Il film del 2011 definito coralmente un “capolavoro” dalla critica nazionale
Alfio Pelleriti
Non sono mai riuscito ad assistere fino in fondo alla proiezione di un film di Moretti. Ogni volta, pur imponendomi di rimanere al mio posto fino alla fine, avvertivo ad un certo punto la necessità di andar via e non resistendo a quella ostentata supponenza di Moretti regista e attore, lasciavo la sala. Qualche settimana fa su La7 hanno proposto il film “Habemus Papam” e mi sono imposto di vederlo dall’inizio alla fine.
Ebbene, come le altre volte, non riuscivo a stare calmo sulla poltrona, nessuna posizione mi rilassava, una tensione continua nel vedere uno che si ostina a voler essere protagonista in tutte le fasi della realizzazione del lavoro, dall’idea, al trattamento, alla sceneggiatura, alla regia, al primo attore. Ma ho resistito e quei 100 minuti che sono passati lenti, finalmente sono trascorsi.

La storia è ambientata in Vaticano ed è incentrata sull’elezione di un Papa che non riesce ad accettare la scelta del Conclave ricaduta su di lui. Egli infatti si sente inadatto per quel gravoso e impegnativo compito. Si chiude nella sua stanza, si blocca, non riesce a parlare, è preso da un’angoscia di cui non riesce a liberarsi. La sua segreteria decide allora di affidarsi ad un famoso psicoanalista (è Moretti che interpreta tale ruolo). Il film sembra aprirsi ad un tema interessante: la scelta di affidare le sorti del capo della Chiesa ad un esperto della “psicologia del profondo” che possa consolidarne la personalità prima che cominci il suo pontificato. Ma a questo punto il registro della narrazione cambia radicalmente poiché si passa ad una dimensione surreale e poco comprensibile, dove la vicenda del Papa, che intanto vaga per Roma avendo eluso la sorveglianza, si unisce a quella dei cardinali che vengono presentati come degli individui regrediti a stadi infantili. Sono insicuri, vogliono giocare e divertirsi, e anche loro hanno bisogno di una guida che sia esperta in dinamiche della personalità, ed è sempre lui, Moretti, lo psicoanalista che interviene, ma che poi si lascia prendere la mano e gioca anche lui, prima a carte, poi a fare l’arbitro in un campionato di pallavolo tra le squadre dei cardinali divisi per aree geografiche. Il film termina con il Papa che convintamente rinuncia non accettando l’elezione al soglio di Pietro.
Moretti dunque ha ambientato la vicenda del suo film in Vaticano, nel cuore della cristianità, senza mai affrontare il tema della religiosità o del messaggio evangelico o della figura di Cristo per i cattolici, per non parlare dello Spirito Santo e del suo ruolo misterico sulle vicende umane. Certo Moretti si definisce ateo, ma questo giustifica la scelta di fare diventare sgradevole e insensata una storia incentrata sul Pastore e Capo della Chiesa e dei suoi alti ministri? Insomma, ancora una volta mi chiedo: ma che film è questo? Comico no. Non fa ridere. Una commedia no. Non fa sorridere. Drammatico no. Non fa piangere. È un film, forse, di indagine o di approfondimento sul tema della responsabilità, soprattutto quando su un solo uomo gravano le sorti della cristianità e quindi del mondo intero? No, non lo è. Forse è una favola e come tale si giustificano gli elementi assurdi che vi abbondano.

Al termine del film, abbastanza sgomento, sono corso su internet per avviare una ricerca sulle recensioni che ha avuto a partire dal 2011, anno della sua uscita: valutazioni entusiastiche, non pochi lo hanno definito un “capolavoro”, e la recitazione di Moretti definita “superba”, “impeccabile”, “perfetta”, insieme a quella di Michel Piccoli. Dal Corriere della Sera a Repubblica, ai siti specialistici come Mymovies o “Cinematografo” non ho trovato critiche ma elogi sperticati, e se qualcuno ne avanzava una, era molto leggera, seguita da un encomio al cineasta nazionale. Tanto che mi sono ricordato di una storiella che circolava tra noi giovani cattolici della Fuci con simpatie per la Sinistra, nei primi anni Settanta: comizio in piazza di un esponente del PCI; ogni volta che l’oratore faceva intendere dal tono della voce che aveva terminato la sequenza comunicativa si levavano gli applausi degli astanti, forti, prolungati. In uno di questi passaggi, Carmelo si rivolge a Salvatore che gli sta accanto e gli dice: “Turi ma cchi dissi?” – Salvatore lo guarda alquanto infastidito e risponde: “Carminu, zoccu dissi dissi, batticci i manu!” (Carmelo, non importa quel che ha detto, intanto applaudi!). Mi sembra che anche Moretti sia stato posto in un trono ricoperto di bambagia dai suoi estimatori che lo osannano sempre e comunque, qualunque cosa dica o faccia. Essi, commossi, l’apprezzano come regista più di Bertolucci o di Fellini o di Scorsese o di Chaplin, lo osannano come attore più che Robert De Niro o Al Pacino, Robert Redford o Clint Eastwood, per non citare altri “mostri sacri”, e fremono aspettando il suo prossimo “capolavoro” pronti con l’alloro e all’applauso, “zoccu dissi dissi”, a prescindere.
Affermare che si apprezza Moretti significa ormai fare riferimento ad una visione del mondo “altra” e diversa rispetto alla Destra ma anche alla Sinistra, non certo moderata ma neanche radicale; una filosofia che non si può connotare come idealistica ma neanche realistica; qualcuno azzarda “futuristica” ma viene accolto da un coro di fischi! Forse la sua è una visione simbolista o iperrealista? Forse è una visione “morettiana”, una visione senza definizioni, senza certezze, dove ogni spettatore è contento di riconoscersi in uno sguardo “normale” che non penetra e resta alla superficie degli accadimenti; lo spettatore applaude ad una “corporeità” non da attore ma da anonimo travet o da visitatore distratto in un ipermercato; si commuove e lo apprezza lo spettatore “morettiano”, attratto dalla sua voce inespressiva, metallica e un po’ sempre alta nei toni: una voce normale, non impostata come, invece, quella di chi ha frequentato le accademie d’arte drammatica. Solo Avvenire è andato controcorrente con un articolo di Marina Corradi del 14/4/2011 di cui mi piace citare solo un breve passaggio: “…tra i 107 cardinali che vegliano in un momento così grave, c’è chi fa i puzzle e chi beve tranquillanti, ma il regista non ne immagina neanche uno che preghi…Nello sguardo di Moretti la Chiesa è fatta solo da uomini, e Dio è il grande latitante – per non parlare dello Spirito Santo, che in questa elezione avrebbe clamorosamente fallito. E come il povero Papa depresso, anche i cardinali, pure così simpatici, sembrano prescindere dal primo fondamento della fede cristiana: cioè l’essere in Cristo, cioè il radicale costante rapporto con la carnale concretezza di Cristo. Moretti non si accorge che la Chiesa di Habemus Papam è solo, per usare il gergo psicoanalitico, una sua “proiezione”. Ha immaginato la morte di una Chiesa vecchia e confusa, ma gliene è sfuggita l’essenza: l’essere la Chiesa “corpo e membra” di Cristo.” Insomma “Habemus Papam” è semplicemente un film blasfemo e stupido, oltre che noioso.