di Alfio Pelleriti

Capitolo VI
Quante volte, trovandoci a discutere con conoscenti e amici, stiamo ben attenti alle parole usate dai nostri interlocutori per poter rispondere con arguzia, scegliendo termini taglienti, apparentemente ironici, in realtà in difesa del nostro Io. Insomma ci mettiamo in atteggiamento di attacco per mostrare quanto noi siamo intelligenti e quanto gli altri siano stati poco accorti a confliggere con noi. Fra Cristoforo voleva rispondere per le rime all’arrogante e offensivo don Rodrigo, ma per il bene dei due ragazzi, non reagiva agli attacchi. Ma quando l’ardire andò oltre misura divenendo insopportabile, egli rispose senza alcun timore, come gli sapeva dettare la sua natura coraggiosa e impavida.
Intanto la storia, nonostante i tentativi dei nostri “eroi” di trovare finalmente una soluzione per il tanto desiderato matrimonio, si complica, poiché spesso le persone umili avversano le “complicazioni” delle persone istruite e dunque cercano le vie più corte, le scorciatoie, e credono così tanto nei loro piani da irridere leggi, consuetudini, regole, per seguire invece quelle suggerite dalla loro furbizia: così Agnese suggerisce ai due giovani di presentarsi innanzi a don Abbondio con due testimoni, e lì, in sua presenza pronunciare la formula di rito e, finalmente, il matrimonio sarebbe stato valido, saltando a piè pari l’intervento di fra Cristoforo che, quello sì, secondo l’opinione di Agnese, avrebbe complicato ogni cosa. Anche questo tentativo, alquanto ingenuo, di risolvere un problema per le vie più brevi, sembra una di quelle soluzioni che il popolo sembra prediligere perché sembra lì, a portata di mano; e dunque, perché non tentare lasciando perdere le vie più lunghe degli addetti ai lavori: giuristi, filosofi, teologi, scienziati? Proprio contro tali “complicazioni” di scienziati e ricercatori, anche nella nostra epoca, si è assistito a vere e proprie campagne antiscientifiche e alla diffusione di teorie complottistiche o negazioniste. Agnese, dunque, era certa che la sua soluzione fosse la migliore possibile perché rispondeva al senso cmune e si presentava come la più semplice e ovvia. I fatti non le daranno ragione.
Capitolo VII
Questo settimo capitolo si apre con don Rodrigo che, lasciato andare padre Cristoforo, passeggia solo nella sua stanza di rappresentanza arredata con i ritratti di famiglia risalenti a varie generazioni. Le descrizioni sono volutamente particolareggiate ad indicare la boria sesquipedale di ognuno degli avi: vi era il guerriero, il magistrato, e “una matrona, timore delle sue cameriere; di là un abate, terrore dei suoi monaci.”[1]. Un ordito speciale e raro è quello che prepara lo scrittore che lavora di cesello perché infine tutti i pezzi stiano tra loro in armonia, lì nel mosaico: Agnese, Lucia, Renzo e i testimoni si presentano a sera inoltrata, passando per campi ed orti, in casa di don Abbondio, per cercare di metterlo nel sacco insieme a Perpetua. Tuttavia anche don Rodrigo si muove, avendo dato mandato al Griso, capo dei suoi bravi, di prepararsi all’azione per rapire Lucia e portarla da lui nel suo palazzo.
Capitolo VIII
È il momento in cui il lettore sente di trovarsi dentro un film in cui l’azione, con i suoi continui colpi di scena, pone al cuore e alla mente degli ostacoli da superare, per cui si teme di non potere più rientrare nella solita calma, nella quiete della vita consueta. Eppure quella tensione emotiva non puoi considerarla “dolore”, né un’ansia, anzi quei momenti sono avvertiti come “belli” e si vuol restare ancora in quel lieto, interessante “soffrire”. Manzoni, tuttavia, non lascia solo il suo lettore e si comporta come il nonno che, arrivato nel suo racconto a porgere al nipotino elementi troppo forti, che rischiano di sconvolgere la mente del piccolo, attenua il tono drammatico con un suo lieve sorriso o con un rimando ad immagini liete, tranquille. Lo scrittore prende quasi per mano il lettore e lo conduce lì, nella notte, in casa di don Abbondio, dove l’incauta Agnese aveva convenuto di recarsi al tramonto con i due promessi sposi, due testimoni, Tonio e Gervaso, suo fratello, e lì, d’un tratto, avrebbero pronunciato le formule di rito, avendo con una scusa attirato sulla scena don Abbondio.
Capitolo XI
È un capitolo questo che serve allo scrittore per fare il punto della situazione venutasi a creare dopo i due fallimenti che s’erano verificati: quello del piano di Agnese e il tentativo di Griso di rapire Lucia, andato a vuoto perché la vittima non era in casa. Don Rodrigo prepara un altro piano i cui strumenti sarebbero stati l’uso della forza ma anche le sue conoscenze politiche e degli alti funzionari allo scopo di tenere lontano Renzo. Quest’ultimo, giunto a Milano dalla parte orientale della città, si trova nel bel mezzo di una sommossa popolare che culmina con l’assalto ai forni.

Capitolo XIII
Renzo annaspa dentro un mare che non è il suo. È incuriosito dal comportamento di uomini come lui, ma profondamente diversi per temperamento e convinzioni. E poi è attirato e insieme impaurito dalla folla, da tutto quel gran numero di uomini, donne, ragazzetti vocianti, tumultuanti, protagonisti di eventi che potevano volgere al dramma o alla pacificazione. In quei frangenti gli individui contavano davvero poco, mentre contava molto la passionalità fino alla veemenza, l’emozione, la causalità; una condizione in cui la forza e il potere poggiavano sul consenso delle moltitudini e che queste ultime potevano essere facilmente imbrogliate, eterodirette, così come un adulto può guidare facilmente un bambino incutendogli paura o invece, blandendolo con promesse, illudendolo con piccoli, insignificanti doni.
Capitolo XIV
Propendo a considerare questa sequenza del romanzo una “digressione” dello scrittore, quasi un concedersi una pausa per poter stare lì a giocare un po’ col suo Renzo Tramaglino, che già ha dimostrato d’essere una testa calda e di darsi spesso a quanto gli suggerisce l’istinto piuttosto che la ragione. Egli vive quella tumultuosa giornata durante la quale si verifica un’inversione nel modo in cui vanno a riporsi uomini e cose, tanto che i garzoni sembrano trasformarsi in padroni e gli uomini potenti che, di solito, si lasciano guidare dai loro istinti, per prudenza o per paura, si trasformano in uomini prudenti, comprensivi delle disgrazie altrui, e perfino di quelle del volgo che di solito viene da costoro paragonato per importanza a quella d’un insetto o d’una mosca o d’una impertinente fastidiosa zanzara.
Manzoni si lascia andare col suo Renzo e il lettore si preoccupa che lui vada così oltre con le parole, dispiegate senza alcun filtro, tanto da tralasciare la necessaria prudenza, proprio in un’osteria d’infimo ordine e accompagnandosi con un “birro” travestito da popolano; e intanto al tavolo tracanna vino, scolandosene un fiasco, per passare al secondo, e dunque comincia a parlare e a straparlare senza alcun freno inibitorio. Ma in fondo, lo scrittore, mette in luce l’umanità semplice e genuina di Renzo, incapace d’essere prudente, così come tanti giovani che pensano che coloro che ti prestano attenzione mentre parli già per questo ti vogliono bene. E dunque, con Manzoni ridiamo di Renzo e compatiamolo e preoccupiamoci insieme.
Continua…
[1] Ibidem, pag. 124
[2] Ibidem, pag. 144
[3] Ibidem, pag. 225