Una riflessione sul senso della vita

di Alfio Pelleriti

Ripropongo, riveduto in qualche passaggio, un mio intervento di qualche anno fa sul senso della vita, convinto che in questo nostro tempo si rischia di smarrirlo tale senso, ricercando, ancora una volta, scorciatoie ai problemi della vita. Tali “effimere soluzioni” potrebbero portare, ancora come già in passato, a violenze, guerre, persecuzioni, dispotismi sociali e politici. Chi parla oggi di valori etici e morali, di fede in Dio, di solidarietà, del valore della democrazia e della giustizia, viene quasi irriso e considerato un illuso o semplicemente un cretino che non ha il senso del reale per impostare un’efficace politica; anzi, si ritiene giusto combattere tali “velleitari” tentativi di incidere sulle coscienze individuali. E invece io penso che occorre puntare sui grandi valori, sugli approfondimenti culturali, sulla creazione di una nuova mentalità, aperta ad un nuovo Umanesimo, per arginare l’individualismo diffuso, il disincanto giovanile, certe pericolose nostalgie per le criminali dittature del recente passato.  

Il senso della vita per me è il perseguimento insistente del bene che si raggiunge educando l’anima all’amore verso tutto e verso tutti; è un amore che vuole essere alimentato dalle relazioni con gli altri, da quelli più vicini (i tuoi familiari) a quelli più lontani nel tempo e nello spazio che tu puoi incontrare leggendo le opere dei grandi scrittori e dei grandi poeti. È un amore che deve essere coltivato con le relazioni umane autentiche. Ciò significa essere disponibili a dimenticare il proprio Io per ascoltare non solo i problemi degli altri che spesso non vengono mai fuori, ma donare il proprio sguardo piegato al sorriso e interessato alle loro esperienze di vita; ascoltare significa infatti trasmettere solidarietà e speranza parlando loro di Gesù, cioè di Dio fatto carne che è venuto nella storia per portare la lieta novella, e la speranza di rinascere in Cristo per coloro che sanno dimenticare se stessi, le cose terrene, il potere, la sete di possesso per disporsi a diventare corpo/anima “trasparente” cioè invasi dallo spirito che è nel mondo, che è Lògos, principio ordinatore e necessario, che è armonia, che è preghiera affinché Dio sia faro di Luce per la nostra vita. E’ importante in tale contesto la preghiera, perché Dio fortifichi la nostra fede; affinché tutto ciò che cogliamo con l’intelletto come giusto sappiamo poi, coerentemente, tradurlo in pratica.

Il senso della vita, cari amici, passa attraverso la compassione, che significa provare dolore per chi soffre nel nostro tempo; per chi soffrirà in futuro e per chi ha sofferto nel passato vicino e remoto. Il senso della vita passa attraverso un’anima piegata sempre ad ascoltare il grido che si alza a denunziare le ingiustizie, i soprusi, le furbizie. Si indigna, si arrabbia, e piange chi ha trovato nella pratica del bene il senso della vita. Egli soffre quando si uccide un coniglio, un pollo, un passero, una quaglia, un maiale, un agnello, un capretto, un cane o un gatto.

Chi ha trovato il senso della vita nel Giusto e nel Vero non sta intento a giocare a carte, o comodamente seduto in poltrona a seguire la partita della squadra del cuore. NO! Va in giro e prega Dio di incontrare un povero, un disperato che ha perso il lavoro, un anziano ammalato, un emigrato che soffre di nostalgia e che si sente spaesato. Vorrebbe incontrare questi suoi fratelli per condividere ciò che possiede. La carità, diceva San Paolo è ciò che ha posto in primo piano Gesù Cristo: Chi ama è paziente e premuroso./ Chi ama non è geloso/ non si vanta/ non si gonfia di orgoglio./ Chi ama è rispettoso,/ non va in cerca del proprio interesse,/ non conosce la collera,/ dimentica i torti./ Chi ama rifiuta l’ingiustizia:/ la verità è la sua gioia./ Chi ama scusa tutto,/  di tutti ha fiducia,/ tutto sopporta,/ non perde mai la speranza./ L’amore mai tramonterà!

La carità consiste nel saper perdonare; significa andare oltre le differenze di razza, di religione, di tendenze sessuali, di concezioni politiche. Amare significa entrare nell’equazione IO = TU e poi, quando questo TU diventa NOI, vi si immettono tutti gli uomini vissuti da 160.000 anni, coloro che vivono e quelli che vivranno, e i fiori dei campi (che lascerai lì nel loro luogo naturale senza strapparli), allora avrai trovato un senso alla tua vita, e il Noi sarà diventato Dio, e l’equazione sarà IO = DIO. A questo punto riderai di gusto quando assisterai a dibattiti televisivi condotti da politici che, con supposta arte oratoria, con tranelli e furberie linguistiche, cercano di dare scacco all’avversario. Ti accorgerai di quanto vana può essere a volte la scelta di vita dell’uomo. Ti dispiacerai guardando quei tanti pensionati che si affannano ancora a costruire cattedrali per il loro già gigantesco “ego” senza aver mai notato di trovarsi immersi nel grande miracolo dell’Universo e delle sue creature. Eraclito adoperava per costoro il termine “dormienti”; Heidegger ricorreva all’espressione “vita inautentica” o “cura” per indicare una vita trascorsa all’insegna del materialismo massificante e omologante agli pseudo valori della società consumistica; Pascal ricorreva al termine “divertissement”, il divertimento, per riferirsi alla tendenza degli uomini di riempire con iniziative ludiche la propria vita per evitare qualsiasi riflessione su di essa e sfuggendo così alle proprie responsabilità e soprattutto al pensiero della morte che attanaglia ogni esistenza.

Amare dunque, amare, dimenticando se stessi; scoprendo che gli altri condividono la tua stessa avventura: la vita; il meraviglioso spettacolo della natura, il caleidoscopico alternarsi di colori, la grande potenza degli oceani e delle montagne che ti vivono accanto: tutto questo lo vivi in un presente che condividi con altri uomini con i quali hai vinto, nascendo, la morte eterna, il buio del “prima” e il buio del “dopo”. Non ci sarà la morte eterna per noi, poiché siamo già vivi. “Morte dov’è la tua vittoria?” Amare dimenticando il proprio ego è la strada che conduce alla saggezza e alla pratica del bene e se ti apri a questa dimensione, allora ti si squaderna un universo nuovo dove i colori, già vividi della natura, diventeranno più accesi; e a lungo ti fermerai ad ammirarli, piangendo per la gioia che ti invade, per lo stupore per quel tuo nuovo modo di osservare una margherita, un fiore di pesco, un’ape, perfino un insetto che prima spiaccicavi senza pensare. Allora comincerai a chiederti che senso ha rispettare piante e animali e non rispettare gli uomini, tutti gli uomini, bianchi, neri o olivastri che siano. Comincerai a chiederti perché non aprire la porta a chi ti chiede ospitalità.


3 risposte a "Una riflessione sul senso della vita"

  1. Con vero piacere riceviamo e pubblichiamo il commento di Anna Gurgone:

    Ho letto, e riletto questo eccellente scritto del Prof. Pelleriti e devo dire che mi sono ritrovata in molte delle cose che esprime. Anch’io penso che il senso della vita abbia a che fare con l’amore, con la compassione, con il rispetto per gli altri e per tutto ciò che ci circonda, ma al contempo penso che, forse, c’è un altro passaggio più difficile che da un senso a questa vita umana, e sapete qual’è per me? È proprio quello di cui parla il professore, il passaggio che va dall’“io” al “noi”: riuscire a non essere sempre al centro dei nostri pensieri e accorgerci davvero dell’esistenza e della sofferenza degli altri. Questo è difficilmente umanamente fare, ma non impossibile, naturalmente. Mentre leggevo mi sono accorta ancor di più di quanto sia per me difficile, e penso anche come per tanti, essere sempre coerenti con ciò in cui crediamo. Mi chiedo quante volte io tradisca quella parte buona, quella sorta di “divinità” che penso possa esserci dentro ogni essere umano. La riconosco, certo, la sento, ma non sempre riesco a seguirla. E forse è proprio questa che fa la differenza: la nostra fragilità, è essa che ci aiuta a dare un senso alla vita. Ripeto, molte volte mi affido a Dio, e cerco nella fede per dare e soprattutto continuare a dare un senso a questa mia vita.Continuo e persevero a cercarlo e a sperare nel suo aiuto, ma confesso che tante volte, guardandomi intorno, mi pongo sempre le stesse domande: perché Dio non intervieni? davanti alle guerre, alla violenza, alle ingiustizie, e alle tante cose terribili che siamo capaci di fare. E subito dopo mi domando se non sia troppo facile dare proprio a Lui la responsabilità di ciò che noi umani ( anzi, in quelle azioni, noi non umani) scegliamo di fare. Ma a quelle domande a cui ho cercato di rispondermi, c’ è ne un’ altra più difficile che mi pongo e a cui non trovo risposte: Come può dare un senso alla vita chi soffre Chi di noi esseri umani sceglie di soffrire? Non so se mai troverò una risposta, e forse non devo necessariamente averla. So soltanto che non vorrei smettere di cercarlo quel senso da dare alla vita. Mi sento dalla parte di chi soffre e cerca ancora quel senso anche quando ha dubbi, anche quando si contraddice, anche quando certe volte la fede vacilla. Forse il senso sta anche qui: nel continuare a cercare il bene, pur sapendo di non riuscire sempre a praticarlo; nel provare a essere un po’ più attenti agli altri, un po’ meno prigionieri del nostro ego e, perché no, nel provare ogni giorno a diventare quella persona che, nel profondo, sappiamo di poter essere. E forse è proprio questo continuo cercare, senza sentirsi mai arrivati, che ci tiene ancora vicini a quella luce che chiamiamo Dio ✍🏻 Anna Gurgone

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  2. Riceviamo e pubblichiamo volentieri il commento all’articolo del prof. Salvatore Neri:

    Sottoscrivo in pieno quanto il prof. Pelleriti scrive perché una vera speranza di salvezza dalla palude dell’ immanenza in cui stiamo affogando non può realizzarsi se non con un Umanesimo radicalmente cristiano. Altri umanesimi per me non si danno perché prescindendo dalla dimensione trascendente tutti schiacciano l’ uomo uti singulus e uti socius nel proprio delirante Ego privato o collettivo e di parte, un Ego comunque autoidolatra che persiste nell’ innalzare orgogliosamente effimere, fallaci e criminali torri di Babele. Si dice che stiamo vivendo in un’ epoca postcristiana. E’ vero. Ma ciò non toglie, anzi richiede, e con urgenza, una nuova epoca cristiana. Condivido col Prof. la centralità della preghiera, della partecipazione reale alla vita ecclesiale alimentata dalla Parola, dall’ Eucarestia e dalla Carità, che non degeneri in trionfalismo e potere clericale e, a maggior ragione, in tronfia e orgogliosa autosufficienza ipocrita ed esclusivista. “Tutti, tutti, tutti”, amava ripetere il santo padre papa Francesco perché egli intendeva spingere la barca di Pietro ancora più al largo e più coraggiosamente oltre i limiti angusti di ideologie obsolete, di commistioni improprie coi poteri di questo mondo ed oltre le mura troppo rassicuranti delle parrocchiette locali. Bella e significativa l’ immagine della santa madre Teresa di Calcutta che sconfinò dalla vita conventuale negli spazi impervi e aperti di Calcutta per irrompere più che con la parola con la pratica del servizio agli ultimi, immagine di un vero Umanesimo radicato nel mistero dell’ Incarnazione di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. Non si può che essere grati, ancora una volta, a quanto ci offre il caro Prof. Alfio Pelleriti.

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