Lev Tolstoj, “Anna Karenina”, o della ricerca del senso della vita

Alfio Pelleriti

SECONDA PARTE: L’amore “totale e sublime” di Kostia e Kity

Si dice, a ragione, che i classici sono coloro che riescono a toccare il cuore di tutte le generazioni, oltre i limiti spaziotemporali. E Tolstoj è un classico. Tuttavia resto sorpreso per la modernità di cui è intrisa la sua narrazione, poiché i temi che affronta sono legati soprattutto alla vita di coppia e risultano sovrapponibili a quelli in cui oggi ci si dibatte. La sua analisi sul sentimento d’amore vissuto all’interno del matrimonio o in un rapporto extraconiugale sembra una riflessione scaturita da un confronto contemporaneo sul tema. Non tralascia, il Nostro, di descrivere le emozioni, le gioie, i patimenti dell’innamoramento e in tali prove egli raggiunge vette altissime, ma apre anche alla realtà del vivere insieme, quando ciascuno comincia a notare nell’altro comportamenti che non immaginava potessero essere messi in campo. Il vivere insieme giorno dopo giorno, infatti, presenta delle sorprese amare che inducono a reazioni di rabbia, a possibili scontri, a incomprensioni, a cadute, e quella felicità provata nel recente passato sembra quasi svanire. Levin scopre aspetti del carattere di Kity che lo deludono, eppure, dice Tolstoj, anche in quei momenti il loro amore cresce e si consolida, perché ci si avvicina consapevolmente al senso della vita, al suo significato profondo. Entrambi imparano a tacere, quando constatano che sono immersi nella tempesta delle pulsioni emozionali e dell’istinto e soprattutto sanno vedere nella reazione dell’altro se stessi: “Levin aveva compreso non solo che tra loro c’era intimità, ma che non era chiaro dove finiva lei e dove cominciava lui…ma in quello stesso istante aveva sentito che lei non poteva suscitare in lui risentimento, perché lei era lui…”[1] è questo un approccio allo studio e alla considerazione della vita di coppia che apre a rimandi di tipo psicoanalitico, ma anche etico, morale e religioso. È una visione quella dello scrittore che apre alla considerazione della donna che ha il diritto di vivere una condizione paritaria con l’uomo. Sia Kity che Anna Karenina sono donne contemporanee, che avvertono la necessità e il dovere di dover lottare per ottenere ciò che dovrebbe essere naturalmente paritario, senza alcuna distinzione di genere. Anna e Kity vogliono e pretendono la loro piena realizzazione, che significa tentare di vivere in coerenza con i valori in cui credono, in armonia con le meraviglie del Creato. Loro, in qualità di donne, affermano che come gli uomini, e spesso, meglio degli uomini, sono in grado di saper coniugare il Giusto col Bello e col Vero. Anzi chi crescerà in saggezza e in spiritualità, in umanità, sarà Levin e tutto grazie a Kity che veniva ancora trattata come una “donna”. Sarà lei infatti, sul letto di morte del fratello di Levin a dare coraggio a lui e al cognato, rivelando una forza d’animo e un altruismo tipici degli uomini che hanno ricchezza interiore e alta spiritualità. “Stare nella stanza del malato per lui era tormentoso…con diversi pretesti, usciva ed entrava in continuazione senza riuscire a restare da solo. Kity invece agiva in maniera diversa. Quando vedeva il malato provava pena per lui. E nel suo animo di donna quella compassione non suscitava affatto il sentimento di orrore o di ribrezzo che provava suo marito, ma un incentivo ad agire per aiutarlo.[2]

Ma intanto nell’altra coppia protagonista del romanzo si prepara un’altrettanta tensione drammatica che però avrà diversi esiti rispetto alla prima: “E aveva sentito che, oltre all’amore che li univa, tra loro si era instaurato lo spirito maligno del conflitto che lei non riusciva a scacciare né dal cuore di lui né, tanto meno, dal proprio.[3] Quell’amore tra Anna e Vronskij che sembrava eterno si configura, poco per volta e poi sempre di più, come tutte le realtà umane, limitato e non perfetto, soggetto ai cambiamenti; un amore che aveva sfidato tutte le convenzioni sociali, che era andato oltre ciò che sembrava insuperabile, anche oltre l’amore materno di Anna per il figlio; un amore eroico, eppure i sentimenti negativi come la gelosia, il narcisismo, la vanagloria, la ricerca spasmodica di primeggiare, l’edonismo egoistico, l’orgoglio prenderanno il sopravvento su quell’amore che non poggiava su basi spirituali e che dunque non era aperto ad una visione totalizzante che avrebbe potuto portare Anna e Vronskij a un riferimento a Dio che costituisce il vero collante, la sostanza su cui poggia qualsiasi costruzione umana che voglia durare nel tempo; mancava in loro il desiderio di farsi piccoli ed umili per potere capire e amare lo Spirito di Dio che dà senso alla vita dell’uomo e a tutte le sue intraprese. Questo è il tema e il messaggio di Tolstoj, così come si era già evidenziato in “Guerra e pace”.

L’essenza della vita invece vorrebbe scoprire Levin e dunque legge i grandi filosofi, ma quando concretamente si misura con gli altri allora tutto si complica e ciò che appariva chiaro, ad un tratto, si offusca, e lo assale una tristezza che gli occupa il cuore costantemente e lo attanaglia un’amarezza che non riesce a cancellare dal suo volto. Come capisco Levin che trova una risposta ad una domanda fondamentale che nessun filosofo gli aveva dato, gliela dà invece un suo vecchio contadino: “Uno vive solo per i propri bisogni, come il Mitjuscha, che non fa che riempirsi la pancia, mentre il vecchio Fokonovic è un giusto. Vive per l’anima, si ricorda di Dio. E un nuovo sentimento di gioia si era impadronito di lui. Alle parole del contadino, tanti pensieri pieni di significato avevano preso a roteare accecandolo di luce.[4] Sì, appunto, “vivere per la pancia o vivere per l’anima secondo il volere di Dio”, questa è la scelta cui è chiamato ogni uomo. Fare quella giusta toglie dalla disperazione chi si è ammalato, chi è stato lasciato solo dopo essere stato tradito, chi lavora rompendosi la schiena ma i soldi non gli sono sufficienti per soddisfare le esigenze della famiglia. Sì, questo è il senso della vita anche per me. La conversione di Levin è totale, benedetta dal Cielo e salva Kity e Mitya, il loro bambino, da una tempesta scoppiata improvvisamente, durante la quale un fulmine aveva colpito la quercia sotto la quale erano solite sostare Kity e la bambinaia, ma che proprio quel giorno si erano trattenute per caso a pochi metri di distanza. Ogni evento gli capiti spinge Levin ad alzare gli occhi al Cielo e a benedire e ringraziare Dio per avergli donato la fede in Lui e concesso la grazia di percepire con certezza, con riconoscenza e con gioia quel dono che gli portava una serenità mai provata prima.

Giunto all’ultima pagina di questo straordinario romanzo, trovo in calce lo spazio per scrivere all’autore un breve ringraziamento: – Grazie per questo magnifico dono Tolstoj! anche se non bastano i ringraziamenti, occorre invece una sintesi finale che evidenzi il focus, la cifra tematica del romanzo. Il primo elemento che emerge sta nel fatto che l’autore deve dimostrare una tesi che è la stessa di Kant, di Karl Barth, di Soren Kierkegaard e, per certi aspetti, del nostro Vito Mancuso: insondabile è la logica di Dio se si fa affidamento agli strumenti logico-scientifici di cui si avvalgono gli uomini, poiché Dio è il “Totalmente Altro” e ci risulta dunque incomprensibile perché spesso sono gli uomini malvagi ad avere la meglio sui giusti; perché la sofferenza, la malattia e la morte si accaniscono sugli innocenti; perché un destino crudele sembra scagliarsi su un uomo buono e generoso; perché dobbiamo perdonare i nostri nemici che ci hanno fatto soffrire ingiustamente; perché le guerre, sempre più atroci, ancora persistono nel mondo nonostante lo sviluppo scientifico, l’istruzione generalizzata, il benessere sempre più diffuso. A queste fondamentali domande cerca di dare risposta Tolstoj attraverso le vicende che interessano una donna, Anna Karenina, e un uomo, Kostantin Levin. La prima rappresenta quella parte dell’umanità che crede di trovare il senso della vita confidando nelle proprie risorse fisiche, intellettive, etiche, avendo fiducia nella personale resistenza e nel proprio coraggio per la realizzazione personale. Anche questo è il sogno di Vronskij, suo amante e convivente. Entrambi toccheranno con mano la fragilità della propria esistenza, risultando essere dei vinti: Anna, nonostante sia madre, si lascia andare alla disperazione, uccidendosi, vinta da una depressione che l’aveva condotta a convincersi che tutti le volevano male, che la odiavano, e lei, invece, aveva fortemente bisogno d’essere amata e compresa da tutti, nonostante avesse scelto di vivere fuori dalle norme sociali cui le donne dovevano sottostare. Stessa sorte toccherà al marito di Anna, Aleksej, abbarbicato al suo egocentrico progetto di mantenere una dignità sociale attraverso il carrierismo e la scalata sociale al fine di occupare uno status lavorativo ben remunerato e un ruolo sociale rispettabile. È Levin tuttavia il vero protagonista del romanzo, che supera gli steccati dell’individualismo e dell’egoismo accostandosi a Dio quando la sua caduta psicologica sembrava insuperabile e la sconfitta esistenziale certificata. Scoprirà invece la dimensione spirituale, il riferimento costante alla Parola di Gesù; scoprirà che dentro ogni uomo c’è un’anima che va nutrita con un comportamento volto alla realizzazione del Bene. E tale verità la scoprirà grazie a sua moglie Kity che possedeva tale grazia che si manifestava in una disposizione naturale a contrastare tutte le tentazioni e i sentimenti negativi, in nome del dettato evangelico e della cura della sua spiritualità.

Un romanzo davvero superbo, grandioso, costruito con una geometria perfetta, per cui ogni elemento, dalla prima parte all’ultima, convergono poi in un vertice, o nel punto finale della prospettiva, e non occorre alcuna sapienza accademica, fosse anche quella teologica, per possedere tale chiave esistenziale che porta alla gioia interiore e alla felicità quando ci si sente chiamati ad essere giusti, leali, altruisti, non mettendo mai la propria firma al termine dell’azione benefica, ma operando nell’ombra, nutriti dalla preghiera e da un costante riferimento a Dio Padre.

Il mondo contadino
Levin e i contadini
Kity e Levin
Levin cerca il senso della vita
Il valore della preghiera
Vivere per la pancia o per l’anima
Avere fede in Dio

[1] Ibidem, pag. 511

[2] Ibidem, pag. 523

[3] Ibidem, pag. 743

[4] Ibidem, pag. 835


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