I Promessi Sposi, VI Parte – La peste del 1630: la compassione e la fede in Dio.

di Alfio Pelleriti

Capitolo XXX

Don Abbondio invoca il “Cielo”, ma nelle sue labbra le parole suonano come una bestemmia, poiché anche in questo frangente resta un grande egoista, un campione di viltà, capace di barattare la vita di tanti innocenti per la sua, senza provare rimorso alcuno, senza che qualche dubbio lo sfiori. E Manzoni non lesina di sottolineare la sua mancanza di umanità e la sua miserabile esistenza priva di qualsiasi valore morale ed etico. Certamente è lui il personaggio più negativo del romanzo, che si lamenta perfino di chi lo aveva accolto nella sua casa per salvarlo dal pericolo dei Lanzichenecchi che depredavano e uccidevano, non provando un minimo di gratitudine per l’ospitalità concessagli dall’Innominato, anzi lamentandosi del fatto di avere schierato uomini armati in difesa sua e degli altri: “Oh povero me! Basta, vedrò se ci sarà maniera di mettersi in salvo su per queste balze. In una battaglia non mi ci colgono!” – e poi rivolto a Perpetua – “Zitta! E badate bene di non riportare questi discorsi. Ricordatevi che qui bisogna far sempre viso ridente, e approvare tutto quello che si vede.”[1]

Capitolo XXXI – La peste

LA PESTE DEL 1630 A MILANO
Immagine generata con l’AI

È inevitabile leggendo queste prime pagine dedicate all’epidemia di peste che si propagò in Milano e nel Settentrione d’Italia tra il 1629 e il 1633, evidenziare come tutte le epidemie provochino le medesime reazioni negli individui interessati: molti negano l’evidenza o deridono esperti e ricercatori, ai consigli dei quali preferiscono dar seguito ai “sentito dire” della piazza o della taverna. Manzoni scrisse nel 1827 e cita come fonte autorevole il Ripamonti, per descrivere tali comportamenti negazionisti e subito viene in mente la stessa reazione verificatesi durante l’ultima epidemia che ha interessato tutti i continenti, compreso l’avanzato e ricco Occidente, compresa la nostra Italia: l’epidemia di Covid 19. Ancora oggi, dopo i milioni di decessi accertati (oltre 7 milioni di casi accertati nel mondo), la teoria negazionista registra tanti fautori. Dice Manzoni: “La radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento. Molti medici facendo eco alla voce del popolo deridevano gli auguri sinistri; gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevano pronti nomi di malattie comuni per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare… non si denunziavano gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti con danari.”[2] Di tale ignoranza, spesso cercata per addolcire una realtà troppo tragica, fu conseguenza la convinzione che la peste, ormai sotto gli occhi di tutti, fosse causata dagli untori, non già dal bacillo diffuso dal batterio presente nei roditori e nelle pulci che facevano da vettori, né dagli assembramenti e dalla mancanza d’igiene.

Capitolo XXXII

Viene riportata la cronaca relativa alla diffusione dell’epidemia e delle misure per poterla tamponare, come la riapertura del Lazzaretto a Milano, affidato ai monaci benedettini e allo stesso cardinale Borromeo che, anche in tale congiuntura, si spese totalmente in favore degli ammalati. Sono anche citati i numerosi processi intentati contro i monatti che, profittando del compito di prelevare dalle loro case i moribondi, si davano a ruberie, a estorsioni e minacce nei confronti dei sopravvissuti.

Capitolo XXXIII

Spesso succede che i potenti, i superbi, i ricchi, coloro che si sentono d’una spanna superiori agli altri, pensano di non avere quel limite che è comune agli esseri umani, cioè la morte. E anche nel tragico frangente d’una epidemia, credono ch’essa riguardi gli altri, gli “inferiori”. E infatti fu lo stupore il sentimento che colpì don Rodrigo, insieme al terrore d’essere anche lui vittima del contagio di peste, così come era da poco successo al cugino Attilio. E proprio per ricordarlo la notte prima s’era intrattenuto con amici, parenti e compagni di baldoria, non certo esternando parole di pietà ma con sentimenti e atteggiamenti di distacco emotivo ed ironia arrogante e ottusa. E ora, davanti al Griso che si teneva da lui a distanza, constatava che non era il vino bevuto in compagnia la causa del suo malessere ma quel bubbone sotto l’ascella, rosso, evidente, minaccioso, dolente, rivelatore che anche lui come già altri era un appestato: “L’uomo si vide perduto: il terrore della morte l’invase… sentiva i suoi pensieri confondersi e oscurarsi.” In poche pagine si conclude la tragedia di un uomo ch’era stato potente e che ebbe il tempo, mentre era portato via dai monatti, di capire che era stato tradito dal Griso che, anziché chiamare il medico per il suo padrone, aveva chiamato i becchini, e con lui lì presente e cosciente del suo tradimento, lo derubava insieme ai monatti del denaro e di qualche altro prezioso oggetto. Anche lui, tuttavia, dopo qualche giorno patirà la stessa sorte del padrone che con cinismo aveva tradito.

Nello stesso capitolo, tuttavia, non ci sono descritte solo disgrazie, ma qualche luce fa capolino: si riparla infatti di Renzo, che in quella tempesta vi s’era trovato ed era stato contagiato dal morbo e tuttavia, dopo alcuni giorni, ne era venuto fuori riprendendo le forze e decidendo di fare ritorno al suo paese. Lì arrivato incontrò don Abbondio, ch’era più in ansia di prima, soprattutto dopo la morte di Perpetua, contagiata anche lei. Si risolse dunque di recarsi a Milano per cercare Lucia, ospite ancora di Don Ferrante.

Capitolo XXXV

Renzo si mette in cerca di Lucia e seguendo l’indicazione datagli in casa di donna Prassede, si reca al Lazzaretto, dove si trova di fronte a migliaia di moribondi, a donne che, prive di forze, affidano i loro bambini a balie che, avvalendosi di capre, cercano di sfamarli. E mentre si aggira tra le stanze e le capanne costruite intorno alla struttura, incontra fra Cristoforo, intento a dare soccorso ai sofferenti. Renzo racconta al frate le sue disavventure, fino all’ultima fase del suo tentativo di rivedere Lucia e c’è spazio e modo per Manzoni per scolpire la figura di padre Cristoforo e del modo in cui vive il messaggio evangelico, con coerenza, con profondità, con attiva partecipazione, con carità e amore. “Sciagurato” – apostrofa Renzo, quando gli confida l’intenzione di fare giustizia di don Rodrigo, se la peste non l’abbia già fatta. Egli non sopporta che Renzo ardisca di parlare di vendetta in quel luogo di dolore, lì dove si invoca il nome di Dio per avere consolazione, lì dove la carità cristiana diventa azione concreta, e dunque quel richiamo alla vendetta è insopportabile alle sue orecchie. “Tu hai la tua vendetta in cuore: che vuoi da me? Vattene. Ne ho visti morire qui degli offesi che perdonavano degli offensori che gemevano di non potersi umiliare davanti all’offeso: ho pianto con gli uni e con gli altri, ma con te che ho da fare? Tieni per conto che tutto sarà castigo finché tu non abbia ponderato in maniera da non poter mai più dire: io gli perdono!”[3]

Quanta verità, quanto spirito religioso, quanta fede in Dio emergono in questo dialogo! Altro che affermare che questo è il romanzo dove protagonista è la Provvidenza! No, questo è il romanzo della Speranza e del Rinnovamento spirituale, della Compassione e della possibilità della Conversione cristiana. È il romanzo dove Manzoni rivela una sensibilità e un’intelligenza non comuni nell’analizzare la storia senza escludere il sentimento religioso, senza escludere l’azione di Dio sulla storia; di Dio che diventa origine e meta delle azioni umane; di una storia dove il sentimento dell’amore, anche e soprattutto verso i nemici, diventa protagonista assoluto. E fra Cristoforo conduce poi Renzo davanti al suo nemico, innanzi a don Rodrigo: “Stava l’infelice, immoto, spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra; l’avreste detto il viso d’un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace. Il petto si sollevava di quanto in quanto con un respiro affannoso… forse la salvezza di quest’uomo e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento di perdono, di compassione… d’amore!”[4]

Continua…


[1] Ibidem, pag.463

[2] Ibidem, pag. 479

[3] Ibidem, pag. 552

[4] Ibidem, pag. 553


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