Roberto Benigni, Pietro, Un uomo nel vento

di Alfio Pelleriti

Questo testo è una versione ampliata rispetto a quella utilizzata per la trasmissione televisiva andata in onda su RAI 3 con protagonista Roberto Benigni.

Sono ancora alla terza pagina dell’introduzione e rido e piango insieme, soddisfatto dalle sue prime battute che sento così vicine al mio sentire e che sottoscriverei subito. Del resto ho la sua stessa età: anch’io sono nato nell’ottobre del 1952, e credo che tanti aspetti della vita li abbiamo scoperti più o meno alla stessa età e adesso ci misuriamo con riflessioni che hanno a che fare con il senso della vita e con la prospettiva della trascendenza. Il libro tratta della storia di Pietro, di Simone il pescatore, e comincia tre anni prima della crocifissione di Gesù, in Galilea, sul lago di Tiberiade, lì dove Pietro svolgeva la sua attività di pescatore. Lo si trova stanco e nervoso, accanto alla sua barca, perché l’uscita non aveva dato i frutti sperati, quando ad un tratto viene chiamato dal fratello Andrea che lo invita ad andare subito da Giovanni Battista, il quale afferma di avere lì davanti a lui il Messia, che poi sarebbe un falegname, uno che viene da Nazareth. Il libro ha una struttura comunicativa volta al contatto costante con il lettore, così come è solito fare Benigni quando è impegnato nelle sue performances teatrali, avvalendosi della sua simpatia e della sua professionalità. E lo ringrazi per la gioia che sa trasmetterti, per le lacrime di commozione che ti liberano mente e cuore dalla tensione emotiva. Benigni si conferma un grande affabulatore e come racconta lui neanche il mio amico d’infanzia Currao, quando, seduto “nto pisolu” (su una lastra di pietra), nelle giornate sferzate dalla tramontana, ci intratteneva, incantati dalle sue storie.

Roberto Benigni sa tenere alta l’attenzione, fornisce tutti gli elementi del racconto sottolineandoli con i suoi interrogativi, segnandone i tempi giusti e tenendo desta l’attenzione del lettore che lo segue come il discepolo il Maestro, come il bimbo la sua mamma, come lo studente liceale la compagna bionda del secondo banco. Niente di nuovo ci racconta Benigni di quanto non si sappia dei Vangeli per ricostruire la storia di Pietro di cui sottolinea la sua umanità, fatta di contraddizioni, di dubbi, di paure e che, tuttavia, proprio per tali suoi limiti e cadute, Pietro saprà diventare il servo di Gesù Cristo e lo strumento fondamentale per fondare la Chiesa cristiana che dovrà portare alle generazioni che verranno, senza limiti spazio temporali, senza limiti sociali, economici, razziali, la rivoluzione cristiana che si compendia nel mettere al centro dei rapporti umani l’amore, che dovrebbe realizzarsi nella pratica del bene, cioè nel perseguimento della verità, della giustizia, della bellezza.

Questo suo lavoro è importante perché l’autore crede fermamente in ciò che scrive e tale sua certezza porge ai lettori, sperando che possano accoglierla per arricchire la loro dimensione spirituale. Roberto Benigni, dunque, bussa al nostro cuore e ci prega di ascoltare il messaggio di Gesù e di aprirci finalmente al suo amore, facendolo diventare nutrimento e fondamento della nostra vita. Il suo racconto è un’esortazione ad avere fiducia in Gesù Cristo ed è, nello stesso tempo, una preghiera che eleva a Dio Padre perché possa perdonarci e accoglierci con la sua misericordia. Bellissimo l’episodio della donna che, tra la folla che circonda Gesù, riesce a toccargli il lembo del mantello. Gesù coglie l’attimo, si ferma e chiede chi lo ha toccato: “finché la vedono, quella donna. È lì, a terra…Gesù si volta, la vede e la chiama ‘figlia’. ‘Figlia – le dice – la tua fede ti ha salvata’. Quella donna è guarita…Questa cosa di Gesù, questa forza, ti sconvolge, ti porta via…Ma che cos’è? Non si capisce, è un mistero. Un mistero irresistibile e grandissimo.”[1]  E come non ricordare l’episodio in cui Gesù richiama fortemente Pietro chiamandolo “Satana”, perché voleva stargli vicino e rincuorarlo, affermando che lui non poteva morire, negando la veridicità dell’annuncio di Gesù, e cioè che a Gerusalemme sarebbe scoccata la sua ora e sarebbe stato ucciso.

Benigni manifesta comprensione per Pietro che, in fondo, reagisce alle parole di Gesù come avremmo potuto reagire anche noi al suo posto, e nello stesso tempo evidenzia una fede convinta, forte, anche se attraversata dal dubbio e da momenti di scoramento e di incertezza. E guardando negli occhi i lettori, compunto, chiede: “Ma voi lo sapete cosa ha fatto Gesù? L’avete davvero capito chi è Gesù? Cosa ha fatto?” e ci ricorda ancora come fosse normale ai tempi di Gesù tenere in casa gli schiavi, averne la proprietà come gli animali e alla stessa stregua degli animali, si potevano vendere o ammazzare, e poi invita ognuno di noi a immaginare tale realtà provando a sentire ora, mentre leggiamo, compassione per quegli uomini e per quelle donne privati di diritti e di dignità: “Poi arriva Gesù, e dice che davanti a Dio non c’è più schiavo né padrone, non c’è più oppresso né libero, non c’è più uomo né donna, ma siamo tutti fratelli, tutti uguali. Lo capite che rivoluzione è questa?

Mi spingo ad affermare che questo libro è una preghiera sentita, sussurrata a volte, altre volte gridata, perché possiamo prestare attenzione all’annuncio del Dio d’amore, all’annuncio che rende felici nell’abbracciare il nostro prossimo ammalato, povero, abbandonato a se stesso nella sua miseria esistenziale. Gesù annuncia agli uomini, a ciascuno di noi, la sua “lieta novella” che rivoluziona il senso della vita dell’uomo e quindi il suo essere profondo, poiché egli lo porta oltre le variabili possibili delle argomentazioni filosofiche, teologiche, sociologiche, affermando il valore del perdono e dell’amore verso tutti, anche e soprattutto verso il nemico. Gesù parla a ciascuno di noi che attraversiamo un momento storico tragico in cui, ancora l’uomo alza la clava e colpisce il fratello e lo uccide; a noi, uomini del terzo millennio, parla Gesù e ci dice ancora che il comandamento di Dio ci obbliga a non uccidere e ad amare il nostro prossimo sempre, aggiungendo di amare soprattutto il nemico. No, non bisogna bestemmiarlo Dio chiedendogli di benedire gli aerei che faranno cadere le loro bombe sulle città, e per cui uomini, donne, bambini moriranno. Gesù ama e sconfigge il male, Egli parla e guarisce; lenisce ogni dolore la sua presenza e rappresenta la speranza per gli sventurati e per gli ultimi. Tutto questo ci presenta Benigni, genio di un teatro che diventa vita, valore etico, speranza escatologica.

Non è possibile leggere questo libro tutto d’un fiato, anche se questo è il mio desiderio. Ogni capoverso devo fermarmi dando sfogo alla commozione, quindi mi ricompongo e riprendo la lettura, dandomi un contegno. Ma la spontaneità dello scrittore annulla ogni difesa e di nuovo mi fa entrare nella scena che descrive e insieme a lui mi metto in un angolo, in ombra, ad osservare come Pietro si sente smarrito alle parole di Gesù durante e dopo la cena insieme agli apostoli in Gerusalemme, dopo che a tutti, chinandosi, aveva lavato i piedi. È una gemma questo libro! Ha una forza, un calore, una dolcezza che ammalia, che commuove, che ti fa piangere per la gioia profonda che ti trasmette. Ogni parola, ne sei certo, viene da un cuore gentile, dal cuore di un poeta che ama e che dunque percepisce il vero ed il bello insieme al giusto. E non puoi che assentire, rappacificato con te stesso e con l’esterno, al poetico racconto di Benigni su Gesù e su Pietro e su come il mondo sia stato trasformato, rivoluzionato senza alcun esercito, solo con l’ausilio di una croce, della passione e morte di Gesù, delle sua resurrezione e della sua ascesa al Cielo. Poi si giunge alla parte più drammatica, al “Non lo conosco! Io non lo conosco!”, al tradimento di Pietro, e ancora devo fermarmi. Benigni confessa che anche lui avrebbe ceduto alla paura d’essere torturato e crocefisso, e anche io riconosco che avrei fatto lo stesso e poi avrei pianto, avrei pianto per il resto dei miei giorni, perché un amico va difeso sempre, non lo si può tradire. Non si può dire di lui che non lo conosci dopo tante esperienze di vita trascorse insieme: significherebbe essere vili, e il rimorso ti attanaglierebbe l’anima e non si potrebbe essere più quelli di prima. Lui scrive, Benigni, ma è un regista che scrive, uno straordinario regista che ha il senso dei tempi e accompagna il lettore da una scena all’altra dopo avere preparato il contesto della prossima azione e avere anticipato al lettore pensieri e sentimenti dei protagonisti della sequenza. Così leggendo, mi sembra di avere davanti una sceneggiatura e vivere e vedere, come in un film, l’azione dei personaggi, i volti degli attori; e sento la stessa tensione emotiva dei personaggi, in ragione del meccanismo psicologico dell’identificazione, così come avviene nel buio della sala, così come avviene vedendo muovere gli attori sull’impiantito del teatro.  


[1] Roberto Benigni, Pietro, un uomo nel vento, Edizioni Einaudi, Milano 2025, pag. 43


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