di Alfio Pelleriti

È un breve testo, ma si colloca tra i più importanti del lascito umano e spirituale di Simone Weil. Nella lettera al domenicano padre Marie-Alain Couturier la Weil espone alcuni suoi dubbi che le impediscono di poter fare ordine tra ciò che le presenta la sua ragione e la dottrina della Chiesa cattolica con i suoi dogmi che non prevedono alcun rimando o una qualche eccezione alla dottrina codificata. Weil è convinta che approfondire con lo studio, affidandosi all’intelligenza, parte essenziale quest’ultima dell’anima, sia fondamentale per accostarsi al messaggio evangelico, depurando la propria fede di convincimenti inappropriati. Dice Weil, che ardentemente vorrebbe accostarsi all’Eucarestia per nutrirsi del corpo e del sangue di Cristo; per trovare nuova energia per aprirsi totalmente al bene, alla carità, alla comprensione verso i fratelli bisognosi. “Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia, o più precisamente lo sarebbe senza la distanza che la mia imperfezione pone tra essa e me.”[1] La sua imperfezione viene esplicitata in alcune proposizioni con cui presenta al suo interlocutore dubbi, pensieri, che le impediscono di trovare la giusta serenità per potere fare il passo decisivo. Le risposte richieste tuttavia non le giungeranno, e inutile sarà dunque il suo tentativo di comunicare quanto importante fosse per lei fare chiarezza sulla questione che per lei era fondamentale e cioè il rapporto tra l’esercizio dell’intelligenza e la dottrina elaborata storicamente dalla Chiesa. Su tale fronte la filosofa visse con drammaticità gli ultimi anni della sua vita[2]. Sottolineò a più riprese infatti come già nell’antico Egitto, 1000 anni prima della venuta di Gesù Cristo, la religione prevedesse la pratica del bene per la salvezza dell’anima (Il libro dei morti) e così il culto di Osiride e di Krisna o dei Caldei nell’antica Mesopotamia, mentre nello stesso periodo storico e dopo e ancora oggi, si potrebbe aggiungere, gli Ebrei hanno coltivato il mito della razza e della nazione, dando vita ad un nazionalismo espansionistico. E ancora Weil denunzia come, attraverso l’opera missionaria della razza bianca, si sia imposto un dominio crudele e dispotico nei confronti delle popolazioni dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania. Ciò che vale per Weil in un discorso sulla fede autentica è il riferimento allo spirito compassionevole nei confronti di chi soffre senza il quale, lo affermava Gesù, non si può arrivare alla salvezza. “La carità e la fede sono inseparabili… chiunque sia capace di un moto di compassione nei riguardi di uno sventurato possiede, forse implicitamente, ma sempre realmente, l’amore di Dio e la fede. Il Cristo non salva tutti coloro che Gli dicono Signore, Signore. Ma salva tutti quelli che con cuore puro danno un pezzo di pane a un affamato, senza pensare affatto a Lui.”[3]
Denunzia ancora Weil l’influenza sul Cristianesimo di Israele (Antico Testamento) e dell’Impero romano, ma soprattutto importa alla filosofa che la ricerca scientifica non venga separata dalla fede e dall’esercizio dei sacramenti, poiché per lei la salvezza sta nel darsi totalmente a Gesù, alla sua parola, al suo esempio e al suo amore.
Altra colpa del Cristianesimo è l’essersi piegato all’Impero romano, divenendo quasi uno strumento del suo governo sui tanti popoli che aveva sottomesso e su cui governava in maniera spietata e totalitaria con l’uso della forza e dell’intolleranza.
In uno dei capitoli dell’appendice alla Lettera così si esprime Weil sulla sua posizione nei confronti della fede: “Io credo in Dio, nella Trinità, nell’Incarnazione, nella redenzione, nell’Eucarestia, negli insegnamenti dell’Evangelo… aderisco con l’amore alla verità perfetta, inafferrabile, racchiusa in tali misteri… non riconosco alla Chiesa alcun diritto di limitare le operazioni dell’intelligenza o le illuminazioni dell’amore nell’ambito del pensiero e non le riconosco i commenti di cui circonda i misteri della fede come se fossero verità; e ancora meno il diritto di usare la minaccia e il timore esercitando, per imporle, il suo potere di privare dei sacramenti.”[4] Amava Cristo Simone Weil e affermava di desiderare ardentemente l’Eucarestia e giudicava un atto ingiusto rifiutarle quel sacramento.
[1] Simone Weil, Lettera a un religioso, Editore Adelphi, Milano 2011, pag. 11
[2] La lettera fu scritta nel 1941. Morirà ad Ashford, nel Regno Unito, a 34 anni.
[3] Ibidem, pag. 39
[4] Ibidem, pp. 91-92