di Alfio Pelleriti

Capitolo XV
Siamo ancora con Renzo, precipitato nelle maglie della giustizia. Il notaio di giustizia, informato dal suo infiltrato che con lui s’era accompagnato, s’era presentato di buon mattino per arrestarlo e tradurlo in carcere. Tuttavia l’operazione non era delle più semplici, perché si doveva attraversare la piazza antistante ancora occupata da crocchi che aspettavano l’evolversi dei fatti. Manzoni dosa i toni delle descrizioni per sottolineare la preoccupazione dei gendarmi di attraversare, insieme al prigioniero in manette, quella piazza già tumultuante e pronta a rinfocolarsi alla minima occasione. Dall’ironia si passa alla satira e allo sberleffo nei confronti di coloro che normalmente esercitavano il loro ruolo di custodi dell’ordine con arroganza, e che in quella occasione, con gesti e con parole, dovevano fare buon viso a cattivo gioco. Renzo, avendo smaltito i fumi dell’alcool ingurgitato la sera prima, capisce, buon per lui, la situazione favorevole e può sfruttarla cavandosi d’impiccio; chiede aiuto a chi ancora ha in animo di perseguire giustizia contro gli affamatori del popolo e viene liberato da quegli “angeli custodi” falsi e bugiardi.
Capitolo XVII
Manzoni sta accanto al suo protagonista che, da solo, dopo aver rischiato tanto, deve guadagnare il suo avvenire e intanto dovrà passare la notte vagando in cerca della riva dell’Adda. La trova poi e l’attraversa grazie alla fortuna d’imbattersi in un barcaiolo e là, nell’altra riva, subito s’avvede d’essere proprio arrivato alla meta ambita, Bergamo. Un capitolo pieno di stupende, poetiche descrizioni che stanno in perfetta armonia con i sentimenti, finalmente sereni, di Renzo, dopo essere stato preda d’una frenesia alquanto infantile, così che l’autore, sapientemente dosa verso il suo personaggio il distacco del saggio con il ricorso all’ironia e al rimbrotto, per poi, infine, stare con lui rincuorandolo, rimasto solo mentre vaga, in terra straniera, stanco e smarrito. E la fortuna sorride, dunque, al nostro protagonista, perché, proprio imbattendosi nel primo opificio, incontra suo cugino Bartolo, che lo accoglie, lo rincuora e lo rassicura mettendogli intanto a disposizione quanto gli potrà occorrere.
Capitolo XVIII
Nel capitolo, quasi di passaggio, si dà un po’ di spazio ai cattivi della storia: ad Attilio e al conte zio, al quale spettava la responsabilità dell’amministrazione di quelle terre e della giustizia in particolare, e che invece si limitava ad un formalismo vuoto e inane e ad un tracotante uso del potere, per portare a proprio vantaggio ogni evento, risolvendosi nel punire i giusti e nel premiare i violenti, gli arroganti e i delinquenti. In tale “arte” si distingueva il conte zio, principe dei gaglioffi, il “mafioso” di fronte al quale si inchinano i piccoli e grandi malfattori, in ragione della sua forza, della sua crudeltà, della sua assenza di pietà. “Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; essere arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare, essere temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costoro.”[2]
Capitolo XX
Si delinea qui la figura dell’innominato, un personaggio negativo, certo, ma che dopo aver inanellato una lunga serie di crimini che lo avevano portato ad occupare la vetta della graduatoria dei fuorilegge più violenti, proprio nell’assolvere l’incarico di rapire Lucia, in combutta con Egidio, amante di Gertrude, cui era stata affidata la giovane, prova un rimorso acuto e profondo per quella sua vita condotta all’insegna della immoralità e dell’egoismo. Una luce si era accesa in fondo al suo cuore, che lui ancora contrasta, cerca di spegnere, ma che tende tuttavia a farsi strada e ad emergere indicandogli altre mete, altri strumenti per condurre la sua vita.
Capitolo XXI
Sono queste le pagine più drammatiche del romanzo, che riguardano ciò che può accadere nelle profondità dell’animo umano, quando d’un tratto la Verità impone che si faccia un passo avanti e che non si profferisca una sillaba e si cade, senza forze, in ginocchio, mani giunte, capo abbassato, volto rigato dalle lacrime; e in un istante si vede scorrere il proprio passato e subito dopo, a quel nuovo presente si dedica solo un “Sì, mio Dio! Sono qui! Perdono, perdono, mio Signore!” Così Lucia, innanzi all’innominato, diventa strumento di redenzione per un uomo che aveva avuto il cuore sempre chiuso alla pietà; che aveva avuto tanti nemici e tutti, con coraggio, con astuzia e determinazione li aveva sconfitti, ma di fronte a quella fanciulla indifesa, fragile, piangente, che lo implorava in nome di Dio, il suo cuore viene scardinato e ogni sua resistenza viene abbattuta, e qualche cosa di appena avvertito nel recente passato ora, prepotentemente, si fa strada nel suo cuore e nella sua mente. È il dramma di un uomo che avverte dentro di sé il calore della Verità, della Giustizia, della Bellezza, e apre gli occhi sul senso vero dell’essere nel mondo: l’innominato davanti a Lucia piangente nasce a nuova vita. “Se lei non mi fa questa carità me la farà il Signore: mi farà morire e per me sarà finita; ma lei!… Forse un giorno anche lei…ma no, no; pregherò sempre io il Signore che la preservi da ogni male. Cosa le costa dire una parola? Se provasse lei a patir queste pene…! – “Via, fatevi coraggio” – interruppe l’Innominato, con una dolcezza che fece trasecolare la vecchia – “V’ho fatto nessun male? V’ho minacciata?”[3] E mi chiedo se, forse, da studente, al liceo, ero assente quel giorno e non ho ascoltato la mia prof, perché non ho memoria di queste stupende pagine che certamente un insegnante avrebbe dovuto leggere e rileggere ai suoi studenti e commentare poi, magari con le lacrime agli occhi! Sì, proprio lì, davanti ai suoi studenti, facendo così apprezzare la magia, la grandezza della letteratura e di come, davanti ad una pagina siffatta si può capire l’uomo, la vita, le contraddizioni e le speranze che attraversano i cuori degli uomini.

Capitolo XXII
Sequenza dedicata al cardinale Federigo Borromeo ch’era arrivato in visita proprio nel territorio in cui si trovava il castello dell’Innominato, così che costui, dopo essersi accertato che Lucia stava bene, si recò a far visita al cardinale, solo, senza i suoi bravi, poiché voleva al cardinale rimettere in confessione la sua crisi esistenziale e il suo continuo turbamento, al quale non sapeva come porre rimedio.
Capitolo XXIII
Altre stupende pagine in questa sequenza narrativa dedicata all’incontro di un grande peccatore e di un cardinale che era un autentico servo del Signore e grande Pastore del suo gregge. E io, povero lettore, ammutolisco leggendo tali pagine che, dal romanzo, si elevano e raggiungono le vette del trattato teologico, perché indicano ai lettori d’ogni tempo quale atteggiamento conviene che i pastori della Chiesa tengano con le proprie pecorelle. Queste pagine ricordano che definirsi “cristiano” significa assumersi una grande responsabilità: significa amare il prossimo, specialmente i più deboli, quelli con la testa dura, i peccatori, e poi quelli di cui nessuno si prende cura: i malati mentali, coloro che sono soli e isolati, i poveri, gli immigrati, i disperati. A un imperativo categorico il cristiano dovrebbe rispondere sempre: “Ama il prossimo tuo come te stesso e trova in te la forza di includere anche i tuoi nemici, cioè coloro che, senza alcun motivo, ti hanno tradito contro ogni logica, per invidia o gelosia”. È difficile se non sei un santo o un martire essere cristiano. Facile è invece dichiararsi tale e rimanere quello di prima, con l’astio e l’arroganza nel cuore; avendo in gran disdegno tutti coloro che ti stanno accanto perché di te stesso ti nutri, e il tuo ego basta a sé stesso. Il cardinale Borromeo spalanca le sue braccia e accoglie un assassino, uno scarto dell’umanità, toccato da Dio e dunque posto in un percorso di redenzione. Ciò è colto dal cardinale ed egli è lì a completare la volontà di Dio, che tutto sa e tutto compie. “E i suoi occhi, che dall’infanzia più non conoscevano le lacrime, si gonfiarono; si coprì il viso con le mani e diede in un pianto dirotto, che fu come l’ultima e chiara risposta.”[4]
L’uomo che non avvertirà la gioia della presenza di Dio, pur avendo il frutto del suo miracolo avanti agli occhi è don Abbondio. La sua viltà, la sua pochezza umana e spirituale non gli permettono d’alzarsi, seppur di poco, dalla sua dimensione egoistica, per cui gli risultano incomprensibili i gesti del cardinale e non nutre certezze nei cambiamenti dell’Innominato, non vede insomma alcun miracolo e nessuna opera di Dio nella storia. Egli non prova nessuna gioia, se non la solita preoccupazione per la sua miserabile esistenza, e ancora lo attanaglia la paura per sé stesso. Così come s’era deciso tra il cardinale e l’Innominato, sono al cospetto di Lucia per liberarla e consegnarla a don Abbondio e a una donna di fiducia perché la portino, sana e salva, al suo paese, da sua madre Agnese.
Continua…
[1] Ibidem, pag. 278
[2] Ibidem, pag. 308
[3] Ibidem, pag. 328
[4] Ibidem, pag. 352