Alfio Pelleriti

Una prosa chiara, semplice, accoglie il lettore fin dal breve primo capitolo in cui si presenta Pereira, il protagonista, giornalista responsabile della pagina culturale del “Lisboa”, un piccolo giornale che si pubblica nella Lisbona del 1938.
Perché intanto il titolo “Sostiene Pereira” che, come in un’anafora, si ripete sempre ad ogni sequenza, quasi in ogni periodo? Azzardo delle ipotesi: Il verbo accompagna il lettore perché l’autore ha scelto una modalità fatica per tenere desta la sua attenzione; ripete “sostiene Pereira” per seguire il protagonista nelle varie tappe della sua storia mantenendosi ad una certa distanza, con il distacco necessario utile a presentare ogni sua scelta con “obiettività”, senza alcuna partecipazione emotiva; lo scrittore vuole tenere separata la complicata vita del suo protagonista, privato dell’essenziale valore della libertà, dal proprio contesto spazio temporale, nel quale di quella libertà gode e di cui si può nutrire.
Quel “sostiene”, tuttavia, significa anche che il narratore ha visto, ha provato, ha intuito, ha accompagnato Pereira immergendosi negli stessi eventi e dunque il lettore si convincerà, capitolo dopo capitolo, che quel verbo ripetuto sia un espediente per consegnare in maniera “realistica” al lettore una vicenda che è drammatica nonostante possa sembrare all’inizio una storia semplice, banale. Man mano che ci si inoltra nella lettura, infatti, ci si rende conto che per il narratore/autore diventa difficile mantenersi a distanza dal protagonista, trattenendo sentimenti di rabbia o di pietà, abbandonando le scelte iniziali, per mostrare al lettore come nessuno possa sentirsi salvo o al sicuro vivendo sotto gli artigli ferali della dittatura.
Si avverte che qualcosa di drammatico incombe, già nell’episodio in cui si scopre l’assassinio di un carrettiere che riforniva un mercato rionale: la sua colpa era quella d’essere un socialista, quindi un sovversivo, e questo bastava nel Portogallo degli anni Trenta governato da Salazar perché la polizia della Guardia Nacional Repubblicana eliminasse un “nemico” della nazione.

Nell’atmosfera grigia di una Lisbona in cui si sopravvive dentro l’incubo di una dittatura, Pereira incontra Monteiro Rossi, un giovane di origine italiana che gli chiede di collaborare al giornale e nella pagina culturale di cui è responsabile. È un giovane pieno di vita che gli mette buon umore e speranza di riprendersi, elaborando positivamente il lutto, dopo la morte della cara moglie con la quale continua a dialogare attraverso una foto incorniciata e attaccata ad una parete della sua camera. Chissà, forse quel giovane avrebbe potuto diventare il figlio che non ha potuto avere e infatti gli concede il ruolo di collaboratore della sezione culturale del giornale pagandogli degli articoli da inserire nella sezione dei necrologi degli uomini illustri, che comunque non riuscirà a sfruttare perché “non in linea” con l’atmosfera fortemente censoria e illiberale di quegli anni.
La narrazione segue il ritmo lento della vita di Pereira che procede senza scossoni o novità di rilievo e anche la prosa diventa scarna ed essenziale per una vicenda che, un fatto dopo l’altro, si snoda come in una cronaca riportata da una voce narrante che presenta eventi e dialoghi in terza persona. E il lettore registra gli incontri al bar col giovane squattrinato Monteiro Rossi e con la sua giovane amica Marta, un po’ snob e radicale che trama per dare un contributo alla causa repubblicana in Spagna sconvolta dalla guerra civile scatenata dal generale Franco contro il governo repubblicano; segue Pereira al tavolo di un vagone ristorante con una nobile tedesca; lo accompagna all’incontro col direttore del suo giornale in un ristorante e si aspetta, intanto, che qualcosa vada oltre questo “tirare a campare” che avvicina il romanzo alla noia di Roquentin nella “Nausea” di Sartre o alla “Peste” di Camus o a qualche capitolo dell’Ulisse di Joyce, estrapolato dalla sua complessa architettura narrativa.

Accade poi che, pagina dopo pagina, quel ritmo lento della vita di Pereira diventa il mio ritmo e lui, pian piano, entra nella mia vita; e lo cerco, lo aspetto; la notte mi fa compagnia durante le consuete, silenziose, sospese ore dell’insonnia, quando apro il libro e mi ritrovo con lui a Lisbona. E lo seguo quando si prepara per uscire, non prima di fermarsi davanti alla foto della moglie per tenerla informata sul suo lavoro, sui suoi incontri con il giovane Monteiro e con Marta, la testa calda, la rivoluzionaria; sono con lui all’incontro con padre Antonio o con il dottor Cardoso che si è messo in testa di fargli perdere un po’ del suo grasso. Lo osservo mentre racconta alla moglie che il dottore è convinto che dentro ciascun uomo vi siano tanti aspetti della personalità che premono sul nostro Io per diventare egemoni ma che solo uno di essi lo diventerà, ed è quello che suggerisce quali scelte compiere nel corso della nostra esistenza, magari seguendo ciò che in ciascuna coscienza si avverte come giusto o vero, e si trova poi anche la forza di cambiare la propria vita eleggendo quei valori a faro del proprio percorso esistenziale.
Insomma come succede il più delle volte leggendo romanzi di qualità, ci si comincia ad affezionare al protagonista e ad Antonio Pereira ormai gli voglio bene come ad un vecchio amico: in fondo mi somiglia un po’ e credo che le sue scelte sarebbero state le mie, anche l’ultima, quella che il suo “Io egemone” gli impone di fare, lì davanti al corpo martoriato di Monteiro Rossi, trucidato da un manipolo di poliziotti che s’era preso l’incarico di eliminarlo perché tramava contro la “patria”, da “sovversivo”, come un “senza Dio”.
Un ritmo lento ha il romanzo di Antonio Tabucchi, ma è proprio quello giusto per raccontare la storia di Antonio Pereira, un uomo pacifico e giusto che ama la letteratura e la libertà.
Più che opportuna per il particolare momento storico che stiamo vivendo la recensione del libro di Antonio Tabucchi “Sostiene Pereira”. Con essa il prof. Pelleriti ci offre l’occasione di focalizzare il valore della libertà, prerequisito ed essenza stessa dell’ etica delle relazioni umane e della civiltà.
È vero! La libertà è tanto preziosa e tanto sottovaluta, come l’acqua, per esempio, che san Francesco diceva “è molto utile, umile, preziosa et casta”; ma anche preziosa come l’ aria che respiriamo e la terra che calpestiamo.
Non ci rendiamo conto della sua importanza vitale finché non ne veniamo privati con i motivi e i modi più diversi, per malattia, carcere, persecuzione, povertà, sequestro, dittatura o per qualsiasi dipendenza.
È paradossale, ma è così: le cose più semplici ci sembrano ovvie e naturalmente dovute, tanto da sacrificarle facilmente per le banali e inutili, se non dannose, salvo poi rimpiangerle dopo che ce ne siamo disfatte.
La libertà è semplice e vitale come un sorriso, un saluto sincero, un chiarimento franco e leale di opinioni divergenti ed opposte tra persone che, pur diverse, possono convivere in pace come coesistono i vari colori dell’ arcobaleno.
Perché la sottovalutiamo, la diamo per scontata, la usiamo travisandola, abusandola, inflazionandola come un’ altra “cosa” altrettanto utile, umile, preziosa et casta che si chiama “amore”? Non è anch’essa facilmente calpestata spesso solo a parlarne?
Eppure sappiamo che senza libertà e senza amore non possiamo vivere, ci manca il respiro e ci sentiamo umiliati al rango di cose, di oggetti, mercificabili come schiavi.
Non è stato per caso che nel 1948 l’ ONU ha proclamato la Dichiarazione universale dei diritti dell’ uomo che al primo articolo recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.” Né a caso, nello stesso anno, la nostra Costituzione all’ articolo 4 ha avvertito che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’ uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
La libertà è così preziosa che per essa c’è chi in varie parti del mondo rifiuta la vita come nel romanzo hanno fatto il carrettiere socialista e il giornalista Monteiro Rossi, agnelli sacrificali sull’altare della verità e della giustizia, immolati per il bene di tutti, anche dei loro stessi carnefici.
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