di Alfio Pelleriti
Capitolo II

Ironia e satira ma anche attenzione e comprensione, pietà da parte dello scrittore nei confronti di don Abbondio, incapace di richiamarsi al Vangelo e ai suoi doveri di Pastore davanti ad una realtà chiara: ha davanti un innocente, vittima dell’arroganza di un potente e, tremante di paura, guadagna tempo con Renzo per non celebrare quel sacramento ch’era suo dovere onorare.
Cosa si nota in questo secondo capitolo? Intanto la sapienza e l’arte della narrazione di Manzoni che, attraverso poche descrizioni e altrettanti essenziali dialoghi, mette a fuoco due personalità, due mondi che si contrappongono: quello del prete e quello del giovane, del primo si è già detto della sua inettitudine a svolgere il ruolo cui è chiamato a rispondere, dell’altro emergono la genuinità, l’intelligenza e la virtù di scandalizzarsi di fronte al tradimento della Giustizia e della Verità. Renzo, tuttavia, capisce che dovrà riflettere, pensare al da farsi, insieme a Lucia, sua promessa sposa, evitando d’essere avventati, consapevoli che non potranno contare su don Abbondio che di coraggio per affrontare quella situazione non ne possiede neanche un briciolo.
Capitolo III
Lucia rivela l’arcano legato alla minaccia ricevuta da don Abbondio: don Rodrigo aveva notato Lucia e aveva tentato di circuirla; lei mette al corrente sia la madre Agnese che Renzo, il quale rivela tutto a fra Cristoforo in confessione, che consiglia di affrettare il matrimonio. Tuttavia Agnese prospetta una soluzione diversa: avrebbero chiesto consiglio al dottor Azzeccagarbugli andando a trovarlo nel suo ufficio a Lecco. Vi si sarebbe recato Renzo portando seco quattro capponi, così come usava quando ci si presentava ad un uomo di legge.
Agnese è preoccupata e tuttavia non si lascia sopraffare dalle emozioni, così che cerca di rimanere lucida per poter essere d’aiuto alla figlia, avendo già percepito la gravità dell’accaduto, poiché chi aveva notato la figlia era un uomo potente e senza scrupoli, né morali né religiosi, e dunque era un pericolo per tutti loro, da cui solo una fuga ben organizzata avrebbe potuto, forse, salvarli.
Il dialogo tra l’avvocato e Renzo rivela non solo l’originalità del testo che si presenta come un “unicum” che accoglie al suo interno diversi aspetti tipici di altri generi come la tragedia, la commedia, il saggio psicologico o filosofico, dando piacevolezza, eleganza, levità al racconto; inoltre, I Promessi Sposi rappresentano un’opera straordinariamente moderna e classica insieme. Manzoni si muove come un provetto regista teatrale e certamente avrebbe vestito i panni anche del cineasta, poiché attento ai particolari, ai movimenti, ai dialoghi dei suoi personaggi, utili per mettere in evidenza caratteristiche della loro personalità, delle loro ugge, delle loro debolezze e paure. La sequenza del dialogo tra l’avvocato e Renzo sarebbe tutta da citare. Non è possibile qui, ma almeno qualche battuta rimasta famosa, utile per indicare una tendenza, una prassi consolidata, una debolezza mal sopportata: “all’avvocato bisogna raccontare le cose chiare a noi tocca poi imbrogliarle” – dice Azzeccagarbugli, aggiungendo: “se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito.”[1] Poi il sorriso del lettore si muta, scompare e cede all’apprensione, alla rabbia, quando nell’avvocato si fa strada la falsità, la codardia e il disprezzo per la giustizia che dovrebbe difendere e che, invece, per viltà, si schiera col prepotente e caccia via il più debole Renzo, dopo avergli restituito i capponi, a suggellare la sua scelta pilatesca: “io non c’entro, me ne lavo le mani!” precisò infatti.

Capitolo IV
L’apertura è una descrizione dei campi che s’affacciavano sull’Adda e sulla strada che da Lecco portava a Bergamo, lì dove si trovava il convento dei cappuccini, e dove viveva Padre Cristoforo, che attendeva la visita di Renzo. Una descrizione poetica e struggente insieme. Uomini e donne lo punteggiano, ma non appartengono ai ceti agiati, sono poveri contadini, mendicanti, e poi lo scrittore focalizza l’attenzione su una giovinetta che, dice il Nostro, ruba un po’ d’erba al pascolo della “vaccherella magra stecchita” che tiene per la corda. E aggiunge Manzoni che tali spettacoli accrescevano la mestizia del frate. Mi ha colpito molto tale descrizione dell’ambiente e dell’umore del frate che non piega a quell’allegria di cui frequentemente sento parlare ascoltando qualche omelia domenicale che si riferisce all’amore di Gesù che, se si coltiva nel nostro cuore, deve, quasi automaticamente, apparire nel nostro volto. Questo rimando all’allegria (in particolare quella salesiana) mi ha sempre fatto pensare a me stesso come a chi non riesce a cogliere l’essenza del cristianesimo poiché il modo di approcciarmi al reale è tutt’altro che allegro, e di rimando, la realtà sempre meno elementi ci fornisce per potere essere allegri. Ben altra cosa è la gioia lieve che provo quando mi accosto all’altare per aprirmi a Gesù con l’Eucarestia; ma è una gioia che provoca commozione e muove al pianto, poiché avverto in quel momento la responsabilità che mi assumo aprendomi a Cristo e alla sua Parola. Ho assunto un impegno in quel momento con Dio e dovrò fare le mie scelte di vita rispettando i fratelli, accogliendoli, ascoltandoli, dimenticando il mio ego; e non dovrò fare eccezioni quando parlerò di fratelli, poiché dentro quel termine ci sono gli immigrati, gli omosessuali, i neri, i musulmani, coloro che mi hanno offeso. Se mi accosto all’Eucarestia non giustificherò chi uccide, chi ruba, chi tradisce le regole dello Stato se esse sono state approvate democraticamente dalla maggioranza del popolo e ritenute dunque giuste, e non potrò giustificare chi non paga le tasse o chi esercita il potere per il proprio tornaconto personale. Chi è cristiano piange e non può essere allegro davanti alla sofferenza, poiché lo sente tutto il dolore dei poveri, dei perseguitati, di chi è costretto a vivere nei teatri di guerra sotto i bombardamenti o nel terrore che il nemico possa mandarti via dalla tua casa minacciandoti o uccidendo i componenti della tua famiglia.
È il capitolo questo in cui si narra come il nobile Ludovico sceglie di diventare fra Cristoforo, dopo aver ucciso il rivale che aveva a sua volta ucciso Cristoforo, suo dipendente. Alla famiglia di quest’ultimo darà ogni suo avere, rinunciando ai suoi privilegi sociali ed entrando in una nuova dimensione, quella di padre Cristoforo, per testimoniare l’amore di Gesù per i poveri e i diseredati.
Capitolo V
Meraviglioso l’incipit: padre Cristoforo ascolta, partecipe, il racconto di Agnese, accompagnata dal pianto di Lucia. E finito che l’ebbe, fu sua preoccupazione infondere fiducia alle due donne, comunicando che Dio era con loro, che Dio le avrebbe assistite e di questo non aveva alcun dubbio. Era la certezza della fede in Dio che gli dava forza e lo portava a fare da tramite tra Dio e loro. Il frate si faceva nulla per accogliere Dio e poterlo trasmettere alle povere donne, simile in questo suo comportamento al sentire dei missionari, di coloro che si fanno piccoli per potere accogliere Dio e il suo Amore, e donarlo poi ai sofferenti. Straordinaria la figura di padre Cristoforo; straordinario Manzoni che lo rende “moderno” e vero nel suo sentire e vivere l’amore di Dio. Per lui è naturale schierarsi con gli ultimi contro i malvagi e i prepotenti; la sua forza non sta, come in passato, nell’affrontare con spirito guerriero chi si oppone al bene, ma nella saggezza, nel saper ponderare, nell’esame razionale della realtà, al solo unico scopo di aiutare i deboli. Non cerca la tranquillità personale come don Abbondio, né cerca i compromessi per poter salvare se stesso o la Chiesa. Per lui la Chiesa sono coloro che subiscono le ingiustizie e tale discernimento è stato immediato; il suo Cristianesimo è trasparente, chiaro, senza alcuna zona d’ombra: “Io sono un povero frate; ma ti ripeto (Renzo) quel che ho detto a questa donna: per quel poco che posso, non vi abbandonerò”[2] – sostiene il frate, facendo promettere a Renzo di confidare in lui e per lui, in Dio! Era la visione dei santi, valida allora e valida oggi. Padre Cristoforo vive il suo ministero facendosi strumento e servo di Dio; e lo serve Dio nella povertà, nella semplicità, ma con determinazione. E Renzo gli promette che lo seguirà. Così Fra Cristoforo si recò al palazzotto di don Rodrigo e lì trovò riuniti i potenti locali, quelli da cui Renzo, uomo semplice, avrebbe dovuto difendersi. Seduti al tavolo da pranzo con don Rodrigo, stavano alla sua destra il conte Attilio e suo cugino, e dall’altro lato il gran Podestà, colui, sottolinea il Manzoni, da cui Renzo avrebbe dovuto avere giustizia perché gli era stato negato un suo diritto; e accanto a questi sedeva il dottor Azzeccagarbugli, che avrebbe dovuto usare la sua sapienza giurisprudenziale per tirare fuori i due giovani da quella trappola ove si trovavano.
Tutti erano lì a far baldoria e a rimpinzarsi, a bere e a discutere del vacuo e del nulla.
Si nota subito quanta distanza vi fosse tra quel mondo e quello di fra Cristoforo: l’uno rumoroso e stracolmo di parole, di gesti, di invettive, d’attenzione ai piaceri del cibo e del bere, soddisfatti del loro potere di piegare il giusto e il buono ai loro personali interessi; traditori tutti della giustizia, alleati contro il popolo, ridotto a cosa, simile alla polvere che stava sotto le loro scarpe; dei “senza Dio”, soddisfatti del loro enorme ego; l’altro, padre Cristoforo che si faceva piccolo, che stava in silenzio, che sembrava non avesse un Io da difendere. Egli stava zitto e ascoltava quell’umanità che sentiva lontana e di cui, comunque, aveva pietà, perché non si rendevano conto quelli di quanto fossero lontani da Dio, avendo in gran disdegno gli umili contadini e il popolo minuto.
Ogni capitolo, ogni pagina di questo splendido romanzo mette in evidenza le scelte esistenziali possibili per l’uomo e per tale caratteristica si presenta già come un classico e dunque può suscitare interesse e dare insegnamenti ai vari consessi sociali, a prescindere dalle variabili spazio temporali. Ed è un classico perché aggiunge elementi ai saggi storici o sociologici, teologici o filosofici, perché arricchisce tali studi di emozioni e sentimenti e considerazioni sulle debolezze e sui dubbi dei personaggi della vicenda, la quale fornisce uno spaccato significativo sulla vita vissuta completando le analisi delle discipline suddette.
[1] Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Editrice Mondadori, Milano 2019 edizione speciale “La grande letteratura italiana”, introduzione e note di Guido Bezzola, pag. 64
[2] Ibidem, pag. 85