di Alfio Pelleriti

Capitolo XXXVI
Renzo, sconvolto eppure rassicurato dai richiami di fra Cristoforo, s’era dato a cercare dentro e fuori il Lazzaretto la sua amata Lucia, senza alcun risultato. Così, inginocchiatosi, alza gli occhi al Cielo e innalza una preghiera; e commenta Manzoni: “Quando fu appiè della cappella, andò a inginocchiarsi sull’ultimo scalino e lì fece a Dio una preghiera… uno di quei discorsi che non li fanno agli uomini, perché non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, né pazienza per ascoltarle, non son grandi abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo.”[1] Come conosce bene gli uomini lo scrittore, e quanta amarezza nel valutare la loro natura, spesso superficiale, insensibile e fortemente egoistica.
E poi il commovente, struggente incontro tra Renzo e Lucia, in quel luogo di dolore fisico e morale. Si rivedono, e ancora i loro cuori palpitano, ancora riprovano quell’affetto forte, quell’amore sincero che provoca alle due anime l’incontro. Anche Lucia, come Renzo, aveva superato la grave malattia e stava lì a soccorrere gli ammalati. Ora per loro si poneva il problema del voto di castità, unico fattore che li separava. Quanto sia conoscitore dell’animo umano Manzoni dimostra con questo stupendo dialogo che lui, poeta, sa ben costruire con un climax che sale vieppiù di livello emozionale ed espressivo, facendo in modo che il lettore partecipi a quella questione delicata, ma per Renzo tanto facile da dirimere, poiché, pensava il giovane, che la Madonna non volesse punto che due giovani innocenti, che nutrivano sincero amore e che volevano costruire famiglia, dovessero stare separati. Non erano di siffatta specie i giuramenti che avrebbe voluto la Madonna, sosteneva Renzo con convinzione. Le spiegazioni, le esortazioni di padre Cristoforo a Lucia e poco prima a Renzo sono esattamente quelle che ciascuno di noi vorrebbe sentire dai sacerdoti, sempre, soprattutto in questo nostro tempo in cui spesso il limite tra sacro e profano si smarrisce e l’individualismo assume forme ambigue per camuffarsi e trarre in inganno. Allora cerca ognuno il proprio pastore per trovare una soluzione, una spiegazione che possa consentire di dare pace alla propria anima. Ma tante volte manca la possibilità stessa di spiegarsi e di farsi intendere, perché di pastori come padre Cristoforo ne sono rimasti pochi, purtroppo.
Queste pagine, queste come tante altre del romanzo, spiegano concetti teologici profondi, a fare intendere che Dio è presente nella storia ma vuole che gli uomini diano il loro contributo con lo studio, col lavoro, con l’impegno quotidiano, usando la ragione ed esercitandosi alla saggezza, altrettanti doni divini da mettere a frutto nel migliore dei modi. E succede che il lettore ha l’impressione di avere davanti nei panni di padre Cristoforo, Francesco d’Assisi, Santa Chiara, Don Milani, Don Gallo, Dietrich Bonhoeffer, Edith Stein, Simone Weil, Pavel Florenskij, Papa Francesco, Enzo Bianchi, Papa Leone XIV, e tutti gli uomini e le donne che sinceramente, convintamente hanno vissuto in coerenza con il Vangelo, con fede chiara, pura, testimoni e servi della Parola e dell’Amore di Dio. Nei Promessi Sposi traspare religiosità viva, intrisa di dolore, di lotta, di sacrifici; c’è la fede che si sostanzia e diventa parola e azione, con la partecipazione individuale alla storia e alle sue tribolazioni. Questa indicata da Manzoni non è fede asfittica, non si risolve in un’attesa passiva, ad aspettare che gli eventi accadano per essere poi salvati dalla “Provvidenza”, come appartenenti ad una casta di fortunati, destinati alla salvezza. Qui c’è l’amore universale: c’è l’amore per il nemico; c’è attivismo consapevole, c’è impegno politico ed etico; ci sono assunzione di responsabilità e atteggiamento critico verso l’organizzazione e la gestione della società. No, non è esatto parlare del romanzo della Provvidenza, come intendevano i nostri nonni e specialmente i nostri maestri, suggerendo quasi di accettare passivamente le ingiustizie, come se l’astensionismo e il rimanere all’esterno, senza partecipare all’agone politico, senza scegliere alcuna bandiera costituissero gli unici e giusti comportamenti per il cristiano.
Capitolo XXXVII
Questo capitolo si apre con Renzo che lascia il Lazzaretto, e mentre è in strada viene interessato da una pioggia, prima rada poi insistente e “Renzo invece di inquietarsene ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel sussurrio, in quel brulichio dell’erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s’era fatto nel suo destino.”[2] Quando uno scrittore è anche un poeta come Manzoni, allora si crea qualcosa che ha un’anima, che pulsa come un cuor giovane. Non solo è garantita una forma espressiva superba, ma questa esprime emozioni, per cui descrizioni come quella riportata sopra, fanno risvegliare in chi legge momenti della sua esistenza in cui si sentiva come Renzo, cioè leggero, felice, la testa sgombra di pensieri, vuota, e il proprio corpo, diventato ipersensibile, riusciva a cogliere un’armonia speciale che lo faceva sentire elemento della Natura, fratello degli alberi, dei fiori, delle formiche; e tutto si ammirava e di tutto ci si meravigliava: si era insomma in estasi.
Poi a quella immagine poetica della pioggia segue un cadere di informazioni, scarne, essenziali come dei fotogrammi, che seguono l’una all’altra, senza alcun commento, solo spazi con dentro gli eventi che chiudono una vicenda umana: padre Cristoforo muore di peste e così donna Prassede; don Ferrante, che ostinatamente aveva negato l’epidemia, muore anche lui dopo il contagio; Lucia rientra in paese dove incontra don Abbondio, rimasto solo dopo la morte di Perpetua, anche lei vittima del contagio.
Capitolo XXXVIII

È il commiato dello scrittore dai lettori: don Abbondio, rassicurato che don Rodrigo è morto, avendone avuto prova, poiché nel suo castello v’era ospite un tale marchese dal comportamento corretto e gentile nei modi, decide finalmente di sposare i due giovani, accompagnati da Agnese e da una vedova con la quale Lucia aveva spartito la capanna all’interno del Lazzaretto. I due sposi abiteranno in un paesino vicino Bergamo e troveranno insieme ad una discreta accoglienza anche motivi per lamentarsi per certe abitudini tipiche della provincia; e infine lo scrittore saluta i lettori con una chiosa alla storia dei Promessi Sposi: “Dopo un lungo dibattere e cercare insieme conclusero che i guai vengono bensì spesso perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di questa storia.”[3]
E anch’io mi concedo dai miei lettori, scusandomi per essermi dilungato alquanto, ma nutrendo la speranza di avere suscitato in alcuno il desiderio di andare a riprendere il romanzo, convinto, come già ho affermato, che Manzoni si rivolge a ciascuno di noi e può certamente aiutarci a trovare una soluzione che a lungo abbiamo cercato, per dare risposte a dubbi che attanagliano, per scoprire percorsi difficili da trovare da soli. Credo che anche questo romanzo, così come i grandi classici della letteratura, possa dare a ciascun lettore un’accettabile risposta alla domanda che prima o poi tutti si pongono su come si è speso il tempo che abbiamo avuto a disposizione per condurre il viaggio nell’esistenza; e magari possa anche fornire qualche suggerimento per aggiustare qualcosa nel nostro “modus vivendi” per rendere giusto onore alla meravigliosa occasione di vivere nel mondo.
Fine
[1] Ibidem, pag. 558
[2] Ibidem, pag. 571
[3] Ibidem, pag. 597