di Alfio Pelleriti

Capitolo XXIV
Ora sì, ne sono convinto! Sono passati sessant’anni da quando coi miei compagni del ginnasio, ascoltavo annoiato la Geraci che leggeva senza mai un’alterazione nella voce, senza mai un segnale che la commozione avesse preso in lei il sopravvento, così che, in maniera naturale e benefica, la potesse trasmettere ai suoi alunni; solo ora capisco di trovarmi davanti ad un capolavoro da assimilare alle tragedie di Sofocle, ai Canti e agli Idilli di Leopardi o alle Cantiche del Poeta fiorentino. La commozione dell’Innominato, cioè l’intervento misterioso dell’Amore e della Giustizia di Dio, aveva risolto, almeno in quel frangente, il patimento di Lucia e consentito la sua salvezza e il ricongiungimento con Agnese, sua madre. Ma qui è importante ancora sottolineare le vie misteriose con le quali Dio Padre opera nella storia degli uomini. No, non voglio trasformare una storia romanzata in ipotesi teologiche, ma insieme al miracolo vissuto dall’Innominato, da Lucia, quanti miracoli potrebbero elencare tante persone di buona volontà che sono vissute attraverso i secoli, fino alla nostra contemporaneità? Quanti interventi di Dio possono raccontare uomini e donne che si sono visti cambiare la vita? Quanto amore divino, ancora, in ogni alba e in quella luce lunare che attraversa il mare fino alla nostra riva? Quanto amore nella compassione di Lucia che blocca la madre che augura le peggiori disgrazie al suo nemico, a don Rodrigo: “No, no, mamma, no! Non gli augurare di patire, non l’augurate a nessuno! Se sapete cosa sia patire! Se aveste provato! No, no! Preghiamo piuttosto Dio e la Madonna per lui; che Dio gli tocchi il cuore, come ha fatto a quest’altro povero signore, ch’era peggio di lui; e ora è un santo.”[1]Ecco la compassione di Lucia che illumina la vita, dà speranza e testimonia l’amore e la presenza di Dio con le sue opere.
Capitolo XXV

Due personaggi occupano la scena in questo capitolo. Il primo entra in scena per la prima volta: è Donna Prassede, moglie di Don Ferrante, che appartiene ai ceti alti della società del tempo e che viene presentata con poche ma efficaci pennellate descrittive: “Di idee Donna Prassede n’aveva poche ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care.”[2] Si riteneva nel giusto “per statuto”, pensava insomma d’essere “il sale della terra” e anche rispetto a Lucia, mostrava di tollerarla ma, in fondo, non aveva di lei un buon concetto, essendo una semplice popolana. Eppure era convinta d’essere uno strumento per la realizzazione del bene e tollerava dunque “con pazienza” anche certe posizioni radicali del cardinale.
L’altro personaggio è ancora don Abbondio che, incalzato dal cardinale Federigo che gli rimprovera di essere venuto meno al suo mandato ministeriale, essendosi rifiutato di celebrare il matrimonio di Renzo e Lucia, a quelle argomentazioni oppone una tetragona resistenza che trova alimento nel senso comune, nel suo egoismo sconfinato che gli rende impossibile potere apprezzare i richiami ai doveri sacri, imposti dall’avere giurato di servire in nome del Vangelo, i bisognosi. Don Abbondio, ancora una volta, non riesce ad andare oltre la sua individualità, che difende con le unghie e con i denti, anche di fronte al suo superiore, che insiste, sperando che capisca: “Quando vi siete presentato alla chiesa per addossarvi codesto ministero v’ha essa fatto sicurtà della vita? V’ha detto che i doveri annessi al ministero fossero liberi da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo?… Non v’ha avvertito che vi mandava come agnello tra i lupi?… Quale è la lieta, buona nuova che annunziate ai poveri?”[3] Ma don Abbondio, commentava il Russo, di fronte al “dover essere” sceglieva la sua posizione che gli stava molto a cuore, quella dell’”essere”.
Capitolo XXVII

Donna Prassede che si è eletta a donna che si preoccupa degli altri, vuole convincere Lucia che Renzo non è uomo da sposare, perché lui persevera nel male come un qualsiasi delinquente e che dunque lei deve convincersi di dimenticarlo, poiché non merita le sue ansie, le sue preoccupazioni, e che, dunque, bene aveva fatto a far voto alla Madonna di rinunciare a lui. Dio sa quante donne Prassede vi sono state e quante ancora ve ne sono a farsi il segno della croce e a scandalizzarsi di chi osa andare oltre i confini del buon senso comune: quello ufficializzato e incorniciato dalla tradizione, quello di una religione delle feste paesane, delle processioni e delle fiere dove si vende e si compra aspettando che passi il Santo; il “buon senso” quello delle feste rumorose, degli spari che più lunghi e assordanti sono, più sono segno di devozione e di amore e di fedeltà ai suoi principi. Altro che il silenzio e il vuoto interiore di Simone Weil! Fuochi d’artificio, luminarie, canti, labari identitari dicono che sono necessari alla fede e se, anche il Papa dovesse indicare la necessità dell’accoglienza, del silenzio, della comprensione e della compassione, allora le donne Prassede sono pronte a scandalizzarsi perfino del Papa o del cardinale e affermerebbero che quelli sono degli impostori. Ebbene, una donna Prassede non poteva non avere accanto che un don Ferrante cioè un accademico tronfio che si era autoincensato come fine intellettuale e che dunque elargiva patenti di filosofi veri e scienziati autentici a coloro che riteneva avessero portato attenzione a quegli aspetti della realtà che lui riteneva degni di studio e di ricerca e degli altri se ne poteva fare certamente a meno. E anche attraverso don Ferrante Manzoni presenta un archetipo umano i cui tratti non sono solo tipici di un’epoca, ma, ahimè, si possono ritrovare anche nella nostra contemporaneità. Quanta arroganza, quanti don Ferrante in mediocri che sanno recitare a memoria qualche terzina della Divina Commedia o citano qualche adagio in latino credendosi intellettuali pronti in ogni occasione a dire la loro convinta, insindacabile opinione su teologi, filosofi, scrittori, ergendosi, loro, inconsistenti come trucioli, a studiosi eccelsi, a sopraffini uomini di cultura, dispensando il loro sapere a granelli e a piccole dosi, quando conviene, quando ritengono giusta la circostanza, magari davanti ad un uditorio incapace di dissentire o di avanzare anche una lieve critica.
Capitolo XXVIII
Queste sono pagine dedicate dallo scrittore alla descrizione d’una profonda crisi economica e sociale in cui si dibatteva il popolo senza escludere quei ceti che per lungo tempo avevano vissuto dignitosamente e che in quel frangente tentavano di resistere ad una congiuntura negativa che aveva precipitato nella povertà più nera una buona parte della popolazione: gli artigiani, i commercianti, gli addetti nelle case dei signori, gli stessi bravi, i contadini. E ancora una volta il cardinale Borromeo interverrà a lenire le sofferenze materiali e spirituali. Le autorità predisporranno un’assistenza socio sanitaria attrezzando il Lazzaretto a Milano, anche se spesso si mettevano insieme ammalati e disperati e, anche per questo, si rivelava fattore di diffusione delle malattie e quindi di tanti decessi. Era questa la situazione sociale in cui si inserirà l’epidemia di peste del 1630, diffusasi all’interno della guerra dei Trent’anni (1618 – 1648) che incendiò l’Europa e che avrebbe portato alla distruzione dell’Impero germanico dopo la vittoria della Francia, sancita dalla pace di Westfalia.
Capitolo XXIX
Il terrore si diffonde in quella parte d’Italia e in tale situazione si rivelano le caratteristiche umane dei protagonisti della storia, del resto già delineatesi in precedenza. Don Abbondio di fronte al nuovo pericolo della calata dei Lanzichenecchi e poi di una pandemia, non sembra aver cambiato alcuna sua peculiarità, anzi, più di prima pensa a se stesso e non certo al suo “gregge”; il cardinale dedicava agli altri ogni sua energia per mettere in salvo donne, bambini, anziani, soprattutto i più poveri e indifesi; Agnese e Perpetua mostravano più realismo e lucidità nell’agire in quel difficile momento, ma badando comunque al proprio orticello, cercando di salvare il salvabile; l’Innominato continuava, soprattutto in quel frangente a rendere onore al Signore, mettendo a disposizione ogni suo avere, il suo castello, gli uomini rimasti a lui fedeli per difendere tutti coloro che si rifugiavano nella sua casa.
Continua…
[1] Ibidem, pag. 377
[2] Ibidem, pag. 390
[3] Ibidem, pag. 395
[4] Ibidem, pag. 397
[5] Ibidem, pag. 458