di Alfio Pelleriti

Nel breve saggio sono contenuti due interventi dello psicoanalista francese, nonché formatore e teorico del freudismo, di cui fornisce una rivisitazione critica attingendo allo strutturalismo di Levy Strauss, alla linguistica di Noam Chomsky, ad una forma di simbolismo che si avvicina molto, secondo il mio modesto parere, ai concetti di “pre-giudizio” e di “cura” di Martin Heidegger, nonostante Lacan manifesti poca considerazione per la filosofia: “Io non faccio alcun tipo di filosofia, anzi diffido della filosofia come della peste”, afferma impavido e con orgoglio. Nel primo dei due brevi saggi, “Dei Nomi-Del-Padre, Lacan mette in evidenza i principi fondamentali cui si ispira la sua personale rivisitazione della psicoanalisi: l’immaginario, il simbolico, il Reale (definito anche la Cosa, l’Ignoto). Premesso che i suoi interventi sono particolarmente complessi e risultano alquanto difficili da comprendere, anche perché egli si ritiene libero nel poter dare accezioni semantiche del tutto originali a parole ed espressioni rispetto alle convenzioni universalmente accettate, provo a dare una spiegazione dei tre principi. L’immaginario è la dimensione in cui il soggetto vive il suo naturale narcisismo che si esplica soprattutto con le identificazioni e nelle relazioni; il simbolico è la dimensione della parola e del linguaggio con il quale il soggetto può vivere l’immaginario; il reale è ciò che resta dopo l’intervento delle prime due dimensioni sulla realtà, è ciò che resiste all’intervento dell’Io. Tuttavia il focus di tale sua visione è da porre nella “parola”, che diventa essa stessa simbolo, qualcosa di corporeo, di concreto che rimanda di continuo ad esperienze trascorse. Ogni parola aleggia attorno al soggetto, è viva, vibra, si scuote e chiede attenzione prima che svanisca lasciando il povero individuo avviluppato al suo inconsistente reale, costituito da abitudini e da distrazioni effimere.
Fin dagli anni universitari sono stato attratto dalla psicoanalisi e lavorando alla mia tesi di laurea ebbi occasione di approfondire i capisaldi della teoria psicoanalitica e gli ostacoli che essa incontrò in Italia nella prima metà del Novecento, ostracizzata dalla cultura idealistica dominante, dall’atteggiamento organicistico dell’ambiente scientifico ed accademico, dall’oscurantismo provinciale del fascismo, che con i suoi richiami al vitalismo nichilistico, con le sue scelte illiberali e razziste, non poteva non definire la psicoanalisi come una “teoria pansessualistica” e dunque fu osteggiata e derisa dal regime. Avendo letto alcune opere di Freud, constatai come il fondatore della psicoanalisi nell’uso del linguaggio fosse chiaro, semplice nella presentazione di elementi che per la prima volta venivano esplicitati. Per esempio le tre istanze dell’Io: l’inconscio, il pre-conscio, la coscienza; il concetto di Super-Io; le fasi evolutive della sessualità; l’interpretazione dei sogni, con la sua simbologia onirica; i concetti di transfert (positivo e negativo); la differenza tra nevrosi e psicosi; l’interpretazione dei lapsus e dei motti di spirito; i meccanismi di difesa dell’Io: rimozione, repressione, sublimazione, spostamento. Insomma Freud poneva le basi per capire in maniera profonda lo sviluppo della personalità dell’uomo analizzandone tutte le fasi evolutive dalla nascita all’età matura e le ragioni delle possibili deviazioni da comportamenti normali e socialmente accettabili, e presentava tutta questa mole di elementi, che avrebbero rivoluzionato non solo la psicologia ma tutte le scienze umane e i prodotti culturali in generale, in un’opera monumentale, scritta tra la fine dell’800 e gli anni Trenta del Novecento, che si caratterizza per la chiarezza espositiva, la linearità logica e il linguaggio chiaro e accessibile. Poi venne Jacques Lacan e soprattutto i lacaniani e tutto si è complicato quanto a linearità logica ed espressiva. Lacan si muove all’interno del discorso psicoanalitico ma con lo scopo di destrutturarne gli assunti fondamentali della teoria, i suoi meccanismi, il linguaggio e dunque l’interpretazione della realtà individuale e collettiva. A tale scopo adopera un particolare approccio espressivo che si regge su una totale libertà lessicale, a cui aggiunge una strutturazione sintattica di periodi e sequenze altrettanto “libera” dagli schemi che generalmente seguono i comuni mortali, da cui deriva una particolare aria di mistero che ammanta l’approccio lacaniano alla psicoanalisi, intesa sia come metodo di cura delle nevrosi che come interpretazione delle dinamiche che sottendono l’età evolutiva dell’uomo e in generale il suo comportamento nei vari contesti sociali.
Un esempio tratto dal saggio in questione evidenzia l’autoreferenzialità di Lacan e l’oscurità del linguaggio, volutamente enigmatico.
Francoise Dolto (uditrice in un seminario tenuto da Lacan) – Quando il bambino nasce è simbolico del dono. Ma ci può essere anche dono senza bambino. Quindi ci può essere parola senza linguaggio.
Lacan – Proprio così, sono sempre pronto a dirlo – il simbolo va al di là della parola.
F. D. – …Ma tu sei un maestro così straordinario che ti si può seguire anche se si comprende solo dopo…se non c’è immagine del proprio corpo, tutto avviene per l’adulto con l’espressione verbale dell’immaginario. Dal momento che l’altro ha delle orecchie, non si può parlare.[1] Definirei tale modalità espressiva che si compiace nell’usare violenza al linguaggio tipica di una comunità sociale soggetta ad un totalitarismo distopico, di una realtà dove gli individui cercano di erigere monumenti a se stessi, avendo in grande dispregio gli individui normali, quelli che per loro costituiscono le masse. Costoro[AP1] per i lacaniani, per gli eletti, rappresentano solo un oggetto di studio e di sperimentazione per le loro aristocratiche, originalissime teorie. Essi reputano se stessi detentori del segreto della vita, si sentono custodi del “Tempio”.

Penso che questo breve saggio possa bastarmi, e pazienza se dovrò privarmi del monumentale lascito di Lacan, “I seminari”, ritenendo non opportuno andare dietro a questo alchimista del verbo psicoanalitico. Non mi impaluderò cercando di interpretare i suoi vaniloqui dettati dal suo gigantesco narcisismo con il quale si pone al di sopra di Freud, di Russell, di Jung, della filosofia occidentale, più e oltre di quanto si sia spinto Nietzsche. Già nel primo saggio si trovano giudizi radicali sulla filosofia, per niente importante, secondo Lacan, per capire la realtà, né la considera approccio utile per la ricerca del vero e del giusto, si chiamino pure Hegel o Kant o Platone i filosofi. “La dialettica hegeliana è falsa. Essa è contraddetta sia dall’attestazione delle scienze della natura sia dal progresso storico delle scienze della natura sia dal progresso storico della scienza fondamentale, ossia la matematica.”[2] E ce n’è anche per Immanuel Kant, di cui deride il suo imperativo categorico che apre al sentimento della compassione, della solidarietà e al rispetto della dignità di tutti gli uomini: “Come fa Kant a non vedere con che cosa si scontra la sua ragion pratica, tutta borghese, pretendendo di erigersi a regola universale?”[3] Il suo è un flusso associativo di argomentazioni che affermano e negano tesi, andando oltre costrutti sintattici, esigenze logiche, paradigmi filosofici, assunti teologici. Lacan è un prestidigitatore che suppone di ammaliare i lettori rivelando invece un parossismo verbale, un bisogno nevrotico di affermare se stesso con tesi stravaganti, spesso incomprensibili.
Per quanto riguarda “Il discorso ai cattolici”, costituito da due conferenze tenute a Bruxelles il 9 e 10 marzo del 1960, a me sembra la presentazione della religione da parte di un ateo arrogante che si avvale, senza remore morali, della blasfemia per irridere la fede in Dio. Anche in questo suo intervento le parole fluttuano in libertà, è tuttavia chiaro il tentativo di demolire il principio basilare del cristianesimo “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Dichiara in proposito: “Non c’è niente di sorprendente nel fatto che non amo che me stesso nel mio simile. L’uomo non fa passare altro che il suo amor proprio, non solo nella dedizione nevrotica, ma anche nella forma estensiva e logora dell’altruismo educativo, familiare, filantropico, totalitario o liberale che sia.”[4] Parole terribili intrise di un nichilismo assoluto!
[1] Jacques Lacan, Dei Nomi-del-Padre; Il trionfo della religione, Einaudi editore, Torino 2006, pag. 31
[2] Ibidem, pag. 37
[3] Ibidem, pag. 89
[4] Ibidem, pag. 81