Giuseppina Torregrossa, “Il conto delle minne”

Alfio Pelleriti

Avendo già letto di Giuseppina Torregrossa “Manna e miele, ferro e fuoco” non mi sorprende che anche nella prosa de “Il conto delle minne” trovi questa fortunata contaminazione della lingua italiana con termini e costrutti sintattici propri del dialetto siciliano, insieme a riferimenti alle tradizioni popolari, a proverbi, ad espressioni tipiche del siciliano. È una lingua che contribuisce molto a creare atmosfere uniche, quasi magiche, ammaliatrici. L’autrice narra con eleganza e levità, facendo spesso riferimento a contesti e situazioni che sento vicini; stupendo il dialogo con la nonna nella prima parte del romanzo, che induce ad andare indietro nel tempo, spingendomi fino all’infanzia, quando anch’io osservavo la nonna e la mamma intente al lavoro, prima nella maidda a preparare l’impasto per le forme del pane, per poi infornarle. E io, bambino, controllavo che non dimenticassero di preparare a cuddura, una forma più piccola che, ancora calda, si cunzava con olio e sale e qualche oliva. Certo è una Sicilia mitica e romantica quella raccontata dalla Torregrossa, che chi nasce in questa terra si cuce addosso nonostante coloro che la abitano e la governano facciano di tutto per fare trionfare la cafonaggine e l’imbarbarimento civile; nonostante a prevalere siano comportamenti appiattiti su modelli materialistici e consumistici; nonostante prevalga l’insofferenza per i rari momenti di riflessione e di approfondimenti culturali; nonostante la presenza soffocante della mafia che aleggia in ogni piega sociale ed economica, rendendo vano ogni tentativo di cambiamento in questa sfortunata regione.

È pur vero, comunque, che la scrittrice ha un modo poetico di raccontare, e come già mi è capitato con il precedente romanzo, ricorro continuamente al fazzoletto per asciugarmi veloce le lacrime impudenti che non obbediscono al comando di rimanere ferme nei loro dotti, “sode” al loro posto.

Vestendo i panni di Agata, la scrittrice racconta del suo rapporto forte, importante, formativo con sua nonna e subito io ripenso a mia nonna Maria e alle sue poche parole lamentose che cantilenava, affidando a loro la tristezza per i tanti bocconi amari inghiottiti con suo marito e coi suoi due figli, soprattutto col suo primogenito Turiddu, mio padre. Nonna Agata rappresenta tutte le donne siciliane che vissero fino agli anni Sessanta del ‘900 in Sicilia, succubi prima dei padri e poi dei mariti che dovevano servire e a cui sottostare, senza protestare, rinunciando alla libertà di parola e di movimento, vittime di antichi pregiudizi e arcaici stereotipi.

Giuseppina Torregrossa

Protagoniste del romanzo sono le donne, da quelle di estrazione borghese alle popolane, tutte con lo stesso destino di doversela cavare in un ruolo che la società voleva fosse inferiore a quello dell’uomo. Dalle donne si pretendeva resilienza poiché dovevano tenere in ordine la casa, cucinare, allevare i figli, dopo averli messi al mondo e lavorare se il marito o il padre non riusciva a portare a casa il necessario. Agata, Lucia, Ninetta, Annina, sono presentate ciascuna con il loro temperamento, ma sono accomunate dall’essere donne forti, ma sottomesse agli uomini anche in ragione della loro sessualità, anch’essa funzionale alla realizzazione e al godimento dell’uomo. Le donne non dovevano tradire i propri mariti e dovevano accettare che potessero avere amanti. In fondo si sa che l’uomo è cacciatore. Rosuccia ne menava vanto con le amiche della bellezza dell’amante del marito: “la zoccola di Michele è la più bella di tutte; l’avete vista che cosce, che portamento…? Non c’è paragone.[1]

Certo che nel romanzo la parola più ripetuta è “minne”. Comincia la nonna di Agata, che racconta la storia del martirio di Sant’Agata per volere del governatore Quinziano, poiché la giovinetta non volle cedere né alle lusinghe né alla violenza delle torture, rimanendo fedele al suo Dio cristiano e subendo come supplizio finale il taglio delle mammelle, le minne. La nonna raccontava e intanto preparava i dolci a forma di minne con ricotta, miele, cannella e altri ingredienti ricoperti poi con glassa bianca sormontati da una ciliegina rossa, in occasione della festa in onore di Sant’Agata che ogni anno, il 5 febbraio, si svolge a Catania, con una sentita partecipazione popolare. Ma le minne ritornano come elemento fisico prorompente in personaggi femminili particolarmente attraenti, o come zona erogena particolarmente sollecitata da amanti perfetti; o come una parte fisica troppo evidente che necessitava di essere nascosta con debite fasciature. Ritornano le minne perché è una parte delicata nelle donne che spesso viene colpita da tumore con gli inevitabili interventi chirurgici così come succede ad alcune personaggi del romanzo.

Si ride, si sorride compiaciuti con la mordace ironia con cui l’autrice accompagna situazioni conflittuali tra i personaggi, e si piange commossi quando, con sapienti pennellate, mette in evidenza ciò che conta nella vita. Uno di questi momenti è l’incipit della terza parte del romanzo, quando Agata, giovane ginecologa, assiste in sala parto una giovane marocchina durante il travaglio per dare alla luce il nascituro. Una sequenza commovente, perché è un vero inno alla vita e alla fratellanza, cantato da due donne con storie e destini diversi ma accomunate da una solidarietà che abbatte ogni confine, ogni ostacolo ideologico, qualsiasi elucubrazione che possa giustificare la diseguaglianza; è un inno alla “patria universale”: “Il travaglio lo trascorriamo insieme, lei a letto, io seduta accanto su uno sgabello. Ogni tanto cambia posizione, si gira da un lato, poi dall’altro, si poggia sulle braccia, si tira su, poi scivola dolcemente verso il fondo del letto e risale…i suoi occhi grandi e neri mi riempiono l’anima. La sua mano cerca la mia, la stringe per suggellare un patto di muta solidarietà tra noi due.”[2]

Poi basta qualche pagina per riportarti al sorriso grazie alla forza evocatrice della narrazione davvero unica. L’inserimento di un proverbio, un commento sull’azione che sta presentando affidato alla protagonista della storia, ti squaderna un mondo che ogni siciliano, (almeno quelli nati negli anni cinquanta), conosce e porta dentro di sé, anche se sopito, dormiente, dimenticato nell’andirivieni caotico del terzo millennio. La scrittrice sa quali tasti toccare per farlo riemergere, affidandosi alla sua prosa dal ritmo lento che contiene quel termine del dialetto inserito al posto giusto che solo può dare quell’immagine che fa vibrare il cuore riportandoti in un passato ormai lontano. Sono luci e sensazioni che ti rassicurano che scuotono con un piacevole dolore la tua anima: è la “saudade”, quella nostalgia per qualcosa di lontano che non si può più avere lasciando un’amara e piacevole sensazione.

Tuttavia, accanto a tali piacevoli aspetti, confesso che questa terza parte del romanzo mi ha anche deluso. Mi è sembrato troppo l’indulgere nella descrizione di un rapporto esclusivamente fisico tra Agata e Santino Abbasta, un autentico buzzurro senz’anima con la testa votata a consumare sesso in questo suo rapporto extra coniugale, rispondendo ad una necessità ancestrale, primitiva. Tale dominanza del sesso lasciato all’istinto fin quasi all’animalità e perfino al sadomasochismo, mi è sembrato fuori posto, ed è stato un vero peccato perché istintivamente mi sono allontanato da Agata, e le stesse parole dialettali mi hanno lasciato indifferente, non mi hanno mosso, come in precedenza, al sorriso e nonostante l’abisso in cui Agata è precipitata non ho avuto moti di compassione per lei che si era piegata alla bestia. La magia s’è spezzata, insomma. Può anche darsi che con gli anni sia diventato bacchettone e moralista, tuttavia penso che sia stato un errore piegare all’iperrealismo. In fondo si scrive e si legge per stare, un poco o tanto, più in alto rispetto alla cruda realtà e alla drammaticità banale della quotidianità. Almeno è questa la mia idea di letteratura, opposta, sotto questo profilo, a certi scrittori americani, come ad esempio Philip Roth o Raymond Carver o William Faulkner. Agata però, proprio nelle ultime pagine, raddrizza la barra e lascia che a trionfare nella sua storia sia l’amore dolce, puro e semplice, così che possa salutare soddisfatto questa splendida, brava scrittrice siciliana.


[1] Giuseppina Torregrossa, Il conto delle minne, Oscar Mondadori, Milano 2010, pag. 171

[2] Ibidem, pag. 210


3 risposte a "Giuseppina Torregrossa, “Il conto delle minne”"

  1. Ricevo da Angela Carrà e volentieri pubblico un suo commento all’articolo:
    Caro Alfio, insieme a te e alle tue riflessioni, anch’io ripercorro con nostalgia, il tempo ormai trascorso… Quante sofferenze nei volti delle nonne e sui visi delle nostre mamme… Ti confesso che parte di quello sguardo determinato, sicuro, schivo e vivido me lo sento dentro e ha caratterizzato parte della mia vita.
    Mi ricordo questo breve ed intenso colloquio con mia nonna paterna: “Nonna comu stai?
    _”Figghia mia, ma comu haju a stari, mi sentu comu n’mannarinu marciu e pistatu di tanti pedi!” Mia sorella iniziava a ridere. Io, pur essendo più piccola di lei, dissi: “Mischinedda, comu soffri!”
    Circa la parte finale, quella a sfondo sensuale, anch’io non apprezzo questo tipo di violenza che scaturisce da una società egoistica e materialistica.

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  2. Sulla sicilianità o sicilitudine i lettori che fossero curiosi potrebbero trovare diversi articoli su questo sito, a cominciare dal commento a Il Gattopardo o a “I beati paoli” o “Il sorriso dell’ignoto marinaio, “I fatti della fera” e altri. Grazie ancora a Salvatore Neri per il suo intervento che fa da cornice alla recensione a “Il conto delle minne” di G. Torregrossa.

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  3. Con questo nuovo commento il prof. Pelleriti ci trasferisce dall’Irlanda di Joyce alla Sicilia di Giuseppina Torregrossa, da un’isola all’altra ma, si direbbe, da una voluttà negata, delirante in incontrollato sfogo letterario, ad una voluttà concessa e in pieno sfogo, iperrealistica, nella quale il super-io cede inverecondamente al principio del piacere. Non a caso egli aggiunge al titolo del libro come chiave di lettura, “Quando il Super- io cede al Principio del piacere”. A formulare il suddetto giudizio critico il Pelleriti ha una parte di buona ragione perché non necessita indulgere in certi particolari per descrivere certe situazioni che senza difficoltà possono benissimo immaginarsi, però, per altra parte, può forse anche essere concesso calcare la mano e forzare la penna per evidenziare e denunciare una certa istintiva bestialità sadica e masochista ancora persistente nell’umana natura. Non possiamo in tutto e per tutto censurare, anche quando certe verità esplosive e parossistiche vanno riconosciute e dichiarate. In fondo parlare di minne per i siciliani equivale a non riflettere più, a perdere il senno, per esaltazione o per oltraggio, figli come sono più che di razionalità apollinea, fredda ed equilibrata, di inconciliabile conflittualità dionisiaca, di Empedocle di Agrigento che al culmine delle sue indagini si precipitò in pasto nella bocca dell’Etna e del grande razionalista Archimede siracusano che anziché salvare la pelle preferì attardarsi a studiare nel colmo del sacco della città e vi rimase ucciso.
    I siciliani aspirano, nella migliore delle ipotesi, alla razionalità e ad esser popolo, ma non lo sono, non lo possono essere, non lo saranno mai perché la sensualità passionale e prorompente li esalta e li umilia, come il fuoco dell’Etna che distrugge o fertilizza, dell’ Etna femmina ma anche maschio, muntagna e vulcano insieme, come il suo sole rovente che tutto brucia o tutto placa fino all’inerzia della morte. Essi si credono dei, diceva Tomasi di Lampedusa, perciò sono perfetti, non perfettibili. Secoli di oppressione straniera, di incrocio di popoli, di alterne sopraffazioni interne mai giunte a un dominio giusto, sicuro, stabile che desse davvero sviluppo, progresso ed autonomia, sono trascorsi invano, così come sembra che invano e come meteore sono passati Falcone e Borsellino, Pio La Torre e Livatino, Di Vittorio e Impastato, per dire alcuni nomi, ma anche Franca Viola, Lea Garofalo, ecc. È il caso di dire allora che la Sicilia è “sminnata”, deturpata, rovinata, deprivata di una sua autentica identità. La narrazione mitica e romantica della Sicilia Felix, è quella di un eden mai esistito, assolutamente poetico nella fantasia nostalgica e consolatoria di chi oggi, come adulto sopraffatto dalla tempesta, vuole sopravvivere aggrappandosi disperatamente agli affetti del tempo che fu, quelli di una prima giovinezza, in cui sicurezza, giocondità e speranza facevano tutt’uno nell’alveo di famiglia – parentela e quartiere, un mondo vitale che oggi non c’è più perché noi non siamo più quelli di una volta ed il mondo stesso, sempre uguale nei suoi delitti, è mutato solo nella loro pubblicizzazione ma non nella loro estinzione. Nulla è cambiato, tranne il tacito mormorio di una volta che si è trasformato in tranquillo e inefficace clamore pettegolo e inconcludente, succube di una volontà che si fa destino di sé stessa. I femminicidi, la mafia, la corruzione, il pregiudizio di genere, la volgare cafonaggine commista a perbenismo paternalistico e moralista, il servilismo e la sciatteria la fanno alla grande, uguagliando l’arroganza bestiale e sopraffattiva di chi ancora oggi fa delle minne anziché fonte di vita, maternità, prosperità e sicurezza, sensuale simbolo di possesso, cupidigia e volgare voluttà. Davvero il principio del piacere sopraffa’ in Sicilia ogni regola seminando anarchia e morte in preda a un Dioniso indomabile da alcun governo.

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