Riflessioni su “I Promessi sposi” di A. Manzoni

di Alfio Pelleriti

Prefazione all’articolo: questa rivisitazione del capolavoro di Alessandro Manzoni sarà pubblicata a puntate, poichè di riassunti e di riduzioni scolastiche ne sono apprsi tanti e qui non si intende proporre un sussidio didattico. Leggendo il romanzo sono stato colpito dai temi affrontati dallo scrittore che assumono le connotazioni tipiche di approfondimenti sociologici, psicologici, filosofici e religiosi e dunque validi per tutti i contesti storici e per il nostro presente storico in particolare. Ogni personaggio presenta problematiche ancora aperte e dunque merita attenzione questo romanzo e occorre tirarlo fuori dalle secche di un contesto scolastico in cui per lungo tempo è stato relegato, costretto a sorbirsi dei clichè interpretativi che hanno oscurato il grande valore narrativo, linguistico e culturale che lo caratterizza. Naturalmente la mia analisi, come sanno i miei lettori, non risponde ai canoni accademici e in nota non saranno riportati pareri dei critici letterari di professione, studi settoriali di dipartimenti di ricerca; pareri critici di professori universitari; citazioni tratte da studi pubblicati in riviste specializzate. Saranno qui pubblicati i miei modesti pareri che, come per altre mie letture, voglio socializzare, portando il mio modesto contributo al compito che chi ama la letteratura si è assunto: capire il mondo e l’uomo; essere partecipe di quel “circolo ermeneutico” di cui parlava Gadamer a proposito del rapporto che si instaura tra autore di un libro e lettore, dal quale esce potenziato sia l’uno che l’altro componente del rapporto.

Buona lettura dunque…

Alessandro Manzoni

“I Promessi sposi” è un capolavoro assoluto da salvare e da riscoprire dopo decenni di vessazioni subite all’interno delle mura scolastiche. Sono passati sessant’anni da quando, seduto su un vecchio banco di legno, studiai I Promessi sposi di Alessandro Manzoni, alunno quindicenne della quinta ginnasiale del Liceo classico “G. Verga” di Adrano. La mia professoressa, la tanto temuta da generazioni di studenti, era la Geraci, vedova del professore Carmelo Salanitro, morto a Mauthausen per mano nazista, stimato latinista e studioso di Virgilio in particolare. Il metodo adottato allora dalla mia docente prevedeva che gli alunni usassero il libro ma solo per tenerlo aperto sul banco e seguire la sua lettura o quella di un compagno (un capitolo o due per settimana) e il quaderno degli appunti a lato, pronti a non perderci le sue notazioni critiche quando lei, cambiando il tono consueto della voce, esordiva dicendo “in questa sequenza si nota…”. Le sue note si dovevano poi riportare durante le interrogazioni che di lì a poco avrebbero costituito la verifica della nostra capacità di comprensione, di esposizione, di analisi “critica”.

Dopo tanti anni ho deciso di riprendere il romanzo storico del Manzoni per rileggerlo senza più l’ansia della chiosa al capitolo che la Geraci aveva esternato e che noi, facendola nostra, dovevamo ripetere. Cercherò qui di riscrivere quelle note critiche, frutto in questo caso della mia sensibilità, della mia esperienza di vita, della mia “visione del mondo”. Seguirò tuttavia la scansione che la mia professoressa ci impose al Ginnasio, per cui mi fermerò ad ogni capitolo per mettere in evidenza elementi storici, sociologici, narratologici, psicologici dei personaggi.

Capitolo I

Nei pressi di Lecco un parroco, don Abbondio, incontra, non potendoli evitare, dei “bravi”, uomini al soldo di un signorotto locale, Don Rodrigo, che gli ingiungono di non sposare Renzo e Lucia, due giovani del luogo, così come era stato programmato.

Il romanzo si apre col famoso incipit “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene ininterrotte di monti…” meraviglioso riferimento paesaggistico che introduce uno dei personaggi tra i più famosi del romanzo, Don Abbondio, ed entrato tra i modi di dire, come antonomasia, per indicare una personalità spiccatamente mediocre, pavida, individualistica e tendente a confondersi con la normalità dominante. Ma prima di aprire la riflessione critica sul parroco è indispensabile chiarire che Manzoni merita subito, a scanso di equivoci, l’attributo di “grandissimo scrittore”, da annoverare tra i classici, cioè tra gli intramontabili. Tale collocazione discende dal fatto che, attraverso la sua opera e con le scelte linguistiche operate, cioè l’avere “lavato i panni in Arno”, ancora dopo Dante Alighieri, cioè il fiorentino come lingua nazionale, anticipando ciò che i fatti storici avrebbero consegnato al popolo italiano, l’unità nazionale con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. L’edizione definitiva, dopo la revisione linguistica iniziata nel 1827 che data la prima edizione, si ebbe nel 1845.

La collocazione di Manzoni tra i classici della letteratura si giustifica per la capacità dello scrittore di scrivere un romanzo storico, cioè inserito in un preciso contesto con le sue caratteristiche culturali, economiche, religiose e tuttavia riesce anche e soprattutto ad approfondire tematiche legate all’uomo e alle sue peculiarità, tipiche, atemporali, e che si prestano dunque a riflessioni filosofiche, teologiche, psicologiche che hanno una specificità che consente loro di rimanere sempre contemporanee, attraverso il periodare della storia.

Don Abbondio è un pavido, un uomo che ha scelto di diventare parroco per condurre una vita “normale”, cioè senza rischiare nulla, una vita che possa garantirgli la sopravvivenza, poiché lui non nutre ambizioni particolari che possano sconvolgere il suo equilibrio fatto di ripetitività, di abitudini prive di apporto emozionale o passionale; una vita insomma priva di quei turbamenti che discendono dall’assunzione di responsabilità. Don Abbondio non vuole affatto distinguersi in qualcosa, anzi vuole essere uno tra i tanti, vuole confondersi e non apparire, i suoi posti preferiti non sono i primi e neanche gli ultimi, ma al centro, confuso tra i tanti. Don Abbondio è un uomo come ce ne sono tanti, che costituiscono la massa; egli appartiene a quella maggioranza silenziosa, sempre presente in ogni epoca storica, che non nutre alcuna aspirazione, tranne quella di poter mangiare, riposare, vivere e poi morire, senza onori e senza patimenti e soprattutto senza dover fare scelte esistenziali, fosse anche quella di creare una famiglia e di mettere al mondo dei figli, e poi aver l’onere di allevarli, educarli, dare loro la possibilità di lavorare e vivere con un minimo di dignità.

All’ingiusta, arrogante intimazione dei bravi, cioè degli sgherri che i signorotti del tempo assoldavano per mantenere il loro potere sugli abitanti del territorio, di astenersi dal celebrare un matrimonio di due giovani del paese, egli non si pone un problema etico legato all’espletamento della sua funzione di pastore di anime; non vuole neanche considerare la gravità del comportamento violento di quei due loschi individui che mostravano assenza di remore morali, né lo sfiora minimamente di decidere una qualche azione che possa opporsi alla gravità della colpa del mandante dei due manutengoli, il nobile Don Rodrigo, di cui accettava la sua malvagia determinazione nello stravolgere la vita di due innocenti incolpevoli giovani. Egli si dispera soltanto perché la sua tranquilla, insignificante, regolarissima quotidianità era messa a rischio. Ora mi pongo una semplice domanda: è lecito, essendo trascorsi tanti secoli da quel 1630, tempo nel quale è ambientata la vicenda del romanzo, poter riflettere sulle decisioni di questo personaggio? È del tutto improbabile cioè incontrare oggi, nel nostro XXI secolo, dei Don Abbondio? Non solo tra il clero cattolico, ma in generale a tutti i livelli della pubblica amministrazione, nell’ambito dell’esercizio delle professioni, tra gli imprenditori, nei consessi civici, nelle semplici relazioni sociali? C’è ancora qualcuno che per avere la sua personale tranquillità e una vita comoda, anche se modesta, è disposto a vendersi al potente di turno? C’è ancora qualcuno disposto a venir meno ai propri doveri etici, morali, civici, pur di evitare ritorsioni a carico suo o della propria famiglia? Che sia pronto ad abbassare la testa di fronte alle imposizioni del politico, del mafioso arrogante e violento? “Sì” è la risposta, e non pochi sono i Don Abbondio, che purtroppo si contano a schiere, pronti ad occupare un piccolo posto, ad indossare una divisa, a vestire i panni del lacchè, pur di ricoprire un posticino ed essere inseriti tra i tanti all’interno della massa che ubbidisce e non pensa, adottando un comportamento “regolare”, “normale”, “obbediente”, piegato sull’opinione e sulle scelte della maggioranza.

Manzoni, dunque, fin dalle prime pagine del romanzo, decide di andare controcorrente, di essere uno scrittore scomodo, di dissacrare ciò che molti pensano debba essere il “vivere tranquillo”, senza vestire i panni del rivoluzionario, del Don Chisciotte o del martire che non sa cosa sia tenere un poco di “elasticità mentale”, avere il giusto “savoir faire” dei benpensanti e delle persone “ben educate”; senza scimmiottare i rivoluzionari o i “senza Dio”, gli anarchici o i dissennati, scandalosi libertari.


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