Nella provincia della nostra bella isola.

di Alfio Pelleriti

Per un guasto tecnico al mio computer ieri non ho potuto rispettare l’appuntamento settimanale del mercoledì per la pubblicazione dell’articolo. Mi perdonerete, cari lettori, per il ritardo. Buona lettura.

Le relazioni sociali, man mano che si va avanti con gli anni, si semplificano, cioè, ogni individuo percepisce gli altri connotandoli con personali valutazioni che non prevedono possibili variazioni nel tempo. Col tempo tali giudizi diventano sempre più solidi e immodificabili, e qualificano l’interessato fissandolo come un segno sulla tela. Costui niente potrà fare o dire o creare per disarticolare quel giudizio senza appello, tranciato su un singolo fatto o su una caratteristica del suo fisico o del suo comportamento. La sentenza è stata emessa e benpensanti, amici e conoscenti accolgono il malcapitato sempre col sorriso in bocca anche se per loro conta meno di una foglia secca in autunno, d’un moscerino che invano dietro al vetro cerca di guadagnar l’esterno.

Del resto, “L’inferno sono gli altri” diceva J. P. Sartre, e anche lui aveva colto con tale adagio il rapporto strumentale con cui ciascuno si relaziona agli altri: ognuno ha il proprio progetto di vita che deve soddisfare delle aspettative e dunque si elaborano delle strategie per arrivare allo scopo adoperando tutti i mezzi possibili, e gli “altri” diventano funzionali a tale scopo. Si eviterà poi di esporsi pubblicamente sostenendo una tesi politica precisa, che si connota subito come di destra o di sinistra o di centro, poiché ciò significherebbe alienarsi simpatie nel campo avverso, che potrebbero tornare utili, e dunque non si dichiareranno quali comportamenti o atteggiamenti siano da stigmatizzare o da biasimare: non conviene giocare a fare il capopopolo, né indossare i panni del Savonarola.

Succede ancora che le debolezze, le incertezze, o le intemperanze costituiranno le “sintesi” con cui gli altri ti ricorderanno e non potrai far nulla per cancellare quella tua “caduta”, quell’errore commesso da giovane, da adolescente, perfino da bambino. Magari quell’errore non è stato commesso da te ma da tuo padre, o da tua madre, da tua moglie, o da tuo figlio. Non importa, una parte importante di responsabilità graverà per sempre su di te e sarai ricordato in prima istanza per il tuo passo falso; e non importa se sarai diventato un musicista, uno scrittore, un pittore apprezzato, un giudice o un bravo chirurgo. Il gruppo che hai frequentato saprà “sinteticamente” definirti o additarti come il protagonista di quell’episodio che, nel tempo, acquisterà il valore di un tabù infranto e la colpa ti graverà sempre e si depositerà nelle profondità del tuo inconscio condizionando la tua vita. Quei testimoni che hanno assistito alla tua “deviazione”, all’infrazione della regola sociale, non potrai rimproverarli di nulla poiché di quella tua “colpa” non ti hanno mai parlato; hanno soltanto riso tra di loro alla tua venuta senza un’apparente ragione; hanno all’improvviso usato un sarcastico vezzeggiativo per chiamarti. Insomma, porterai uno stigma a vita e anche dopo la morte. Questa è la giustizia degli uomini! Su tale substrato melmoso spesso poggiano valori tanto osannati: amicizia, lealtà, sincerità, solidarietà. La giustizia dell’uomo spesso equivale a falsità! Ed è per tale ragione che la speranza autentica non nell’uomo va ricercata ma in Dio. In Dio che è “Totalmente Altro” rispetto all’uomo. In Dio, in cui risiede la giustizia vera e l’unica sapienza. Se si coglie tale alterità irrimediabile, insuperabile, allora l’uomo saprà affrontare l’ingiustizia dei suoi simili senza cadere nell’angoscia, senza scegliere l’eremitaggio, ma la socialità, seppure con le cadute e le disillusioni ad essa connesse. In fondo anche Gesù dai suoi compaesani veniva sbrigativamente additato come “il figlio di Giuseppe, il falegname”, e quella indicazione, quella precisazione, assumeva valore metacomunicativo; portava seco un giudizio di valore, pur registrando semplicemente il lavoro svolto da Giuseppe a Nazareth.

Tutto questo avviene soprattutto nella provincia, nei piccoli centri dove i fatti culturali girano poco o passano veloci senza lasciare traccia nei cuori o nelle menti di chi cura soltanto le sue abitudini, ripetute ogni giorno, sempre uguali, tendenti a sostenere le difese o a consolidare gli argini di un Ego fragile che potrebbe crollare o svaporare in poco tempo. E si consuma la vita, giorno dopo giorno, ripetendo le identiche parole, gli stessi comportamenti, animandosi solo per sostenere opinioni altrui orecchiate in TV o lette su un giornale d’area politica dove la verità la si piega a ragioni di partito o di consorteria. In provincia non ci si vuole informare sui fatti nazionali o internazionali, leggendo dei commenti scritti sui giornali da professionisti seri e di indubbia qualità e non pennivendoli che spacciano per informazione la loro propaganda di bassa lega.

In provincia, insomma, c’è posto solo per chi non si pone domande, accetta l’opinione comune e sta bene all’interno della massa acefala che sorride ai potenti e guarda in cagnesco i poveri diavoli. Molti, del resto, non sono mai entrati in un teatro di prosa, nè hanno speso qualche risparmio per l’acquisto di un libro, nè lo hanno preso in prestito in biblioteca. In provincia il tempo lo si “ammazza” non lo si impiega, né lo si vive con impegno e serietà, per cui il divertissement, il gioco, l’avere la battuta facile, quella crassa, da taverna, quella del sarcasmo vile che spinge al ghigno volgare, diventano modalità essenziali con cui si cerca disperatamente di trascorrere il tempo. Come? Scarnificando chi è assente, l’amico ignaro che di te si fida e che per questo ne conosci le debolezze, quelle stesse che rivelate al gruppo ti consentono d’elevarti a giudice, a saggio, ad acculturato. Questa è l’umanità ipocrita e mediocre che se potesse scannerebbe i giusti, gli artisti e i poeti. Un’umanità che non conosce cosa sia la compassione, per cui di Gesù Cristo se ne impipa e lo ricorda soltanto la domenica: pazienza, andrà a Messa, ad annoiarsi e ad assolvere a un dovere, ma a pranzo si riempirà la panza e berrà del vino forte, e a Natale e a Pasqua, e alla festa del Patrono mangerà fino a scoppiare.

Non c’è amore cristiano qui in provincia. No! C’è imbarbarimento che cresce a dismisura coll’avanzare dell’età, poiché gli anni non portano saggezza ma avviano alla follia, al “cupio dissolvi”, all’egocentrismo patologico e alla cattiveria. Ed ecco il dilemma: cosa fare degli altri? Non considerarli, tirando dritto e vivendo chiusi nel proprio guscio, rintanati in una torre d’avorio? Si dovrebbe rinnegare la propria natura di animale socievole, evitando gli altri e votandosi ad una altezzosità superba? Oppure, ecco, reagire e rinunciare alla difesa del proprio Ego, della propria storia individuale e aprirsi sempre e comunque agli altri, sperando con tale scelta di rendersi accettabili, se non proprio simpatici? Oppure, ancora, selezionare le conoscenze eliminando, come giudice inflessibile, certa umanità ritenuta non degna d’essere frequentata e a questa mostrarsi neghittosi, avendo di costoro sempre presente i limiti e gli errori commessi?

Una soluzione la indica Sant’Agostino, il quale afferma che le confessioni personali agli altri possono dare frutti a chi le fa e a chi le riceve se sono concepite come frutto della carità di Dio. Chi vive dell’Amore del Signore, cioè, risulta avere una sostanza vivificata dallo Spirito di Dio. Dunque, quando ci si confida con gli altri, lo si fa non per rendere onore a se stessi, non per vantarsi, ma per rendere onore a Dio; per dare testimonianza agli altri, così che, dalle proprie confidenze, chi ascolta possa trarne giovamento e arricchirsi dell’Amore del Signore di cui si sceglie di divenire veicolo comunicativo di quell’Amore che contagia le anime col suo soffio speciale, unico. Ecco allora che la propria vita viene messa a disposizione degli altri. Si dice che ci si “apre” agli altri, o meglio, ai “fratelli”, donando la Luce che sta dentro il proprio cuore. Certo mi ascolterà soltanto chi ha “orecchie per intendere”, altri resteranno sordi e muti, o sbadiglieranno fingendo d’essere annoiati o distratti; oppure opporranno un rifiuto superbo al mio dire. Allora sarebbe meglio cercare i semplici e i puri di cuore che certamente ti ascolteranno con gioia e con interesse. E a proposito di carità, è importante sottolineare che essa, per suo statuto, deve innanzitutto essere praticata; essa aborre le chiacchiere e preferisce il silenzio, aspettando i fatti.


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