Una rilettura de “La caduta” di Albert Camus

di Alfio Pelleriti

Completata la rilettura de “La caduta” di Albert Camus mi chiedo se non sia semplicistico liquidare questo suo lavoro come uno studio sulle caratteristiche dell’esistenza umana. Il cinismo e l’egoismo sembrano delle costanti in tutti i campi in cui opera l’uomo: nell’ambiente di lavoro e dunque nel rapporto con i colleghi o con i dirigenti; nel rapporto con l’altro sesso; all’interno della famiglia, nelle relazioni con amici e conoscenti; nella percezione che si ha di se stessi; nelle aspettative che nutriamo per la realizzazione personale. Dubito, tuttavia, che queste sue considerazioni sul narcisismo del protagonista del romanzo vadano lette e interpretate così come sono presentate e non si riscontri invece nella sua narrazione un livello connotativo più profondo, qualitativamente più alto rispetto alle spinte motivazionali che lo caratterizzano dettate dal più crudo materialismo, dal più cinico e aggressivo egocentrismo.

Di questo suo tentativo di denudare il comportamento umano da tutti gli “orpelli” idealistici resta lo squallore dell’uomo privo di idealità, spinto soltanto dall’utilitarismo individuale nelle relazioni sociali. Bisognerebbe segnarsele e di tanto in tanto rileggerle alcune affermazioni di Camus sull’uomo “normale”, sul borghese benpensante; sull’uomo che preferisce non avere responsabilità, e dunque sceglie, per comodità, di restare gregario; rimanere lì nel mezzo, nel mucchio, nella massa dove ci si confonde. È il contesto sociale dove si preferisce non avere alcuna identità precisa, né ci si “appesantisce” con principi morali, religiosi, con idealità politiche. Si parla di un’umanità mediocre, che segue l’onda, che preferisce soddisfare la pancia, e la mente la usa soltanto per calcolare velocemente ciò che può tornare utile in termini economici. Si suppone che tale tipo umano che costituisce, purtroppo, la maggioranza, non provi sentimento alcuno, e invece vive e coltiva tale dimensione, anche se è unidirezionale, cioè verso se stesso. C’è un capitolo nel romanzo di Camus in cui si parla dell’amicizia dove l’autore conclude che l’uomo normale, quello che si intrattiene con tanti suoi simili, apprezza soltanto gli amici morti, poiché nei confronti dei morti i vivi non sentono obblighi. In un altro capitolo lo scrittore riflette sulla coesistenza con gli immigrati, basata sull’ipocrisia e la menzogna, e lui, che non è considerato né francese né algerino, ne sa qualcosa; e più avanti afferma con amarezza che molti al sentire parlare di azioni coraggiose o eticamente elevate sbadigliano.  

Ma questo è l’uomo? Soltanto tale negatività lo connota? L’analisi filosofica e antropologica è soltanto un’operazione demolitrice rispetto ad istanze positive come l’amore, la solidarietà, la carità, il sentimento di giustizia o della compassione? Non voglio crederci e penso che Camus, presentando i numerosi limiti dell’uomo, oltre che la sua insicurezza per le continue scelte che gli si impongono, oltre all’angoscia che lo condiziona pesantemente rendendo spesso tragica la sua esistenza, oltre tali limiti, indichi la speranza nel trascendente cui quasi naturalmente il lettore tende ad aprirsi. La sua cioè è un’apertura alla spiritualità che porta a Dio; a quel Logos che avanza oltre il tempo e oltre lo spazio e che si caratterizza per l’illimitatezza e l’infinitudine. Si percepisce il riferimento alla logica divina che si presenta all’uomo come speranza di salvezza, come consolazione ad una vita altrimenti insensata; come approdo felice ad un godimento eterno nella spiritualità perfetta di Dio. Si intravede cioè una scelta di campo in Camus, che all’esistenzialismo ateo e nichilista preferisce quello cristiano di Gabriel Marcel. È chiaro che nella “Caduta” lo scrittore denunzia come l’uomo spesso si rotola nel fango dell’egoismo fino a godere nell’ordire tradimenti e nell’infierire orridamente sugli innocenti, ma in tale realtà non può concludersi il senso profondo della vita. Egli conosce e apprezza il pensiero della giovane mistica Simone Weil e con lei crede che ci sia un senso e una logica trascendente nel ritrovarsi nel meraviglioso e unico equilibrio venutosi a creare 14,7 miliardi di anni fa. E dunque non crede costituisca un’eresia affermare con Weil che “il vero male non è il male, ma la mescolanza del bene e del male.” Così come operava il protagonista del romanzo, l’avvocato Clamence, considerato un uomo buono e altruista ma in realtà è solo un grande egocentrico, un falso benefattore; è il “giudice penitente” incapace di amare pur mettendo in atto azioni buone.

Albert Camus nacque a Mondovì in Algeria il 7 novembre 1913. Fu scrittore, giornalista, saggista e filosofo. Scrisse condizionato dall’affermazione dei totalitarismi in Europa e in Russia, dalle tragedie dei due conflitti mondiali e dalla guerra fredda che seguì nel secondo dopoguerra.

Dopo la morte del padre, avvenuta nella battaglia della Marna nel 1914, si trasferì con la madre in Algeria dove fece tutto il corso di studi fino alla laurea in filosofia nel 1936. Sensibile alle problematiche sociali si iscrisse al partito comunista francese da cui però uscì nel 1937. Trasferitosi in Francia, visse gli anni dell’occupazione nazista cui rispose militando nella resistenza. Partecipò nel 1945 a Parigi insieme a George Orwell, a Emmanuel Mourier al primo congresso internazionale del Movimento Federalista Europeo, fondato da Altiero Spinelli e Ursula Hirshmann.

La giovane Simone Weil ricoprì un grande ruolo per il suo pensiero e per la produzione letteraria. Nel 1950 chiuse ogni rapporto con il partito comunista francese e molti intellettuali lo allontaneranno, tranne Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte.

Premio Nobel per la letteratura nel 1957, morì nel 1960 a causa di un incidente stradale a Villeblein, sulla strada per Parigi. Qualcuno sospetterà un attentato dei servizi segreti sovietici.

È innegabile una vicinanza con la letteratura esistenzialistica di Sartre anche se lo scrittore si sentiva vicino al sentire di Fedor Dostoevskij, di Kafka, di Leopardi.

Opere:

Lo straniero – 1942 (cronaca di un delitto)

La peste – 1947 (contro la dittatura)

La caduta – 1956 (sentimenti di ansia e di estraneità di un avvocato, Jean Clamence)

Il mito di Sisifo, saggio 1942/47


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