Martin Caparròs, “Senzadio” – A cosa serve credere all’incredibile?

di Alfio Pelleriti

Sospendiamo la pubblicazione del commento ai Promessi Sposi che, riconosco, non ha goduto di grande attenzione da parte dei lettori, per presentare una recensione al pamphlet di Martin Caparròs, “Senzadio”, che mi ha molto colpito per la sua acredine e per il tono particolarmente duro nei confronti dei credenti e dei cristiani in particolare.

Le prime pagine di questo libello contengono osservazioni che potrebbero star bene in bocca a buontemponi che godono, seduti al tavolo d’un bar, nel presentare argomentazioni dal finale sarcastico che muove alla risata “intelligente”, cui si dà chi ha capito il messaggio. È il solito atteggiamento di chi si assegna un metodo di indagine da poliziotto sfigato ma dalla battuta facile per trovare una soluzione, avventata e fasulla, ad un problema che ha innumerevoli variabili al suo interno e che gli è dunque oltremodo difficile risolvere. Da sempre, infatti, l’uomo si misura con la questione del rapporto uomo-Dio e con tutte le implicazioni che lo riguardano, riuscendo a porre sul tavolo ipotesi, testimonianze, eventi storici, osservazioni scientifiche, argomentazioni teologiche e filosofiche, questioni etiche e morali, oltre che antropologiche.

La veemenza dell’analisi dell’autore che rivela, in alcuni passaggi, un’autentica aggressività espressiva, mi induce a pensare che a tratti nasconda un grido disperato, come se volesse chiamare Dio con tutta l’energia che si può avere in corpo, ma il suo carattere caparbio e ostinato nel cercare e denunziare le contraddizioni nel comportamento dei credenti gli impedisca di darsi ad una ricerca che coinvolga anche e soprattutto la sua personale dimensione spirituale. Non conosco la vita e la personalità dell’autore, ma so quanto sia difficile credere in Dio per chi si è affidato totalmente alla propria ragione e al proprio istinto per denunziare le contraddizioni e i tanti errori che hanno caratterizzato la storia della Chiesa, fino a spingersi alla certezza di aver trovato prove sull’inconsistenza del sentimento religioso e della religione in quanto tale, mettendo in evidenza, a riprova della sua “scoperta”, i tanti comportamenti illogici, infantili o massificati della maggioranza dei credenti. Il tono polemico e diffamatorio così, non accenna a diminuire anzi, il livore e l’aggressività aumentano e comincio a pensare che sia stato sorprendente che una casa editrice come Einaudi abbia deciso di pubblicare tale libello, sfogo polemico più che ricerca. I cristiani autentici, del resto, nel tempo in cui è vissuto Gesù furono ben pochi e anche essi lo lasciarono solo sulla croce, vinti dal terrore della morte, rivelando la debolezza e il limite della natura umana. Ancora oggi, pochi e silenziosamente operanti, sono i cristiani che con coerenza vivono secondo i principi evangelici, e pregano piangendo in un angolo buio della loro stanza; oppure li trovi in un reparto Hospice a tenere la mano stretta al moribondo, affidato ormai alle cure palliative, che finalmente trova qualcuno che lo guarda e lo riscalda col suo amore, e prega Dio facendogli assaporare l’eternità in quell’istante in cui i due si sentono fratelli.

Procedo ancora nella lettura di un testo teso, livido, spietato, che nulla concede ai credenti, perché quella di chi scrive non è un’analisi ma un’invettiva che mi ricorda quelle di certi libertari degli anni Settanta che, orgogliosamente, si definivano anarchici; erano quelli con la r moscia e con i blue geans comprati in boutique che stavano dalla parte di operai e contadini, avendo le mani tenere e delicate, non avendo mai sudato chini con la vanga sul terreno duro, col sole che penetra fino alle ossa e nella testa rendendola sempre più leggera e inconsistente fino allo sfinimento. Erano “rivoluzionari” che volevano togliere agli sfruttati e ai derelitti la possibilità di credere in una giustizia divina, di sperare almeno nel santo portato in processione, magari indossando lo scapolare della confraternita che avrebbe consentito loro di potere avere un loculo al cimitero nell’ora del trapasso. Si spegneva a costoro la Luce che avrebbe potuto scaldare il loro cuore finalmente. No! Niente Dio per i proletari! Niente “oppio dei popoli”! A vegliare su di loro e a garantire il “Sol dell’avvenire” i commissari politici del partito e gli eroi senza macchia: Stalin, Breznev, e i carri armati del Patto di Varsavia, che si distinsero in Ungheria e in Cecoslovacchia. Eppure i “senza terra” e i vinti degli anni Cinquanta in Sicilia, credevano in Dio, come il sindacalista e partigiano Salvatore Carnevale, che al mafioso che lo minacciava di morte e che lo avrebbe ammazzato dopo qualche giorno, rispondeva: “Se uccidete me, uccidete Gesù Cristo!”

Penso sia opportuno inserire qualche passaggio di questo libello per fare intendere al lettore lo stile sotteso a questo lavoro che non sembra seguire i canoni della ricerca o del saggio, né si intende se l’approccio sia antropologico o storico o filosofico o sociologico, né certamente si muove nell’ambito teologico, ma piuttosto in quello della prosaica invettiva. Un esempio: “Qui tanti, i veri credenti si dedicano al nobile compito di distruggerle (le religioni) e salvare il mondo dalle loro bugie. È un servizio all’umanità: i falsari non abbindoleranno più nessuno… Non c’è nulla di più territoriale di una religione: sono, è provato, peggio dei gatti.[1]   

Traspare un’insopportabile supponenza, una burbanza che certo non colloca questo scrittore nella categoria dei ricercatori o degli studiosi delle religioni, semmai, sforzandoci, lo potremmo inserire tra i sofisti, oppure starebbe bene al centro d’un palcoscenico, intento a suscitare la stessa ilarità dissacratoria e blasfema nel pubblico ch’è stato così avventato da pagare per ascoltare uno Joker che s’avvale dello sghignazzo per denigrare chi la pensa diversamente da lui.

Martìn Caparròs

Facile poi soffermarsi sul periodo più buio attraversato dalla Chiesa, lungo più secoli, dal Trecento fino a tutto il Settecento, il lungo periodo della sua secolarizzazione e dello smarrimento dei valori evangelici; il periodo del Tribunale dell’Inquisizione e delle condanne al rogo degli eretici e dei dissidenti come Giordano Bruno; il periodo in cui, con ostinazione, la Chiesa rimase bloccata a dogmi che invadevano i campi della ricerca scientifica e filosofica, per cui Galilei, anziché fruitore di premi per le sue scoperte sull’eliocentrismo dovette pubblicamente abiurare per avere salva la vita. Ma quel periodo storico non preclude il suo superamento, a meno che dovremmo affermare che i cittadini romani che gioivano assistendo nell’arena al martirio dei cristiani aggrediti dai leoni, dovrebbero per tale circostanza, essere ancora esclusi da qualsiasi consesso civico, supponendo che portino ancora il retaggio selvaggio di quanto accadeva nell’arena; oppure dovremmo temere ancora oggi le popolazioni scandinave perché i loro avi, i Vichinghi, dall’VIII all’XI secolo, si diedero non solo alle esplorazioni ma anche a razzie e violenze. Quei secoli bui, nella storia dei suoi duemila anni, furono denunziati già da Francesco d’Assisi e da Santa Chiara, da Giordano Bruno, da Martin Lutero e poi dai grandi letterati come Dostoevskij che dedica il famoso quinto capitolo de I fratelli Karamazov, il Grande Inquisitore per denunziare il limite umano, soprattutto in chi dovrebbe gestire con carità e amore la vita del “gregge” che gli è stato afidato.

Certamente la Chiesa attraversò un periodo buio, nessuno lo nega, durante il quale essa divenne uno strumento di persecuzione e di privazione delle libertà fondamentali e nei tempi a noi vicini episodi di corruzione e di comportamenti immorali si sono registrate anche tra le alte sfere della gerarchia ecclesiastica. Ma cosa si aspettava l’autore che Bonifacio VIII diventasse un agnellino subito dopo la sua elezione al soglio pontificio? Davvero pensiamo che cardinali, vescovi, sacerdoti, sic et simpliciter, diventino santi perché nominati “pastori del gregge”? E dunque, su tale limite dovremmo buttare alle ortiche il Vangelo, distruggere le Chiese e ogni simbolo religioso, impedire celebrazioni e processioni religiose perché rappresentano l’oscurantismo e la negazione d’ogni libertà di pensiero? Siamo su posizioni ancora più radicali del “Dio è morto!” di Friedrich Nietzsche, il filosofo più anticristiano della storia del pensiero occidentale.

Si potrebbe affermare che, datosi che il sistema liberale e liberista in economia ha, nel corso degli ultimi due secoli, perseguito l’arricchimento dell’alta borghesia, dovrebbe essere non modificato, riformato, depurato da contraddizioni, ma soppresso, abolito, così come è accaduto in Russia dove venne edificato il socialismo con il simbolo della falce e del martello in primo piano su un fondo di un unico colore, il “rosso sangue”. Sì, il sangue di milioni di uomini e donne, e coloro che sopravvissero furono gli aguzzini e coloro che supinamente accettarono quella dittatura sanguinaria. Del resto anche il nazismo e il fascismo imposero i loro dogmi trasformando l’istituzione religiosa in uno “instrumentum regni”.

Sul futuro dell’Occidente l’autore presenta una previsione rosea, visto che il cristianesimo perde consensi e le chiese sono sempre più vuote. Si tratta dello stesso Occidente dove sei individui, ricchissimi e senza alcun ideale se non il desiderio di fare crescere ancora il loro profitto economico, sfruttando l’IA, amministrano 24.000 miliardi di dollari, una cifra che supera il bilancio di tutti gli Stati europei che ammonta a 23.000 miliardi di euro. Su tale realtà che pone interrogativi sul rischio che le nuove generazioni possano esercitare il pensiero critico, così si esprime il Nostro: “Solo una società in cui la religione non abbia un grande peso può realmente evolvere in quanto a usi e costumi, e sancire tale evoluzione con nuove norme, regole trasformate. È l’attuale storia dell’Occidente cristiano: vite che cambiano perché le loro Chiese ormai non sono più in grado di impedirlo.”[2] E poi, rincarando la dose, afferma: “A che cosa servono adesso le chiese di Gesù? A cercare di impedire che certi paesi permettano l’aborto legale o il matrimonio omosessuale…La Chiesa cristiana è un’organizzazione radicalmente reazionaria, l’ultimo rifugio della palese discriminazione su larga scala.”[3] Anche la Chiesa di Madre Teresa di Calcutta, del cardinale Carlo Maria Martini, di Don Milani, di Enzo Bianchi, di Papa Francesco? Dei missionari che in ogni angolo del pianeta soccorrono i miserabili, gli ammalati, i perseguitati, a costo anche della loro vita? Anche la Chiesa di Edith Stein che affermava: “Per il cristiano non esiste nessuna persona estranea. È nostro prossimo chi abbiamo dinanzi e che può avere più bisogno di noi, sia degno moralmente dell’aiuto, oppure no. L’amore di Cristo non conosce confini, non viene mai meno non si sottrae dinanzi alla bruttezza e alla sporcizia. Cristo è venuto per i peccatori non per i giusti…”; anche la Chiesa di Simone Weil: “Desiderare Dio e rinunciare a tutto il resto: in ciò soltanto consiste la salvezza.”?

Infine la conclusione, scontata dopo tale arringa appassionata a favore di una società futura finalmente “Senzadio” e senza religioni, con una chiosa che rimanda ancora ad un nichilismo assoluto che va oltre le tesi nicciane: “ci vorranno persone molto solide per poter vivere senza dei (Nietzsche li definiva Ubermensch, oltreuomini; D’Annunzio superuomini – n.d.a.) … Servono certo persone dotate di un orgoglio estremo – e meritato. E che ancora una volta, si volgeranno indietro e diranno poveretti. Quanto erano sciocchi, quanto dovevano soffrire quei nonnetti che cercavano dei in tutti gli angoli, che gente strana, no?[4] Chiude così il suo libello Martin Caparròs, e in genere nella chiosa gli autori lasciano ai lettori l’elemento più importante dello scritto che, in questo caso ha un sapore amaro, come tutte le posizioni ideologiche tetragone, ottusamente polemiche a cui si potrebbe rispondere col silenzio, oppure facendo notare che le sue “persone dotate di un orgoglio estremo” ricordano molto quelle “camicie brune”, quelle col teschio e le croci uncinate come simboli che, pugnali in mano, gridavano “Heil! Heil” al loro capo che proponeva loro la meta per la loro vita: “Deutschland uber alles!” E che, a proposito di coloro che credono in Dio, definiti “poveretti”, tale espressione mi fa pensare agli ebrei che, sempre Hitler, concesse loro di terminare anzitempo la loro vita, compresi i bambini, nei campi di sterminio, nelle camere a gas, uccidendone milioni. E a proposito dei “nonnetti sciocchi” che “cercavano dei in ogni angolo”: sì, li invocavano davanti al plotone d’esecuzione i partigiani uccisi da coloro che non avevano bisogno di credere in Dio; lo cercarono Dio i soldati/contadini mandati al macello nelle trincee piene di fango e di topi, lì sui pianori del Carso, sulle pietraie del Grappa o sulle rive dell’Isonzo. Furono dei “nanetti” che disperatamente, convintamente, cercarono Dio! Che gente strana, vero, Martin Caparròs?


1 Martin Caparròs, “Senzadio” – A cosa serve credere all’incredibile?

Editore Einaudi, Padova 2026, pag. 26

[2] Ibidem, pag. 64

[3] Ibidem, pagg. 84-85

[4] Ibidem, 101


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