di Alfio Pelleriti

A ottobre del 2023 ho superato i “settanta” e, seppure guardandomi allo specchio la mattina noto che le guance, la fronte e il collo sono attraversati da linee che si muovono verso tante direzioni come dei sentieri e, a tratti, come dei calanchi segnano profonde fenditure, sento ancora pulsare dentro la mia anima le stesse tensioni giovanili e un vibrare d’emozioni, un desiderio mai pago di sapere. Si aggiunge, tuttavia, la consapevolezza di essermi avvicinato all’ultimo stadio della vita, che potrebbe significare l’essere attanagliato da un’invalidante malattia che mi costringerebbe a non poter più uscire da casa, o peggio a non saper mettere più in fila i miei pensieri, a non poter godere delle meraviglie policrome dei paesaggi naturali, né provare la gioia sottile del sorriso amato di mia figlia, dei miei carissimi nipoti e tanto altro ancora resterebbe fuori dalla mia portata.
Sì, non sono lontano dal trapasso, dalla morte insomma, che cambierà il mio stato fisico, che mi trasformerà in polvere, ma che lascerà libero il mio Spirito che, leggero, si involerà ad incontrare Dio, Gesù tanto invocato, amico e Padre e confessore, cui ho indirizzato preghiere, ho rimesso ansie, paure, emozioni, in un rapporto unico e speciale che spesso mi ha consentito di coglierne l’essenza, che mi ha illuminato il cammino che conduce al Vero e al Giusto. No, non temo di parlare della morte. Essa non m’impaura, anzi, quando ne parlo, scorgo, come sono solito affermare, un luccicar di stelle, il volto della Vergine e del Messia le braccia. E sorrido al pensiero d’incontrarmi con i miei cari che prima di me hanno lasciato il mondo per godere d’una superiore armonia e di un’altissima, eterna meraviglia che ad altra dimensione appartiene, riservata ai giusti, ai santi, agli umili amati dal Signore.
I miei settant’anni poi, mi aiutano a pormi domande e a cercare risposte, a trovarle spesso durante questo nostro viaggio nella vita, che ha avuto un inizio e avrà una fine. E dunque sarebbe facile dedurre qualche conseguenza: quella più immediata cui pensare è quella che dovrebbe portare ciascun uomo a non sprecare il tempo che ci è stato concesso, e non abbandonarci a pensieri, comportamenti, atteggiamenti che renderebbero il nostro viaggio inutile. Sono molti coloro, tuttavia, che si lasciano vivere, divenendo succubi di pulsioni materialistiche e meramente edonistiche, senza sviluppare interessi che non siano unicamente indirizzati al proprio Ego. L’Io, allora, diventa un pensiero fisso e unico che occupa cuore e mente e si sviluppa, pian piano, un essere che assume le caratteristiche di un individuo che si nutre di ciò che è materiale tralasciando le idealità, attirato soltanto dal vacuo e dal vano. Guardano a se stessi costoro, cercando ciò che immediatamente li soddisfa: i piaceri, il godimento nel sesso, nel cibo, nel gioco, nel potere, nella ricchezza. Non avranno rispetto dei loro simili perché egoisti, anzi, per loro provano odio, disgusto . Resteranno indifferenti di fronte alle migliaia di vittime innocenti di guerre, epidemie, povertà, sfruttamento; di costoro se ne fregheranno, semplicemente.

Gli egocentrici perdono ogni dimensione etica e morale e, dunque, non provano il sentimento della compassione che apre alla solidarietà, all’accoglienza, all’ascolto, alla pietà per chi cade e soffre. Non apprezzeranno costoro l’arte in tutte le sue manifestazioni e, con supponenza, con stupida burbanza, dedicheranno un semplice sghignazzo a coloro che pregano nella casa del Signore. Costoro, insomma, avranno solo un grande totem da adorare che ha le loro stesse fattezze e il loro volto; un totem gigantesco, enorme, incontenibile, affamato e insaziabile di vittime sacrificali per placare la voglia di riempir la pancia e diventar potente, a misura della sua disperazione e della sua immensa solitudine.
Bisognerebbe, e lo dico a me stesso, misurarsi con gli altri, stare con loro e ascoltarli con fraterna vicinanza, sentire i loro problemi, le loro convinzioni, cogliere i loro pregi ma anche i loro difetti, senza scandalizzarsi e senza emettere affrettati giudizi. Insieme agli altri si cresce e si coglie l’essenza della vita, non isolandosi o stando insieme a coloro che ci somigliano, giusto per evitarlo il confronto. Per Heidegger la morte è semplicemente il “nulla” che pone l’uomo in una situazione di angoscia esistenziale; per Nietzsche è la prova che distingue il superuomo dal volgo pavido che cerca sicurezze nella Croce; per Sartre essa fa da cornice ad una vita ch’è votata allo scacco e alla caduta nelle disillusioni. Per i mistici o per i filosofi come Gabriel Marcel o Emmanuel Fourier o Edith Stein, per teologi come Carlo Maria Martini o Dietrich Bonhoeffer o Pavel Florenskij o il nostro Vito Mancuso, la morte rappresenta soltanto la fine biologica del nostro corpo ma è l’inizio della piena esistenza spirituale del nostro “Io”, della nostra anima che non “si libera della prigione del corpo”, come affermava Platone e, con lui, i neoplatonici antichi e moderni, ma raggiunge il suo pieno sviluppo, la sua perfetta realizzazione, riscaldata dalla Luce eterna di Dio Padre.
