Alfio Pelleriti

I dialoghi, presentati con prosa aulica così come si conviene per personaggi che appartengono all’epos greco, mettono in evidenza temi astorici, atemporali, tendenti alla focalizzazione di caratteristiche dell’uomo, del suo “essere-gettato-nel mondo”; del suo rapporto con gli altri e del ruolo che gioca il destino nella vita dei singoli individui, quando decide sofferenza o gioie, a seconda dell’essere nati in un luogo o in un altro, in una famiglia piuttosto che in un’altra. Pavese sembra muoversi in un campo a lui familiare, rivelando interesse e una sentita partecipazione con temi che affrontano il “male di vivere”, le contraddizioni forti che riserva all’uomo la vita; la sofferenza per gli scacchi esistenziali; la disillusione nel constatare l’impossibilità di adeguare le proprie scelte alla propria visione del mondo.
Un pessimismo cupo, dunque, sembra aleggiare in tutti i dialoghi. Da segnalare in particolare quello tra il mendicante ed Edipo in cui entrambi si lamentano per il destino che la vita ha riservato loro, l’uno per la povertà che lo costringe ad un impegno costante per la sopravvivenza, simile la sua vita a quella degli animali, con l’unico obiettivo del reperimento del cibo e l’altro, il re, cui il destino aveva tolto ogni libertà di poter essere padrone della propria vita, avendo già segnata una strada dolorosa a prescindere dal suo pensiero, dal suo essere, dalle sue peculiari caratteristiche.
I tanti capitoli di cui si compongono i Dialoghi richiamano personaggi dell’epos dell’antica Grecia, presentati due per volta, perché appunto dialogano come due normali interlocutori su argomenti che attengono la morte, la sofferenza, la giustizia, l’amore, il rapporto degli uomini con la divinità. Sono brevi dialoghi con i quali Pavese rivisita archetipi che ancora si ritrovano nell’uomo come lascito di un tempo lontano, arcaico, seppure trasformato, sublimato o mistificato in un presente che appartiene anche allo scrittore e che costituiscono in generale l’essere dell’uomo.

I Dialoghi rappresentano la visione del mondo di Pavese che si dipana tra afflato mistico e spirituale e disillusione esistenziale, in un bisogno mai pago di cogliere una certezza, un valore universale cui fare riferimento per una realizzazione umana compiuta, per afferrare una serenità duratura, momenti di gioia che, seppure effimeri, possano almeno illudere di poter godere attimi di felicità.
Quella dello scrittore è un’analisi antropologica e psicoanalitica della natura umana che trascende tempo e spazio, vicina all’analisi junghiana dell’uomo; una visione pessimistica che sottolinea l’angoscia ineludibile in cui l’uomo è destinato a vivere nel suo eterno e vano lottare per fermare attimi di felicità all’interno di un inarrestabile fluire del tempo in cui gli altri uomini spesso costituiscono “l’inferno” (J. P. Sartre, “A porte chiuse”).
Tante le coppie che dialogano sulla natura dell’uomo, sulle sue alterne vicende, sui suoi amari destini: Eracle e Prometeo, Edipo e Tiresia, Achille e Patroclo, Edipo e un mendicante, Calipso e Odisseo, Dioniso e Demetra e altre coppie ancora. Qui, due dialoghi in particolare si presentano brevemente: quello tra Orfeo ed Euridice e l’altro tra due cacciatori che commentano l’uccisione della loro importante preda, Licaone.
Orfeo ed Euridice
Orfeo tra i morti ha contezza del nulla, della morte che vanifica ogni tensione ideale, ogni passione, perfino l’amore: “Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.” Orfeo non cercava Euridice, ma se stesso, il suo passato e il suo presente, la sua essenza, che, dopo aver percepito il nulla della morte, diventa fuggevole e svapora come nebbia al sole.
I due cacciatori parlano sul corpo appena ucciso di Licaone, prima uomo e poi trasformato in lupo e quindi ucciso. Dice il cacciatore che ha posto fine alla sua vita che la morte di Licaone non è stata sofferenza ma pace, perché ogni attimo della sua vita trascorsa è stata caratterizzata da dolore, anche quando metteva efferatezza nell’uccidere gli uomini o gli animali per berne poi il loro caldo sangue, anche quei momenti erano per lui un penoso destino. Ora, con la morte, lasciava per sempre la sua truculenta ferinità, guadagnando finalmente la pace nel nulla: “C’è una pace di là della morte. Una sorte comune. Importa ai vivi, importa al lupo che è in noi tutti.”
La tua riflessione tocca una verità fondamentale, quella del destino comune a tutti gli uomini, oltre lo spazio/tempo e che dunque, sarebbe opportuno, anche nel nostro presente, vivere in pace, con lealtà e con rispetto reciproco.
Questo tuo intervento, poi, dimostra che il dialogo consente di accostarsi al Vero e apprezzare il valore della solidarietà e dell’amicizia.
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Federica ci manda il suo commento che volentieri pubblichiamo:
Vede, credo che questo libro di Pavese sia un piccolo manuale di sopravvivenza (nonostante il pessimismo) per comprendere che non si è soli nel dolore, ma il dolore è collettivo – chi per un verso e chi per un altro lo prova e lo ha provato – ed ogni dialogo tocca ciascuno sulla base del proprio vissuto. Così come ho notato che lei ha messo in evidenza nell’articolo dei dialoghi che di solito sono sempre passati in secondo piano per me; è sempre introspettivo leggerli e accorgersi che la frase che avevo sottolineato due anni fa non mi tocca più così come lo fa quella due righe più in basso.
Poi, Dialoghi con Leucò è il libro sul quale Pavese lascia per iscritto le sue ultime parole, prima di suicidarsi…
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