Vito Mancuso, “Non ti manchi mai la gioia”. Quale antidoto per l’egolatria del nostro tempo?

di Alfio Pelleriti

Come liberarsi da una condizione che ci rende succubi di una realtà che ci prevarica, che ci condiziona e ci precipita nell’abisso della paura e della sfiducia? Una condizione che ci impedisce di godere la vita, la sua armonia, la sua meravigliosa bellezza. Siamo ancorati ad un egoismo che percepiamo come qualcosa di buono; lo presentiamo a noi stessi come il tentativo di farci accettare dagli altri, ma in realtà vogliamo convincere gli altri delle nostra unicità, del nostro eroismo esistenziale; vogliamo essere amati dagli altri come noi amiamo noi stessi. Ma anche gli altri muovono dal medesimo assunto, e dunque, quando parliamo non ci ascoltano e quando parlano loro fremiamo, aspettando che chiudano la bocca o, senza ritegno, sbadigliamo, o peggio, giriamo le spalle e li piantiamo lì, a cuocere nel loro brodo, nel loro “gretto egoismo”, nella loro “crassa ignoranza”. Eppure diciamo a noi stessi che siamo davvero unici, poiché cerchiamo la spiritualità e vogliamo assumere l’Ostia consacrata! Ma siamo sicuri che anche tale agire, considerato da noi “eroico”, non sia in realtà uno strumento per affermare la nostra supponente “unicità”, cioè, ancora il nostro enorme egoismo?

Dice Mancuso allora: “quando il pensiero inizia a formarsi liberamente nella mente al servizio del cuore e non più del ventre e del basso ventre e della volontà di potenza dell’ego, allora insieme al vento fresco della liberazione, sale dal profondo una voce che ti dice: sei in trappola siamo in trappola.”[1]

La storia dell’umanità è stata segnata dal rapporto uomo/Dio o si può anche affermare, dal ruolo che l’uomo ha assegnato a Dio. Il medioevo ha segnato l’affermazione della centralità del divino, dopo la cosiddetta “morte di Pan” cioè del posto centrale che si era dato nel corso dell’antichità alla Natura e alla “passione” dell’uomo per la realizzazione dei suoi progetti, seguendo i suoi principi. La nostra epoca viene definita l’era dell’antropocene, cioè dell’uomo che si illude di avere riconquistato una primazia su Dio, con il suo affidarsi interamente alla tecnologia, costi quel che costi: riscaldamento globale, inquinamento, armamento sempre più distruttivo negli arsenali degli Stati, aggressività crescente. Oggi l’estromissione di Dio e della religione è la conseguenza più evidente del narcisismo diffuso nella maggioranza della popolazione.

È questa l’epoca dell’egolatria. Cita Mancuso l’intervista del 1966 concessa da Martin Heidegger a Der Spiegel, in cui il filosofo afferma che il nemico dell’umanità è il suo concedersi alla tecnologia, dimenticando che la sua salvezza dipende invece dall’apertura a Dio tramite il pensiero e la poesia. “Ormai solo un Dio ci può salvare, che possa liberare l’individuo dal delirio di onnipotenza”. E il Dio dei nostri giorni è rappresentato da un Dio “immanente e privatissimo dell’Io”. Domina quindi l’individualismo e il narcisismo (amore verso se stessi). “Noi viviamo” – dice Mancuso – “nel tempo del Dio-Io”.[2]

Vi sono molti pericoli che incombono oggi su quest’uomo che ha scelto di erigere al proprio Ego un altare e di eleggere l’economia come disciplina regina che sostituisce tutte le altre, considerate false o irreali. Vi è intanto il pericolo di una guerra mondiale che potrebbe essere innescata da conflitti locali: Russia-Ucraina; conflitto israelo-palestinese; tensione tra Cina e Taiwan; emergenza climatica; incomunicabilità generazionale (solo 5 anni separano una generazione dall’altra); abissali sperequazioni tra super-ricchi e masse di diseredati; minacce pandemiche; migrazioni sempre più massicce. La democrazia rischia davvero di entrare in crisi passando alla oclocrazia, cioè dal governo del popolo a quello della plebaglia, della folla rozza, arrogante e violenta che va avanti col “panem et circenses”. È il populismo che poi sfocia nella tirannide, nel mai morto fascismo, da cui discendono comportamenti sempre più aggressivi, come avvenne con il volgare Manifesto del futurismo nel 1909, con il quale si tuonava contro la cultura, contro i valori laici e religiosi che mirano al bene comune e osannando invece l’estetica della trasgressione (droghe, tatuaggi, rapper); la volgarità del linguaggio. È in crisi anche il concetto di società perché non sappiamo più stare insieme a dialogare e a confrontarci con serenità e lealtà; né amiamo più la solitudine che permette il raccoglimento interiore; si apprezza il frastuono, si sta insieme per non dire nulla di interessante; è importante l’esserci ma non per capire l’essere nel mondo ma per assolvere ad un’abitudine, ad un conformismo sociale (così fan tutti e mi uniformo). Per definire l’uomo si fa riferimento alla sua sostanza fisico-chimica, alla sua dimensione intellettuale, alla ragione da cui i risultati scientifici e tecnici; alla dimensione psichica, i sentimenti, le emozioni e le passioni. Si avverte spesso un vuoto che ognuno cerca di riempire cercando di realizzare un desiderio che in fondo è solo una tensione psichica da sedare, da colmare, spesso con comportamenti che sappiamo non daranno risultati concreti ma che allentano la tensione e il senso di vuoto, e dunque cerchiamo affannosamente distrazioni da consumare e che non danno alcun risultato se non la nostra alienazione (la ricerca del cibo, della droga, i viaggi, il gioco, i contatti sociali, i suoni, le informazioni provenienti da qualsiasi fonte anche la più anonima). Il nostro tempo è quello che ha mandato in soffitta la filosofia e la religione come spiritualità per sostituirla con l’adorazione dell’Io. E tuttavia esso non lo si considera, dice Mancuso, come soggetto, cioè come un Io che sa assumersi delle responsabilità, rischiando le cadute, le sconfitte, lo sforzo comunque e l’ansia dell’impegno, bensì lo si intende come complemento di termine, “a me”. L’individuo si attiva solo perché “a lui” possano venire dei vantaggi, in denaro, in successo, nell’esercizio del potere, nel godimento immediato. E dunque, i suoi rapporti con gli altri sono finalizzati sempre verso un sé superficiale, in cui unica motivazione all’azione è la cupidigia, la cupiditas. Solo quando si scopre il valore per qualcosa di diverso dal sé, la vita può diventare autentica, poiché si esce dalla prigionia del sé e da uomo “captivus” (prigioniero) nelle relazioni, “cattivo”, si passa ad un individuo che sa apprezzare i valori etici, del pensiero, dell’arte. Solo attraverso questo passaggio, insieme al proprio Io si introduce nella propria interpretazione dell’esistenza, il Mondo e soprattutto Dio. Ciò comporta che alla cupidigia si sostituisce l’Amore, e per amare bisogna apprezzare non la folla e il trambusto, ma la solitudine, il farsi da parte per fare trionfare uno scopo diverso dal proprio Io. Solo così si può svolgere un ruolo significativo nella società, solo quando mettiamo al primo posto non il nostro Io ma qualcosa o qualcuno diverso da noi. “Il senso della vita consiste nel dedicarsi a qualche cosa più grande di noi, che però, rispetto a noi, non è estranea, ma è la medesima sorgente da cui noi proveniamo. Assoggettandosi ad essa, ognuno di noi diviene veramente un soggetto.[3] Parliamo dunque della realizzazione del bene.

È importantissimo, fondamentale, la descrizione di Mancuso su come poter impiegare il nostro tempo, che non consiste certo nel cercare spasmodicamente il successo, cioè il consenso degli altri. Questo equivarrebbe ad accettare le mode, ad entrare passivamente nel mondo del “si dice”, del “si fa”, del “si pensa”; sarebbe cioè rinnegare se stessi, e non lavorare per noi, per la nostra essenza, ma per l’immagine esteriore con cui gli altri ci percepiscono e ci vogliono e pretendono che noi siamo e per quest’ultima spesso ci si impegna, per quello che vuole il mio “esterno”. Il successo, in genere, significa piegarsi al proprio egoismo e alla propria istintività: al cibo, al sesso, al denaro, al potere, eliminando, cacciando via la spiritualità che ho dentro di me. Significa cioè, fare sparire, abortire, uccidere l’anima che è dentro ciascuno. Dice Mancuso e prima di lui il citato fisico Guido Tonelli, che vi è nell’universo il vuoto quantistico, che non è il nulla che registra l’assenza totale, anche della possibilità della nascita di un ente, di una particella. Il vuoto quantistico è invece essenziale perché possa formarsi la vita. Ecco, tale vuoto è anche dentro di noi, è la nostra anima che può nascere e affermarsi dando gioia e felicità interiore, come può anche non nascere, perché con i nostri comportamenti glielo abbiamo impedito e saremo, allora, uomini prigionieri delle mode, del materialismo, “captivi”, esseri cattivi, esseri senz’anima. “E’ un essere che scaturisce da un modo di essere. Un essere derivante da uno stile. Tale stato può apparire e poi scomparire, ma può anche permanere e diventare stabile, se si lavora con calma e attenzione sul proprio vuoto interiore.”[4] E l’anima può dare senso alla nostra vita, se solo ci abituassimo a nutrirla con il nostro comportamento, un poco più attento al silenzio interiore e alla contemplazione della vita. Bisogna stare vigili per mantenere attiva la nostra anima senza cedere alla bramosia del possesso, di cercare sempre un posto d’onore, senza cedere al desiderio d’essere approvati e ammirati dagli altri; di essere sempre presenti sulla scena per essere applaudito più degli altri attori. Facciamo parlare ancora l’autore: “Dallo svuotamento delle parti più profonde della propria interiorità, sgomberate da tutti gli odi e i risentimenti accumulatisi negli anni come oggetti dimenticati…può procedere la nostra liberazione e generarsi la nostra più autentica bellezza.”[5]

Infine il teologo indica dei comportamenti per giungere al mantenimento della gioia interiore che è duplice nella sostanza: è bellezza e libertà. Ma occorre fare esercizi e praticare un costante lavoro interiore per capire se stessi e i propri limiti e poi costanza nell’eseguire pratiche che contribuiscono alla maturazione della gioia spirituale: immergersi nelle meraviglie della natura dimenticando ogni altra cosa che non sia l’apprezzamento del sublime naturale e del sublime artistico, che significa apprezzare i capolavori letterari, musicali, artistici. Bisognerebbe darsi alla meditazione analizzando se stessi per esempio nell’uso del linguaggio che adottiamo con gli altri, nelle mete che ci siamo poste da raggiungere, nei valori di riferimento che ci siamo dati come guida esistenziale. Bisognerebbe fare silenzio e meditare e ripensare a noi stessi oggettivati, posti lì davanti a noi. “Dal lavoro interiore dipende strettamente il destino di ognuno di noi”, afferma lo scrittore, e dall’ottimismo con cui si guarda al futuro con fiducia dipende la nostra felicità. E il risultato è quello di guardare agli altri non più come avversari o nemici da battere o da eliminare ma con spirito solidale e compassionevole sentendoli fratelli, condividendo con loro gioie e dolori, imparando finalmente a stare gioiosamente insieme.


[1] Vito Mancuso, Non ti manchi mai la gioia, Garzanti editore, Milano 2023, pag. 15

[2] Ibidem, pag. 29

[3] Ibidem, pag. 86

[4] Ibidem, pag. 98

[5] Ibidem, pag. 106


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