di Alfio Pelleriti

La conoscenza per Simone Weil (1909–1943) significa immersione nel reale, partecipazione agli eventi per capirli e farsi coinvolgere o trasportare da essi; significa aprirsi alla vita e alla creazione, per capirne il senso profondo, anche attraverso il dolore fisico o nella gioia. La conoscenza significa per lei entrare in contatto con il Logos divino che la porta a cogliere risultati realistici e trascendenti insieme. L’indagine epistemologica della giovane filosofa procede per strade nuove rispetto alla tradizione filosofica, poiché viene inserita in un approccio umanistico e religioso insieme. Per Weil, intanto, la corporeità è fondamentale nel processo cognitivo: non basta soltanto lo sforzo intellettuale, poiché esso, senza l’approccio della propria fisicità, non darebbe i risultati attesi, non si avrebbe cioè vera conoscenza. Da ciò discende la necessità della partecipazione agli eventi in prima persona, indispensabile per cogliere il significato profondo, metastorico e trascendente degli stessi. In ragione di tale suo assunto le sue opere presentano un valore “profetico”, anticipano tendenze, qualità delle relazioni sociali e insieme gettano una luce preclara sul passato e sui suoi grandi miti e, in generale, sui comportamenti dell’uomo.
E allora, non poteva non entrare in fabbrica come operaia o non partecipare alla guerra di Spagna o non entrare nella Resistenza francese durante l’occupazione nazista, attraversando con la mente e con il corpo i drammi del suo tempo, cogliendo il significato religioso della sofferenza e accostandosi, un passo dopo l’altro, al cristianesimo di cui riconosce una peculiarità importante, quella di essere vicino, più delle altre confessioni religiose, agli ultimi, agli sfruttati, ai diseredati, ai disperati, e tuttavia non passerà ufficialmente alla chiesa cattolica poiché a quest’ultima rimproverava di non riuscire ad andare oltre quel formalismo dogmatico che le era ancora peculiare. Weil crede fermamente che Gesù Cristo, nel rapporto d’amore con tutte le creature, non occupa un luogo lontano, ma come in tutti i rapporti d’amore autentici, Cristo è nel cuore delle sue creature e dunque sostiene: “a nessuno possono essere negati i sacramenti, neppure in presenza di una pubblica negazione dell’esistenza di Dio”[1]. La vicinanza al trascendente non significa per la giovane filosofa approdare a posizioni astratte e lontane dalla realtà; lei resterà sempre attenta al dolore dell’umanità causato dalla sete di potere e dall’aggressività ingiusta e prepotente di certe minoranze: “Sono evidenti l’impotenza e l’angoscia di tutti gli uomini dinanzi alla macchina sociale, diventata una macchina per fabbricare incoscienza, stupidità, corruzione, ignavia. Viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell’uomo…tutto è squilibrio.”[2] La contemporaneità delle sue riflessioni è del tutto evidente e testimonia quanto sia fondamentale, quando si vuole indagare sul comportamento dell’uomo, assumere come metodo d’indagine un approccio olistico, affinché si possano cogliere le cause e gli effetti che determinano in lui la dimensione spirituale e affettiva oltre quella economica e sociale. Non si stanca infatti di sottolineare, la filosofa, l’importanza per ogni uomo di esercitare il pensiero e la capacità critica per contrastare le ingiustizie, quelle sottese a finalità materialistiche e individualistiche ammantate da ideologie false e bugiarde. Afferma l’autrice: “L’efficacia degli sforzi di ogni specie deve essere sempre controllata dal pensiero; perché in generale, ogni controllo deriva dallo spirito; ma il pensiero è ridotto a un ruolo così subalterno che si può affermare, semplificando, che la funzione di controllo è passata dal pensiero alle cose.”[3] Erano quelli gli anni bui del primo dopoguerra, quando l’irrazionalismo, l’individualismo, il nichilismo si fusero con il nazionalismo più aggressivo e con ideologie illiberali e la corruzione delle coscienze e il conseguente dilagare del male era il pericolo da scongiurare per salvare il sentire profondo, le coscienze di tutti.

La giovane filosofa offre un contributo importante all’analisi della condizione operaia e dell’economia liberista in espansione negli anni Trenta nell’Occidente capitalistico, quando si considerava il mercato l’unica realtà cui dare rilevanza per lo sviluppo sociale ed umano, unica variabile del progresso. Lasciò l’insegnamento ed entrò in fabbrica, alla Renault, lavorando alla catena di montaggio. Tale esperienza, che la segnò non poco, le permise di poter valutare la condizione operaia con un approccio realistico, fuori da ogni schema precostituito, da pregiudizi ideologici, sperimentando sulla sua carne cosa significava allora lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’alienazione cui portava la produzione di fabbrica, con la sua meccanizzazione, con la divisione in fasi della stessa, per cui gli operai lavoravano alla catena di montaggio sempre allo stesso pezzo, in unità di tempo sempre più ristrette, diventando essi stessi “macchine”, rinunciando presto alla loro natura di esseri pensanti, poiché ogni loro pensiero li avrebbe distratti e avrebbe fatto perdere loro il tempo controllato dagli addetti a ciascuna sezione di produzione. L’esperienza di fabbrica fu dolorosa ma utile per capire quella realtà. Così si racconta in una lettera ad Albertin Thevenon tratta dal suo saggio “La condizione operaia” edito nel 1931: “Ho molto sofferto di questi mesi di schiavitù, ma per nulla al mondo vorrei non averli attraversati. Mi hanno permesso di provare me stessa, e di toccare con mano tutto quello che avevo solo potuto immaginare. Ne sono uscita molto diversa da quella che ero quando ci sono entrata – fisicamente sfinita, ma moralmente indurita.”[4] E ancora illuminante la sua riflessione sulla condizione psicologica dei subalterni nel lavoro di fabbrica: “Mettendoci dinnanzi alla macchina, bisogna uccidere la propria persona per otto ore al giorno, i propri pensieri, i sentimenti, tutto…E bisogna sempre tacere ed obbedire.”[5] Tale situazione peggiora notevolmente quando a protezione della produzione interna vigila un potere politico nazionalistico dispotico e tirannico, totalitario, come il fascismo e il comunismo, che per l’autrice si sovrappongono, constatando “la medesima militarizzazione forsennata; la stessa unanimità artificiale ottenuta con la corruzione a profitto di un partito unico; il medesimo regime di servitù imposto dallo Stato alle masse lavoratrici.”[6] Le classi egemoni, conclude, indicano una sola soluzione per la stabilità sociale: il controllo delle masse subalterne e raccomandano una pace sociale che mantenga i loro privilegi. La soluzione per lei sta invece nel mantenere il confronto tra le parti in gioco.

Altre stupende pagine di Simone Weil sono quelle delle Lettere dall’Italia, datate 1937, dove il concetto di Bello con cui si misura visitando le città d’arte italiane, incontra armonicamente la sua aspirazione al giusto e al vero e completa la sua analisi storica e sociale. Simone ha 28 anni e conosce il greco, il latino, il tedesco; cita versi di Lucrezio e dell’Iliade, traduce l’Iliade lasciandone il più profondo, stupendo commento. Nelle lettere si apprezza la sua vasta e profonda cultura, la sua sensibilità per il Bello in tutte le sua manifestazioni, ed emerge la sua sensibilità per la musica classica, per i capolavori pittorici e architettonici italiani; la sua capacità di provare compassione per gli uomini semplici ma autentici.
Nella lettera allo scrittore Georges Bernanos, Simone Weil esprime tutto il suo malessere al ricordo dei tanti casi di violenza gratuita praticata da tanti suoi compagni anarchici che durante la guerra civile spagnola uccidevano senza pietà, avendo tacitato ogni segno di umanità, lasciando spazio nel loro cuore soltanto alla vendetta e al gusto demoniaco di infliggere sofferenza al nemico. E da tale esperienza traumatica seguono le sue riflessioni sull’uomo, sul concetto di “persona”. Dice la filosofa a proposito della sacralità della persona. “Ecco un passante per la strada…Non è né la sua persona, né la persona umana in lui che mi è sacra: è lui. Lui tutto intero. Le braccia, gli occhi, i pensieri, tutto. Non vedrei niente di tutto questo senza infiniti scrupoli.”[7]

Simone Weil mi sorprende perché è una giovane donna in cui alberga la saggezza, la sapienza, il bene che lei sa trasformare in parole e concetti che diventano subito idealità, cioè mete da raggiungere perché giuste, belle, vere. Il bene, dice, è da associare al sacro. Tutti gli uomini, dalla nascita alla morte, vogliono che nessuno faccia loro del male, ma si aspettano dagli altri il bene, inteso in senso globale: fisico, psicologico, economico, sociale. Evitare di fare agli altri qualsiasi forma di male equivale già a realizzare il bene, salvaguardando l’uomo in quanto sacro. “Il bene è l’unica fonte del sacro. Solo il bene è sacro.” – sostiene Weil – e continua spiegando cosa possa indurre un uomo a fare del male ad un suo simile, con cui magari si è accompagnato per decenni per poi trovare voluttà nel praticare il male, nel provocare dolore agli altri. Costoro, aggiunge, non sentiranno il grido della vita poiché “è un grido silenzioso che echeggia soltanto nel segreto del cuore.”
In un uomo e in una donna ciò che è sacro non è costituito da ciò che è personale, sostiene Weil, ma da ciò che in loro è impersonale. Il sacro è nell’impersonale perché la bellezza è sacra, non l’artista che ha creato questo o quel dipinto; la scienza è sacra, non il singolo scienziato che scopre qualcosa della verità e non la sua totalità. Bisognerebbe imparare a memoria certe sue affermazioni poiché illuminerebbero il cammino personale nella vita, avendone trovato, di essa, la sostanza. E si imparerebbe cosa occorre per la pienezza spirituale, per dare spazio alla sacralità della nostra persona, quanto sia importante il tempo libero a disposizione di ognuno e ancora quanto fondamentali siano la solitudine, il silenzio, un’atmosfera di calore.
A proposito del diritto, afferma Weil che il diritto romano che spesso viene portato ad esempio quale nobile prodromo al diritto moderno, in realtà si basava sulla possibilità e l’accettazione dell’ingiustizia: la proprietà di cui i proprietari avevano il diritto di usare ed abusare erano esseri umani. “I Greci” – sostiene la filosofa – “non avevano la nozione di diritto…si accontentavano del nome giustizia.”[8] E in tale termine era chiaro il riferimento alla sua causa e origine: l’amore “estremo”, come quello, dice Weil, che ha spinto Cristo sulla Croce e San Francesco a parlare d’amore, non di diritto. Coloro che si occupano dei diritti degli ultimi (li definisce sventurati), di quelli che vivono ai margini, incapaci di articolare parole in loro difesa, lasciati soli nella loro ignoranza e nei loro errori, esprimono, con la loro solidarietà, lo spirito di giustizia e di verità che non è altro che puro amore. Anche gli artisti con le loro opere esprimono amore per loro: “Lo splendore della bellezza si sparge nella sventura grazie alla luce dello spirito di giustizia e d’amore, che solo permette a un pensiero umano di guardare e riprodurre la sventura qual è…giustizia, verità, bellezza sono sorelle e alleate.”[9] Sul tema ho molto apprezzato una sua riflessione che da tempo ripeto e di cui sono convinto e cioè che l’anima profonda di un essere umano vada ricercata nella sua infanzia, l’età dell’innocenza, il tempo in cui è più facile e spontaneo cogliere giustizia, verità e bellezza. E con tali premesse Weil auspica un mondo nuovo, a misura dell’umanità tutta, dove il male, sotto forma di giustizia repressiva non venga invocato. “Dappertutto vi sia la limitazione rigorosa del tumulto delle menzogne, della propaganda e delle opinioni; l’instaurazione di un silenzio in cui la verità possa germogliare e maturare; ecco quello che è dovuto agli uomini.”[10]
Citazioni su Dio tratte dai “Quaderni”:
– “Dobbiamo svuotare Dio della sua divinità per amarlo. Egli si è svuotato della sua divinità diventando cadavere (pane e vino), materia. È necessario amare Dio attraverso le proprie gioie, attraverso le proprie sventure, attraverso i propri peccati. È necessario amarlo attraverso le gioie, le sventure, i peccati degli altri uomini…Amare Dio attraverso i propri peccati è il pentimento. Amare Dio attraverso la sventura altrui è la compassione del prossimo. Come può avvenire questo? Qui è il mistero.”[11]
– “Chi si abbassa sarà elevato. È dunque necessario abbassarsi fino al suolo…discendere nella scala della forza senza esservi costretti…superare l’abisso che separa da quelli di grado inferiore. Accettare di essere uomini, di essere materia umana. Rinunciare al prestigio, alla considerazione. Significa fare testimonianza alla verità, e cioè che si è materia umana, che non si hanno diritti. Spogliarsi degli ornamenti, sopportare la nudità…è più bello accettare le umiliazioni che cercarle. Abbassarsi è soprannaturale.”[12]

– “Il dolore redentore deve essere ingiustizia, violenza esercitata da esseri umani. Deve consistere nel subire la forza. Nell’interiorità di un’anima, la preghiera e il sacramento devono tramutare il peccato in sofferenza…in un poema come l’Iliade, c’è trasmutazione della violenza in sofferenza attraverso il poeta. C’è partecipazione all’opera redentrice.”[13]
– “Noi siamo ciò che è più lontano da Dio, a una distanza estrema dalla quale non sia del tutto impossibile tornare a lui. Nel nostro essere Dio è lacerato. Noi siamo la crocifissione di Dio. La mia esistenza crocifigge Dio…l’amore reciproco di Dio e dell’uomo è sofferenza…la crocifissione di Dio è cosa eterna. Il Dio crocifisso tutti i giorni sugli altari attraverso la consacrazione del pane eucaristico.”[14]
– “Amare ciò che è vivo è facile. Difficile è amare ciò che è morto. L’amore per un morto non è sottomesso alla morte; l’oggetto non ne può morire. Ma un simile amore, se è amore e non sogno, è soprannaturale. L’amore di ciò che non esiste è più forte della morte. Amare ciò che non esiste – un’assurdità? È una follia. Ma in questo risiede la salvezza dell’anima…L’amore è una cosa divina. Se entra in un cuore umano, lo spezza…L’amore divino spezza solo i cuori che acconsentono ad esserlo. Questo consenso è difficile.”[15]
– “L’amore divino è amore incondizionato. Amare un essere umano in Dio, significa amarlo incondizionatamente…in quelli che sono nati due volte, generati dall’alto mediante lo spirito, passati per la morte e la resurrezione del Cristo, c’è un secondo attributo indistruttibile: quello di figli di Dio…Amare impersonalmente significa amare in Dio.”[16]
[1] Simone Weil, Pagine scelte, Edizioni Marietti, Genova 2009, pag. 83. Tratto da “Sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”, scritto da Weil nel 1934
[2] Ibidem, pag. 85
[3] Ibidem, pag. 90
[4] Ibidem, pag. 106
[5] Ibidem, pag. 109
[6] Ibidem, pag. 118-120
[7] Ibidem, pag. 177
[8] Ibidem, pag. 188
[9] Ibidem, pag. 199
[10] Ibidem, pag. 202
[11] Ibidem, pag. 246 sta in Quaderni, II, pp.226-227
[12] Ibidem, pag. 260 Sta in Quaderni, II, pp. 138-139
[13] Ibidem, pag. 263 Sta in Quaderni, III, pp. 206-207
[14] Ibidem, p. 265, Sta in Quaderni, III, pp.280-282
[15] Ibidem, pp. 266-268, Sta in Quaderni, IV, pp. 223-225
[16] Ibidem, p.269, Sta in Quaderni, IV, pp. 332-335