TULLIO CERASA

di Alfio Pelleriti

Ancora un racconto breve tratto da “Un torinese ad Albavilla ed altre storie”

Inseguire i pensieri più torbidi è il gioco preferito dagli uomini che hanno perso in ripetute battaglie il loro oggetto del desiderio. E allora costoro amano ripercorrere a ritroso la loro vita, ma procedendo in tale difficile e rischiosa operazione inseriscono episodi inventati, particolari di incerta veridicità, poiché ciò che è importante per loro è che tutto conduca ad un fine voluto, accarezzato, temuto. Tutto accade con un processo psicologico intrigante, sul crinale del verosimile, che porta a dipanare verità cercate, volutamente nascoste, rimosse nel preconscio, in quella zona d’ombra dalla quale si può attingere per sentirsi forti abbastanza per affrontare l’indicibile.

Tullio Cerasa viveva la sua vita di imprenditore inseguendo fantasmi che lo assillavano incessantemente per tutte le ore del giorno e diventavano protagonisti dei suoi incubi notturni che intesseva in mille modi diversi, col risultato di avere un sonno leggero, frammentato da tanti ansiosi risvegli, ostacolato da una respirazione difficile che dava adito ad un potente russare. Da anni insomma doveva ricorrere ad ansiolitici e a sonniferi per recuperare l’energia necessaria per poi presentarsi al lavoro con aria sufficientemente normale e con la mente un po’ rasserenata.

Ma chi era Tullio Cerasa? Era un uomo che aveva da poco superato i cinquanta; alto, dalle spalle possenti ma con la testa troppo piccola per quel fisico da atleta.

Era un ottimo conversatore che accompagnava le sue argomentazioni con una teatrale mimica facciale e con un sapiente gesticolare. Non c’era interlocutore che potesse contrastare i suoi punti di vista e riusciva ad avere l’ultima parola su ogni argomento. Sapeva infatti qualcosa su tutto e gli bastava quel poco per fargli alzare la voce, per ironizzare sulle tesi dei malcapitati suoi avversari. Imbastiva analogie e confronti, esempi e riflessioni passando con disinvoltura dall’economia alla filosofia, dalla teologia alla politica, dall’astronomia alle scienze alimentari. Era un vulcano in piena attività che si calmava soltanto quando il suo interlocutore gettava la spugna cambiando argomento o abbandonava il campo andandosene con una scusa.

Suo padre era stato bracciante prima che in una calda mattinata agostana un cacciatore non lo avesse rinvenuto supino dentro un canalone coperto da un fitto canneto, la bocca digrignante in una smorfia di dolore e il petto squarciato da una rosa di pallettoni. Tullio, orfano di padre ancora infante e con una madre casalinga, era destinato a svolgere il lavoro del padre. Ma, già bambino, voleva affrancarsi da quel mondo dominato dall’ignoranza, dallo sfruttamento e dalla violenza. Erano gli anni del caporalato nelle campagne del Sud e le angherie mafiose e i soprusi dei potenti erano all’ordine del giorno.

Bastò un episodio a convincerlo che quel mondo non sarebbe stato il suo. Suo zio Michele, dopo aver preparato la mula per andare nella vigna del barone Crisafulli che necessitava della potatura stagionale, decise di portarlo con sé accontentando il nipotino che da tempo lo pregava di condurlo in campagna. Arrivarono nella vigna al sorgere del sole e dunque Tullio rimase per qualche ora infreddolito ma col viso sorridente poiché non voleva lamentarsi di nulla altrimenti quell’esperienza sarebbe diventata l’ultima. L’uomo si mise a lavorare di buona lena dopo aver raccomandato a Tullio di stare con la mula al riparo sotto un grande albero d’ulivo antistante la casa colonica. Ma un bambino vivace come Tullio non poteva stare a lungo seduto e inattivo. Allora prese a correre dietro a dei gattini ospiti della casa, poi si diede a scavare delle buche e a riempirle d’acqua, osservava l’andirivieni di instancabili formiche oppure ammirava rapito la poderosa muscolatura dell’animale che gli era stato affidato e i grandi mansueti suoi occhi. Ma all’improvviso saltò in piedi guardando lì dove aveva lasciato lo zio poiché da lì provenivano grida di dolore e urla di uomini dirette contro quel pover’uomo. Erano i fattori del barone arrivati a cavallo coi fucili a tracolla e i frustini in mano. Proprio con quelli colpivano ripetutamente il malcapitato che era caduto a terra sovrastato dai cavalli e dalle nerbate, e lì veniva attinto anche dagli zoccoli degli animali.

  • “Sulu du’ filari di viti facisti ‘nta menza jurnata, omo tintu e vili. Tornatinni a casa e nenti cchiù travagghiu ppi tia, né cca né a n’autra parti!”

Tullio, accorso, unì il suo pianto a quello dello zio ancora a terra sanguinante e dolente per i colpi ricevuti. Fu lui che lo aiutò a risalire in groppa alla mula dopo vari tentativi e a farlo discendere con l’aiuto della zia quando furono giunti a casa.

Quell’episodio lo convinse che non avrebbe mai lavorato in campagna e che sarebbe andato a scuola per conquistarsi un avvenire più sicuro e dignitoso rispetto a quello del padre e dello zio. Inoltre maturò la convinzione che chi è povero e subisce ingiustizie è solo un uomo poco intelligente o appartiene a quella categoria di uomini che si sforzano di essere onesti perché non hanno il coraggio di essere cinici e spietati nel raggiungimento delle mete esistenziali importanti: ricchezza e potere.

Si diplomò ragioniere e di lì a poco fu chiamato a lavorare presso un’importante azienda agrumicola. Era così bravo a tenere in ordine i conti e a risolvere ogni problema amministrativo che presto divenne il vero protagonista delle grandi scalate finanziarie e dell’aumentata capacità produttiva di quella azienda del profondo Sud che in pochi anni divenne una realtà economica consolidata e conosciuta in tutta Italia e anche all’estero. 

Qualcuno malignava che quei successi erano dovuti ai “buoni consigli” di Tullio e soprattutto alle sue conoscenze che risultavano poco raccomandabili. Insomma un giovane intraprendente come Tullio Cerasa non poteva limitarsi al ruolo di “consigliere” e ben presto passò all’azione in proprio. Divenne consulente del lavoro tra i più richiesti, con un “portafoglio” di conoscenze tra i politici d’alto bordo che pochi in Sicilia potevano permettersi e vantare. Inoltre varò una sua azienda che si occupava di edilizia e di movimento terra che in pochi anni ebbe un parco macchine degno delle maggiori aziende nazionali.

Tavola di Pippo Coco

Era insomma diventato il più facoltoso imprenditore di Albavilla, invidiato da tutti per gli “status simbol” che sfoggiava, dalle Ferrari alle Porsche, dalla villa con piscina ai rolex d’oro con cui si adornava i polsi, ai vestiti firmati che comprava in negozi di prestigio a Roma e Milano.

Sì Tullio era un uomo potente, ma aveva il suo tallone d’Achille: era un uomo affetto dalla sindrome di Otello. Era gelosissimo di sua moglie, una donna bellissima e affascinante.

Si chiamava Anna e l’aveva conosciuta in occasione di un concorso comunale per l’arruolamento di otto vigili urbani. Centinaia di candidati si erano presentati e tra questi Anna che spiccava tra tutti, intanto perché donna e poi perché giovanissima, ma soprattutto perché bella, alta e dal portamento regale. Sprizzava femminilità e sensualità in ogni gesto anche il più semplice e la sua voce era suadente e dolce a un tempo. Quando Tullio la notò dall’alto del suo ruolo di assessore, decise immediatamente che doveva essere sua, nonostante avesse quindici anni più di lei. Diede fondo a tutte le sue arti oratorie; non badava a spese nell’offrirle tutto ciò che poteva desiderare una diciottenne d’estrazione sociale povera che guarda alla realtà con timore e ritrosia ma anche col desiderio di farne parte e di gustarne le gioie e i piaceri. Anna era ancora una giovanissima donna ma il suo corpo era già sinuoso e formoso: i capelli lunghi corvini, che lei vezzosamente poggiava sulle spalle e che, di tanto in tanto, accarezzava, le chiudevano un ovale del viso perfetto, armonioso, ambrato; due grandi occhi neri che si chiudevano e poi apparivano ritmicamente erano penetranti e caldi come raggi di sole ed erano delimitati da ciglia lunghe e ricurve all’insù; un nasino piccolo e appuntito contrastava con labbra carnose grandi e rosate che a tratti si socchiudevano facendo intravedere due filari di denti bianchissimi e perfettamente regolari, pronti a disegnare sorrisi che perturbavano gli astanti e accompagnavano in uno stato di beatitudine gli uomini che la osservavano inebetiti ed estasiati.

Tutto era perfetto in quella donna che tanti chiamavano già “Venere” e che altri speravano di rivedere in sogno; alcuni coraggiosi si facevano avanti con scuse banali pur di poter scambiare con lei qualche parola. Neanche le attrici hollywoodiane potevano competere con la sensualità e la bellezza greca del suo corpo: seni prosperosi e turgidi, fianchi stretti su un addome piatto; gambe lunghe, “infinite” dicevano i basilischi albavillesi; e due natiche che toglievano letteralmente il respiro sia da ferme che soprattutto in movimento.

Ebbene questa “meraviglia della natura” divenne “roba” di Tullio Cerasa. La sua Ferrari, i suoi soldi, la sua intraprendenza e la sua caparbietà furono armi formidabili che conquistarono Anna facendo strame dei numerosi contendenti che, a malincuore, dovettero accettare la sconfitta.

Così, come un imperatore, trionfante e inorgoglito per aver ottenuto l’ennesimo successo, inanellò quella donna stupenda credendo così di avere donato un nuovo trofeo alla sua infinita vanagloria e al suo ipertrofico ego. Ma quella scelta, quella ennesima “vittoria” si rivelò presto l’inizio di un calvario psicologico.

Già durante il viaggio di nozze, sulla nave da crociera che li scorazzava in giro per il Mediterraneo pretese che Anna non rimanesse da sola in cabina, che non indossasse abiti corti o trasparenti o camicie troppo scollate. – “Tesoro” – le diceva – “tu hai ragione di lamentarti, ma devi accontentarmi. Io conosco i pensieri di tutti quelli che ti guardano e sono pensieri cattivi. Fai come ti dico per amor mio!”.

Poi la pregò di rinunciare al lavoro di vigile che lei si era conquistato con una preparazione solida, attenta, approfondita. Certo i commissari non avevano avuto dubbi nell’assegnare il massimo punteggio a quella candidata che era perfetta da tutti i punti di vista. Ammaliati da tanta armonia formale, erano stati ben contenti di averle dato la valutazione più alta e quindi la certezza di poter diventare la prima vigilessa del Comune.

Ma Tullio infranse anzitempo quel sogno costringendola a lasciare quell’impiego tanto ambito. – “Se mi ami devi fare quel che ti dico! Sei la mia futura moglie, cerchiamo di capirci!” – le diceva convinto. – “Ma sono la prima in graduatoria! Ci tengo ad avere un lavoro!” – rispondeva decisa ma con tono cauto Anna. Non voleva infatti perdere l’occasione di un matrimonio che le avrebbe consentito di cambiare status sociale. Sarebbe diventata una vera signora, rispettata da tutti.

– “Ma tesoro, non avrai certo bisogno di quei pochi spiccioli che ti darà il Comune! Con me sarai una gran signora!”.

E così Anna lasciò ad altri quel lavoro per accontentare il futuro marito. Ormai aveva la certezza che la sua rinuncia avrebbe sigillato la promessa di matrimonio fattale da Tullio. Tale considerazione, tuttavia, anziché rallegrarla o compiacerla, la portava a nutrire un sentimento di odio e di disprezzo nei confronti di quell’uomo. Non lo lasciava, anzi gli si mostrava innamorata e piena di attenzioni, anche se per lei era solo un insignificante individuo da assecondare ma al quale non apparteneva sentimentalmente; gli altri, anche se sconosciuti, valevano più di lui. Provava così una strana sensazione di piacere sensuale e di gratificazione emotiva quando gli uomini la fissavano con interesse ed era soddisfatta avvertendo il loro desiderio di possederla.

Anna era giovane e nonostante le raccomandazioni, quando incontrava lo sguardo di un giovane come lei sentiva un tonfo al cuore. Si sentiva apprezzata e lusingata dalle tante attenzioni che le prestavano così che, dopo il matrimonio, la vita coniugale si trasformò in una vera e propria guerra con il marito. Crebbe l’indifferenza e l’allontanamento psicologico di Anna nei confronti di Tullio e ogni giorno era una lotta senza regole, dove c’era spazio soltanto per bugie e tradimenti.

Dove sei stata tutta la mattinata?” – la interrogava Tullio gridando visibilmente agitato.

Sono stata da Marisa, caro. Aveva la febbre e le ho fatto un po’ di compagnia.” – rispondeva serafica Anna guardandosi allo specchio e aggiustando la grande spilla in oro, ultimo regalo del marito.

“Sono passato decine di volte da quella strada e non ho visto la tua macchina!” la incalzava Tullio ancora più arrabbiato ed esacerbato dall’eccesiva calma della moglie. – “Tesoro, non l’hai vista perché era dentro il garage di Marisa.” – Rispondeva lei quasi divertita dall’irruenza di quell’uomo geloso, ai suoi occhi sempre più goffo ed insignificante.

Diventa strana e misteriosa la vita per quegli uomini che vogliono spiegarsi eventi o comportamenti senza trovarne ragioni plausibili. Tullio non capiva più chi fosse, non si riconosceva più. Non dormiva la notte o, se dormiva, aveva incubi: sognava Anna che passava dalle braccia di uomini giovani e belli. Poi quegli incubi cominciarono ad occupare la sua mente anche di giorno e ogni minuto, ogni istante fantasticava sulle possibili unioni extra coniugali della moglie. Soffriva soprattutto perché non riusciva più a mostrarsi agli altri come uomo estroverso, dinamico, calcolatore, mentre invece uno strano tedio, un’inedia irrefrenabile cominciava a dominarlo. E non riusciva più a fare delle scelte né negli affari né nella vita di ogni giorno. Aveva difficoltà a comprare un vestito, delle scarpe o a far la spesa al supermercato perché era convinto che potessero fregarlo. Anche la sua attività imprenditoriale cominciò a risentire del poco impegno profuso da chi aveva gestito da protagonista i rapporti con le maestranze e con i clienti. Le entrate calarono vistosamente e cominciarono a crescere i debiti con le banche e poi anche con i privati; così fu costretto a vendere qualche bene effimero e infine una parte cospicua del suo patrimonio.

Nel momento più triste e difficile della sua vita Tullio subiva ogni giorno qualche sconfitta. Ma il dramma più doloroso fu quello che visse con la sua donna, tormento ed estasi della sua esistenza. Una telefonata anonima ricevuta in una mattinata grigia, piovosa e uggiosa, lo informava di un presunto rapporto clandestino di Anna con un giovanissimo studente universitario, figlio di un suo conoscente, l’avvocato Scuderi.

Quando riattaccò il telefono provò un senso di vuoto alla testa che si trasferì poi allo stomaco. Non riusciva a concentrarsi su nulla; guardava attraverso i vetri della sua camera giù nell’ampio cortile e tutto gli appariva estraneo, lontano. Quel senso di vuoto si trasformò poi in nausea e prese a vomitare lì sul tappeto mentre uno strano fischio gli trafiggeva le orecchie. La fronte gli si imperlava di sudore gelido quando si lasciò cadere sulla poltrona come un sacco, come un corpo morto.

Eppure, in un certo senso, tirò un sospiro di sollievo dopo quella telefonata perché era la dimostrazione che aveva avuto ragione di nutrire tutti quei sospetti. Sì, Anna non l’aveva messo nel sacco! Aveva capito tutto fin dall’inizio, adesso però aveva la prova certa del suo tradimento, della sua sconfitta definitiva, irrimediabile.

La sua pelle era diventata gelida e brividi gli attraversavano il corpo mentre provava la strana sensazione dell’inutilità di qualsiasi azione. Non avvertiva alcun desiderio, non aveva progetti da realizzare, non aveva amici o nemici da neutralizzare. Non gli importava più neanche di Anna. I ninnoli che occupavano il suo ampio ed elegante salone e le foto che lo ritraevano sorridente si trasformarono in altrettanti fantasmi che lo osservavano e lo deridevano beffardi.

Si alzò e lentamente si avviò lungo il corridoio, aprì la porta del suo studio, si sedette sulla comoda poltrona di pelle; aprì il cassetto della scrivania e impugnò la 357 magnum poggiando poi la gelida canna alla tempia. Un colpo… una scia di fumo, un tonfo e Tullio Cerasa passò a miglior vita.

Fuori tutto seguiva i ritmi consueti del sabato sera: le strade e la piazza antistante il suo appartamento erano tumultuanti di voci, di orribili canzoni neomelodiche napoletane diffuse da potenti altoparlanti, di suoni acuti di clacson usati per salutare i conoscenti. E Anna, elegantissima nel suo vestito bianco che le sagomava quel suo corpo statuario lasciandone tuttavia scoperte parti significative, si intratteneva con due sue amiche a parlare proprio sulla soglia del portone, dopo aver concluso lo shopping quotidiano.


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