattutto con l’esercizio della misericordia e del perdono. Attenzione, dice Bonhoeffer, “Chi si costruisce un’immagine ideale di comunione, pretende la realizzazione di questa da Dio, dagli altri e da sé stesso. Nella comunità cristiana avanza esigenze sue, istituisce una propria legge e giudica in base ad essa i fratelli e perfino Dio.”[4] Quanto detto significa che non dobbiamo diventare arroganti prendendo a prestito la Parola e poi dettare agli altri regole e comportamenti. È da Gesù Cristo che viene il grande e il poco: in Lui è la spiritualità che si effonde e che noi possiamo solo recepire e trasmettere. Non dobbiamo confondere ciò che è spirituale con ciò che è psichico, cioè ciò che appartiene a Dio e ciò che è tipico dell’uomo.
Spesso l’ambiguità caratterizza i gruppi che si formano poggiando su leader che applicano un condizionamento psichico sugli altri, contravvenendo alla volontà di Dio; essi vogliono mettersi in evidenza; solleticare la loro esigenza di primeggiare e di essere acclamati, usando la Parola di Dio. “L’amore psichico ama l’altro per amor di se stesso, l’amore spirituale ama l’altro per amore di Cristo. Per questo l’amore psichico ama il contatto immediato con l’altro, non lo ama nella sua libertà, ma lo lega a sé, vuol conquistarlo, sopraffarlo con ogni mezzo, lo opprime, vuol essere irresistibile, vuol dominare.”[5] Quando non riusciamo nell’intento, anche inconscio, di sottomettere l’altro o soltanto di farsi accettare con la propria diversità, allora l’amore si trasforma in odio, in disprezzo e in calunnia.
Un passaggio importantissimo che, fra l’altro, è stato un mio pensiero sempre sostenuto, riguarda il rapporto tra la Scrittura e la lettura di essa. Nei testi sacri c’è il Signore Dio, c’è il suo Spirito; la Scrittura è la Verità e la Giustizia e dunque, chi la legge deve unicamente prestare la sua voce, badando di non fare emergere se stesso; o, ancora più grave, non deve identificarsi con questo o quel personaggio e men che meno con Gesù. La sua lettura deve essere “asettica”, sobria, non deve interpretare come fa l’attore sull’assito del teatro; chi legge deve articolare bene e con una giusta tonalità, senza alcuna fretta, ma deve essere chiaro che la Scrittura è Altro rispetto al lettore/peccatore e non si può azzardare di commettere blasfemia sostituendosi al profeta o all’Angelo o a Gesù o a Dio Padre. Dice Bonhoeffer: “Non sono io ad adirarmi, ma è Dio che si adira, non sono io a consolare, ma è Dio che consola, non sono io ad ammonire, ma è Dio che ammonisce nella Scrittura.”[6] È necessaria perciò una certa distanza tra lettore e testo e la lettura corretta della Scrittura sarà migliore o peggiore in base alla mia condizione spirituale.
Anche il canto liturgico della comunità è, dovrà essere, sostanzialmente monodico, poiché con esso si prega Dio con una sola melodia, pura e semplice, e condivisa da tutti, dove la musica aiuta il testo sacro a entrare nel cuore. Il canto, cioè, non deve essere uno spettacolo, ma una parte della preghiera, che consente al fedele l’incontro con Dio. Il canto gregoriano ne è un esempio.
Tutto questo significa riconoscere l’onnipotenza del Signore, oltre il tempo e lo spazio, oltre cioè i limiti dell’uomo; riconoscere l’indispensabile riferimento a Dio per avere non solo l’aiuto e il conforto della sua presenza, ma per sapere riconoscere con umiltà i nostri limiti, e per abituarci a invocarlo la mattina prima di intraprendere il nostro lavoro. Significa avere una mente e un cuore sgombri da sovrastrutture egocentriche o meramente utilitaristiche, per dedicare invece con spirito onesto, leggero, solidaristico il nostro impegno nel lavoro. Così, dice Bonhoeffer, una buona abitudine sarebbe quella di invocare Dio nel momento del riposo, con un ringraziamento a Lui di mantenerci nella meravigliosa nostra esistenza, riconoscendo a Lui ogni merito, ogni paternità delle armonie in cui siamo inseriti. E infine, quando riposiamo la sera, dopo il quotidiano lavoro, dovremmo chiederGli la sua protezione e il perdono per non esserci impegnati a fondo per fare la sua volontà con i componenti la nostra famiglia e con la comunità più larga. È un impegno costante quello del cristiano per mettere tra parentesi la tendenza, tutta umana, all’individualismo. Altra importante riflessione di Bonhoeffer riguarda il cristiano che cerca di fare la volontà di Dio accettando la sua croce, e per questo pensa di vivere una unicità, si sente solo e crede di essere un chiamato, un santo, a suo modo, e invece dobbiamo superare tale autoinganno, poiché non dobbiamo mai dimenticare che Gesù è venuto per tutti non per individui isolati. Dunque la ricerca dell’altro è un imperativo per il buon cristiano, poiché se ci isoliamo anche Dio ci isolerà. Solo durante il rito della Santa Messa e nell’atto della comunione coesistono solitudine e comunità: nel momento in cui ci si reca all’altare, di fronte al Tabernacolo e si dice: sì, Mio Signore, sono qui davanti a Te; entra dentro di me in corpo e sangue! Accettami, Ti prego, Mio Gesù; rendimi tuo servo; fammi tuo strumento! Allora si è soli, ad assumersi la responsabilità enorme con il Signore delle nostre affermazioni. Significa che in quel momento tu, e solo tu, hai fatto una scelta di campo che tuttavia non significa isolarsi ma aprirsi alla comunità facendo parte del corpo mistico della Chiesa.
Tuttavia succede che quando ci si incontra con gli altri si tende istintivamente ad assumere un ruolo strategico affinché possiamo salvare la nostra identità che sentiamo minacciata dalla presenza degli altri. Bisognerebbe educarsi a prendere la parola con avvedutezza, badando di astenersi dal giudicare e, non parlare di nascosto di un altro, dovrebbe essere un imperativo. Il desiderio giusto da coltivare per il cristiano è di stare in basso; sedere nell’ultima panca in cui ci si riunisce in assemblea. L’umiltà dovrà essere la sua caratteristica; “che danno c’è a subire un torto? Forse non meriterei punizioni ben più dure da Dio se Dio non mi trattasse secondo la misericordia?”[7] Occorre avere dunque disponibilità quotidiana al servizio anche e soprattutto con la Parola, predicando l’amore e la misericordia di Dio.
[1] Dietrich Bonhoeffer, Vita comune, Editrice Queriniana, Brescia, 2012, pag. 15
[2] Ibidem, pag. 17
[3] Ibidem, pag. 19
[4] Ibidem, pag. 23
[5] Ibidem, pag. 27
[6] Ibidem, pag. 44
[7] Ibidem, pag. 73