“Resurrezione” di Lev Tolstoj o del sapore della compassione

di Alfio Pelleriti

“Resurrezione”, nato come racconto, assunse la connotazione di romanzo nella sua stesura definitiva del 1896. Ancora oggi qualcuno ritiene che il romanzo sia da considerare un’opera minore, originata da una crisi religiosa intervenuta in Tolstoj negli anni della maturità, oppure semplicemente un frutto di episodi risalenti alla sua biografia, per cui il protagonista Dimitri Ivanovic Nehljudov non sarebbe altro che lo scrittore e Katiuscia, la giovinetta attorno a cui ruotano le vicende del romanzo, la figlia di una serva con cui lo scrittore aveva intessuto una relazione. Tale circostanza, credo, poco incide sul giudizio di valore che ciascun lettore può dare su questo romanzo che completa, quasi in un trittico, la più importante produzione del romanziere russo, dopo “Guerra e Pace” e “Anna Karenina”.

Nehljudov, trovandosi presso la casa di campagna delle zie, conosce la giovane e bella Katiuscia, figlia di una serva, unica sopravvissuta di sei nascite e dalle signorine adottata dopo la morte della madre. Fu un amore immediato che prese entrambi e che si concluse quando lui decise di partire per Mosca, lasciandola tra le lacrime, sola anche quando partorì un bimbo, frutto del loro breve e appassionato amore. Per tre anni non si sarebbero rivisti e quando avvenne l’incontro tanto aspettato lui era cambiato profondamente: “credeva negli altri, non più in se stesso”, – commenta lo scrittore – cioè si comportava da perfetto egoista senza alcuna remora morale, trovando subito approvazione, lusinghe e affetto dagli altri. Invece qualche anno prima, volendo seguire il bene, vivendo coerentemente con valori ed ideali, trovava disapprovazione, fastidio, reazioni annoiate negli altri e all’interno perfino della propria famiglia. Ora, invece, anche quando si dava al gioco e perdeva ingenti somme suscitava in tutti coloro che frequentava approvazione, così si dava ad una vita dissoluta confacendosi all’uso dei giovani nobili russi. Tuttavia Nehljudov presto prenderà coscienza del suo stato e cercherà di dare senso alla sua vita superando i pregiudizi di classe, e la sua non sarà solo una scelta morale, ma una vera e propria sfida radicale alle convenzioni della sua stessa casta. Con le sue scelte esistenziali si proporrà come una esemplificazione di un percorso spirituale che lo avrebbe portato a legare la propria vita ad un rapporto continuo e quotidiano con Dio. L’uomo, sembra affermare Tolstoj, non è tale quando dentro il suo animo non sia scattata la presenza del sacro; quando la dimensione spirituale resta in lui soffocata dalle esigenze materiali, biologiche, istintuali;  l’uomo non è tale se in lui non sia scattata l’attenzione verso il prossimo; se non abbia mai fatto entrare nelle proprie scelte il riferimento al Bene, alla cura per gli altri; se non abbia insomma la sensibilità e la compassione nei confronti dell’intera umanità, e verso la Natura e con essa, verso tutte le creature che la abitano: “Nei suoi occhi c’erano le lacrime, mentre si diceva questo, e lacrime sia buone che cattive; lacrime buone perché erano lacrime di gioia per il risveglio in sé di quell’essere spirituale che per tutti quegli anni aveva dormito in lui, e cattive, perché erano lacrime di intenerimento verso se stesso, verso la propria virtù.[1] Le vicende del romanzo ruotano dunque attorno a quella di Nehljudov e di Katiuscia. Lui, Dimitri, che deve fare i conti con il rimorso di averla abbandonata quando lei aspettava di mettere al mondo il frutto del loro amore; e lei, Katia, che sarà mandata via dalle signorine e che, rimasta sola, si perderà moralmente, prostituendosi e provando sulla sua pelle e sulla sua anima la cattiveria degli uomini. Poi Dimitrj la rivedrà durante lo svolgimento del processo a suo carico: lui era lì come giurato, lei come imputata di omicidio. Dopo la sua condanna, Nehljudov entra in una vera e propria crisi di coscienza che lo porterà a ritenersi colpevole degli esiti tanto drammatici della vita di quella donna che aveva sedotta e abbandonata. Decide dunque che avrebbe fatto tutto il possibile per poterla liberare, e per ottenere lo scopo sarebbe stato disposto a sposarla, poiché si sentiva l’unico responsabile della perdizione cui si era data la donna e dunque sentiva il dovere morale di trovare una soluzione e, percependo quanto fosse rischiosa la sua scelta, si affidava a Dio per trovare la forza di portare a termine quel progetto che riguardava la salvezza per entrambi: “Signore, aiutami! Mi sento una grande serenità e gioia nell’anima.[2] E tuttavia sapeva che sposare una prostituta condannata ai lavori forzati significava il suicidio sociale, perché doveva andare contro il senso comune.

Lev Tolstoj

Ci troviamo nella seconda parte del romanzo e comincio ad assaporare ogni parola del romanzo, poiché avverto che lo scrittore intende comunicare con i suoi lettori, con l’umanità intera, nel momento in cui vuole assumere i carichi, le pene, le sofferenze, i dolori di chi conduce una vita grama e piena di disillusioni. E avverto che il lettore è accompagnato dall’autore nel percorso intrapreso da Nehljudov per dare alla sua vita un senso diverso rispetto al passato. E lo sento vicino Dimitri quando si reca presso gli uffici giudiziari, lì dove, sfruttando le sue conoscenze, cerca di intervenire per rendere più accettabile la detenzione di uomini e donne, e di bambini, ospiti nelle carceri dove stava la sua Katia. E lo accompagno poi nella visita alle sue vaste proprietà ove cerca di creare condizioni meno difficili per i contadini che vi lavorano. Cercherà di convincere i contadini che a loro darà la sua terra e i soldi dell’affitto andranno in una cassa comune ad appannaggio loro, che useranno per poterne migliorare la produzione e affrontare le spese di produzione e commercializzazione dei prodotti. Si sentiva diverso, libero, felice, in armonia con le leggi del Creato di cui avvertiva lo spirito divino: “si sedette alla finestra guardando il giardino e restando in ascolto… insieme all’odore della terra appena scavata, spirava una fresca aria primaverile, che smosse leggermente i capelli dalla sua fronte sudata e i fogli sul davanzale tagliuzzati dal temperino. Al fiume echeggiavano tra-pa-tap, tra-pa-tap, gli sciaguattii ritmici delle lavandaie, e quel suono si spandeva sullo specchio d’acqua del fiume arginato, luccicante sotto il sole, e si sentiva il cadenzato sbattere dell’acqua nel mulino, e, accanto all’orecchio, con un ronzio spaventato e sonoro, gli volò una mosca.[3] Insieme alle magnifiche descrizioni dei prati che orlavano il fiume con il suo sciabordio occorrerebbe qui riportare la commovente descrizione della cadente e putrida isba dove viveva un suo vecchio contadino con sua moglie, i figli e i nipoti. Una descrizione struggente che non può non commuovere chi ha un briciolo di sensibilità e amore per l’umanità ingiustamente costretta a vivere nell’indigenza solo per rendere lussuosa e agiata la vita dei padroni e della minoranza che in quel contesto storico deteneva il potere sociale, economico, politico.

Nehljudov soffre per i suoi contadini, soffre per l’infelicità della sua Katiuscia ma anche per tutti quei detenuti e per le detenute che con loro tengono i bambini, anch’essi facenti parte di quell’universo concentrazionario. Lì, Dimitri stava scoprendo quanta ingiustizia si consumava a danno di quell’umanità costretta a subire vere e proprie torture, poiché dentro quelle carceri ogni dignità veniva negata a quegli individui, della cui innocenza lui era convinto; e le sue certezze lo avevano condotto a delle scelte rivoluzionarie, da “perfetto socialista”, lo aveva apostrofato suo cognato, che era invece un perfetto reazionario, integrato nel sistema che considerava giusto, necessario, conveniente, naturale. Solo Nehljudov, del resto, poteva rendersi conto di quanta ingiustizia si infliggesse a quell’umanità, perché ormai con essa condivideva tanti momenti e per lui era diventato naturale tentare di salvare o alleviare le condizioni di tutti coloro che per ventura aveva conosciuto. Lui ormai condivide le pene di quell’umanità dolente e piange per le loro sofferenze, riconoscendo in loro i suoi fratelli in Dio, e di loro sente profonda compassione.

E intanto ringrazio Tolstoj che con la sua opera tocca il cuore dei suoi lettori, capace com’è stato di superare le barriere del tempo, dando un grande contributo alla nascita di una sensibilità forte per i derelitti, per i poveri, per coloro che subiscono le angherie dei furbi e dei potenti, e che sul loro dolore costruiscono le loro ricchezze.

Two men shaping metal with hammer and chisel outdoors
i contadini si liberano dalle catene dello sfruttamento

Stamattina ho finito il romanzo e ho finito anche di avvertire l’ansia di sapere se finalmente Nehljudov avrebbe riconquistato Katiuscia, e se infine tutti i suoi sacrifici per espiare le sue colpe nei confronti della donna si sarebbero risolti con la loro unione e con il loro amore non più ostacolato da niente e da nessuno. Questo mio interrogativo suppongo accompagni ogni lettore di Resurrezione, e tuttavia, quando si giunge alla fine, i “sospetti” nutriti in precedenza trovano concretezza, nel senso che il precedente interrogativo sulla soluzione che si sarebbe trovata tra il protagonista e Katiuscia non vedrà la soluzione sperata, scontata. Mi dispiace anticiparla, ma Katiuscia sceglierà un altro uomo, sebbene fosse rimasta sentimentalmente legata a Nehljudov, e questa sua decisione non era dovuta ad opportunismo e irriconoscenza, ma è proprio legata al grande, incommensurabile amore per lui: vorrà lasciarlo libero da ogni impegno e da qualsiasi peso morale. Rinuncerà a lui nonostante lo ami quanto e più di prima, grata per averla aiutata ad uscire dall’incubo del carcere, avendole fatto ottenere la grazia dal sovrano. In definitiva penso che, oltre alla vicenda dei due suddetti personaggi, il vero protagonista del romanzo sia il popolo russo, succube di un potere cieco, ottuso, ingiusto, di cui lo scrittore mette in evidenza le piaghe profonde e le sofferenze patite in passato e nel suo presente storico. Tolstoj denunzia lo stato penoso in cui versa il suo popolo, presenta il calvario che è costretto ad attraversare, descrive i tormenti patiti nelle carceri, le torture subite per colpe non commesse; denunzia lo sfruttamento dei “senza terra”, dei contadini costretti a vivere in condizioni di abbrutimento, fino alla perdita di ogni dignità umana. Certo il romanzo è strutturato in modo da non risultare come una semplice denuncia di un’ingiustizia, ma in ogni sua pagina traspare una soluzione, una speranza di riscatto, una Resurrezione. Quest’ultima meta è indicata da Dimitri Ivanovic Nehljudov e messa in atto con la sua determinazione di restituire la terra e, con essa, la dignità ai contadini; la Resurrezione è indicata nella volontà di superare l’orgoglio di classe e nella concessione di diritti e migliori condizioni di vita, non solo per Katiuscia ma per tutti i detenuti e i “vinti” di quel vasto territorio della Russia zarista.


[1] Lev Tolstoj, Resurrezione, Edizione Oscar Mondadori, Milano 1991 (ristampa 2026), pag. 134

[2] Ibidem, pag. 167

[3] Ibidem, pag. 270

Il cuore di Katia cambia
Un sentimento profondo
Sulla mancanza di compassione
Il sentimento di Dimitri
L’epilogo
L’agonia del popolo
L’incontro con i contadini

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