Matilde Politi canta “Lamento in morte di Salvatore Carnevale”, un “senza terra”, un “giusto” caduto per mano mafiosa

di Alfio Pelleriti

Matilde Politi, cantautrice e studiosa di tradizioni popolari, propone “Lamento in morte di Salvatore Carnevale”, un componimento in versi siciliani scritto da Ignazio Buttitta e presentato dal cantastorie Ciccio Busacca in tanti centri della Sicilia degli anni ’50 e ‘60. È la storia del sindacalista che fu ucciso dalla mafia di Sciara nel 1955 perché guidava la protesta dei contadini che volevano si attuasse la legge che varava una riforma agraria che prevedeva la divisione dei fondi incolti ai contadini. I proprietari, i baroni, i gabellotti si rifiutavano di applicarla e per bloccare le proteste dei braccianti che occupavano le terre, si avvalsero della violenza di campieri e mafiosi. E tanti furono i sindacalisti che caddero uccisi negli anni Cinquanta del secolo scorso, tra questi anche Salvatore Carnevale.

Matilde Politi

Ascoltare Matilde Politi equivale per me a sentire le stesse emozioni che si possono provare assistendo all’Elettra o all’Antigone di Sofocle dalle gradinate del Teatro antico di Siracusa o leggere nell’Iliade, la preghiera di Priamo ad Achille perché gli restituisca il corpo del figlio per dargli degna sepoltura. Risulta un’esperienza travolgente ed emozioni forti, immagini, associazioni mentali e ricordi si affollano e premono insieme per farsi largo alla coscienza e a tale forza impetuosa non si può rimanere impassibili e uno strano sentimento ti assale in cui si avverte gioia, pietà, rabbia per un eroe che cade in nome della dignità del lavoro e non si può non essere riconoscenti nei confronti di chi superbamente ricorda ai posteri la morte di un giusto.

Insieme alla pietà per il giovane sindacalista, che era stato partigiano durante l’occupazione nazifascista dell’Italia, si avverte anche il dolore della madre del sindacalista ucciso che, accorsa sul luogo dell’attentato, trova il figlio steso a terra colpito a morte e su di lui si china dunque ad abbracciarlo e a piangerlo, vittima innocente in un mondo in cui i potenti continuavano a dettare le loro condizioni ingiuste e vessatorie al popolo che, così come in passato, era trattato come schiavo. Salvatore Carnevale, come i suoi compagni, i contadini senza terra che negli anni ’50 del secolo scorso, lavorava dall’alba al tramonto, rimanendo sempre povero, senza un futuro che potesse dargli un lavoro dignitoso. In quegli anni in cui si sentiva parlare di democrazia, di Repubblica e di parità di diritti, alzò con coraggio la sua voce e venne per questo ucciso nel 1955 a Sciara, subendo la stessa sorte di tanti altri sindacalisti che guidarono le rivolte contro feudatari e mafiosi.

Salvatore Carnevale

Per quei padroni che si dichiaravano, senza pudore, cattolici praticanti, i “senza terra” non erano uomini, non potevano pretendere diritti, così come promettevano loro “i comunisti”, e così per loro era necessario un trattamento speciale, lo stesso che per secoli avevano subito e che ricordasse a chi gridava “Libertà e dignità!” che non era cambiato nulla rispetto al passato. La testa i “mangia terra” non potevano rialzarla e col berretto in mano dovevano continuare a stare al cospetto dei padroni. La Costituzione e la democrazia, ancora potevano aspettare nella Sicilia di Salvatore Giuliano, il bandito che sparò su donne e bambini convenuti a Portella della Ginestra per festeggiare il 1° Maggio del 1947. In quella Sicilia si sarebbe dovuto ancora lottare e morire per ottenere il rispetto della legge e la parità di diritti sanciti dalla Costituzione repubblicana. Giornalisti, imprenditori onesti, carabinieri, poliziotti, magistrati sarebbero stati uccisi così come altri sindacalisti per mano e per ordine di Michele Navarra, di Calogero Vizzini, di Luciano Liggio, di Michele Greco, di Salvatore Riina, di Matteo Messina Denaro e con la connivenza di amministratori corrotti, di politici locali, regionali, nazionali venduti a Cosa Nostra.

Quello fu un momento storico di passaggio per la mafia che da “agraria” si apriva a nuove più lucrose attività da svolgersi soprattutto in città. Le famiglie mafiose avrebbero investito sull’espansione edilizia (“Il sacco di Palermo”; i “cavalieri dell’apocalisse” a Catania) e sul lucroso traffico di stupefacenti, stabilendo un ponte con le famiglie mafiose americane, il cui primo anello contribuì a saldarlo quel Lucky Luciano che aveva preparato lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio 1943, affidandosi alla collaborazione di boss mafiosi del calibro di Genco Russo e di Calogero Vizzini.

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