ovvero Kant contro Nietzsche, le due antinomiche visioni dell’uomo e della storia.
di Alfio Pelleriti

Come capire il senso della mia vita e il perché io sono venuto al mondo? Con questo suo ultimo, interessante saggio, il filosofo e teologo Vito Mancuso intende rispondere alla domanda adottando il “metodo Kant”, cioè mettendo al centro dell’analisi il primato della dimensione morale. Sembrerebbe che la società odierna abbia posto tra parentesi tale primato affidandosi piuttosto all’anticristianesimo di Nietzsche, secondo cui esiste solo il caso, la forza e la volontà di potenza che dettano le regole della storia e della vita in generale. Si aggiunga, sostiene l’autore, che le risposte dell’individuo agli stimoli esterni non sono spesso determinate dal riferimento ad una scala valoriale ma soltanto dalla volontà di adeguarsi alle modalità comportamentali tipiche del gruppo sociale d’appartenenza. Prevalgono, insomma, risposte non razionali ma conformiste e spesso in antitesi ai principi che si declamano, con le quali si sceglie ciò che è piacevole e conveniente, ciò che non crea problemi col senso comune. Eppure, ci ricorda Mancuso, “quando il vuoto viene riempito dall’idea giusta, nasce al nostro interno la gioia.”[1] Questo è il compito dell’educazione morale: creare un recinto valoriale al cui interno fare scattare le nostre decisioni, i nostri comportamenti, in coerenza, in questo caso, con i principi etici e morali. Kant, ci ricorda ancora Mancuso, ribadiva che nell’uomo esiste una naturale predisposizione al bene ma anche una propensione al male, e tuttavia, scegliere l’una o l’altra strada è qualcosa che si apprende. Convinzioni e comportamenti, infatti, non si ereditano ma dipendono dall’educazione e dagli esempi ricevuti fin da fanciulli. “Mia madre – dice Kant – era una donna amorevole, sensibile, pia e retta, piena di tenerezza che col virtuoso esempio, avviò i suoi figli al timor di Dio.”[2]
In realtà che un compito essenziale esercitino le varie agenzie educative per la formazione di ragazzi e giovani è assodato, tanto da potere affermare che ciascuno è il risultato dell’educazione ricevuta o non ricevuta. “Scuola, scuola, e poi ancora scuola!” così rispondeva un imprenditore agricolo a Kostantin Levin, uno dei protagonisti del grande romanzo “Anna Karenina” di Lev Tolstoj che cercava sempre di motivare i suoi contadini lì nella Russia di fine Ottocento. Tuttavia, occorre che la formazione dia adito a delle risposte individuali che solo una personalità ben strutturata può dare, cioè si fa riferimento ad un Io consapevole, creativo e responsabile.
Quanto detto non esclude, anzi implica una lotta, una scelta continua del bene, nonostante le cadute, i limiti e le contraddizioni che si incontrano in se stessi e nelle relazioni con gli altri. Quando la nobiltà dell’ideale si afferma in noi e nel nostro comportamento allora si avverte quella gioia sottile e profonda che porta al pianto e alla felicità. Straordinario sarà il cambiamento che avviene in noi in tali circostanze, poiché “da un legno storto fuoriesce qualcosa di perfettamente diritto”. Proprio in questa nostra epoca, in cui sempre più frequentemente l’irrazionale sembra farsi strada nelle coscienze di ragazzi e di giovani, che azzera l’apertura agli altri e ai valori morali, è importante sostenere tali principi, intesi come cura e attenzione, contro la filosofia nichilistica.

Collegato a tale situazione, continua Mancuso, è il tema della stupidità che sembra dilagare nell’attuale società: “La stupidità è uno stallo dell’intelligenza, sia di quella cognitiva sia di quella emotiva… la stupidità è un non-pensiero, ripetizione stereotipata del già pensato a prescindere dal contesto.”[3] Così, la supponenza è la chiusura ai dati della realtà, perché si suppone di possederli già tutti, e dunque ci si chiude al confronto, convinti di avere già la verità in tasca. Tale limite lo si riscontra spesso negli eruditi, in chi si basa cioè sulla quantità di sapere piuttosto che sull’elaborazione di esso. Anche questa è una forma di stupidità difficilmente curabile.
La malizia, invece, viene dall’uso distorto dell’intelligenza, che diventa strumento per la personale affermazione (furbizia), tipica di colui che tende non al bene ma al male, spinto dall’egoismo. Il gregarismo riguarda coloro che non sono autonomi ma seguono pedissequamente gli altri, i potenti, i leader, adeguandosi alle opinioni di costoro. Kant oppone a tale scadimento del comportamento umano il primato della morale e del filosofare che rende gli uomini liberi dall’istinto e dal proprio egoismo.

“Destinazione speranza” ci porta, dunque, nel cuore della filosofia di Kant, figlia del sentire illuminista, che tende a fare uscire l’uomo dallo stato di minorità. Essa ci insegna che soltanto dalla coscienza morale può nascere il pensiero profondo e l’esercizio della libertà; e i principi morali costituiscono anche il viatico che porta al trascendente e alla fede in Dio. Tale autonomia si sarebbe dovuta affermare combattendo il dogmatismo, il senso comune, e soprattutto le proprie convinzioni, andando anche contro se stessi (la battaglia di gran lunga più difficile). Percorrendo tale impervia strada, piena di insidie, si può giungere, dice Mancuso, alla speranza, alla fiducia in se stessi, dopo essere stati liberati dalle innumerevoli pastoie dei luoghi comuni, delle mode, delle tradizioni e delle abitudini.
Infine mette in guardia, il Nostro, sulla tendenza, mai sopita, degli esseri umani a rifuggire dall’assunzione di responsabilità. Tale questione, mirabilmente l’aveva già affrontata Fedor Dostoevskij nel romanzo “I fratelli Karamazov”, al capitolo quinto del quinto libro, lì dove Gesù Cristo, tornato nella Siviglia della fine del ‘500, quando si menava strage degli eretici ad opera della Santa Inquisizione, sarà fatto arrestare dal Grande Inquisitore, rimproverandogli di aver donato all’uomo la libertà, di cui il popolo non vuole portare il peso della sua gestione, e non vede l’ora di demandarne il compito ad una autorità che decida per lui. Oggi, avverte Mancuso, rischiamo di fare diventare realtà la società distopica del Grande Fratello orwelliano, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, accolta da molti con entusiasmo, ma che potrebbe annullare definitivamente ogni briciolo di libertà agli uomini e ai popoli. Kant già ammoniva: “E’ così comodo essere minorenni! Se io ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale che ha coscienza per me, se ho un medico che decide per me, io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Non ho più bisogno di pensare, purchè possa pagare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione.”[4]

L’ultima parte del saggio è dedicata a ciò che attende l’uomo nei prossimi decenni. Il rischio, dice Mancuso, è quello della perdita della qualità che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi, e cioè il suo libero pensiero, la creatività, il senso di responsabilità, la rivisitazione critica del passato. Tutto questo sta per essere messo in crisi dalla tecnologia e dalla convinzione che questo nostro momento storico costituisca l’inevitabile e positivo stadio dell’evoluzione umana, quello dell’intelligenza artificiale. Ma quest’ultima potrebbe diventare invece per l’uomo la possibilità concreta di entrare in un tunnel che porta rapidamente alla stupidità e alla perdita del senso profondo della legge morale che abita dentro ciascuno, determinando nello stesso tempo lo smarrimento della propria coscienza che non saprà più distinguere il bene dal male; l’effimero da ciò che è fondamentale e sostanziale per l’uomo. Potremmo avviarci davvero verso un mondo dove governano pochi e le moltitudini obbediscono, avendo perduto il rispetto verso se stessi, preferendo essere dominati e cedere le proprie libertà nelle mani del tiranno di turno. Ci muoviamo, insomma, verso la società auspicata da Nietzsche che voleva cancellare ogni riferimento alla morale. Del resto, sottolinea Mancuso, le filosofie si contrappongono: l’una nega l’altra, “nessun compromesso è possibile, il duello è mortale.”[5] Conferma, dunque, lo scrittore e teologo che Kant e Nietzsche si pongono agli antipodi: l’uno perchè pone la coscienza morale alla base dell’azione umana l’altro perché nega tale presupposto e afferma che innanzitutto bisogna “sparare alla morale” e affermare il coraggio dei pochi e degli aristocratici. Su tale affermazione bisognerebbe interpretare l’episodio del sacrificio di Abramo, poiché su quell’olocausto rischia di bruciare il riferimento al bene, alla morale e al grido di “Dio lo vuole”, come ha dimostrato la storia e i fatti a noi contemporanei, far passare anche i genocidi, sparando, appunto sulla morale. Ancora una volta bisognerebbe guardare invece alla visione di Dio inteso come Amore, così come predicava Gesù. Ogni comportamento religioso, privo del riferimento alla realizzazione del bene, farebbe scattare lo zelo, la passionalità esagerata, perfino l’odio, poiché si obbedirebbe formalmente alla parola di Dio, ostentando la propria appartenenza. In conclusione, Mancuso apre alla speranza, quella “verticale”, come la definisce, quella che indica una “vita eterna”, con cui sopravvivere al limite della carne, all’insensatezza delle paure e degli incubi; la speranza in una vita spirituale che sia la degna conclusione di una vita volta a fare trionfare il bene. Per la comunità umana si auspica la “pace perpetua”, auspicata già da Kant nel 1795, cioè un’uscita dal caos, dalle ingiustizie e dalle guerre, speranze ratificate nel 1919 e nel 1945 con la nascita delle Nazioni Unite e poi con l’ONU.
Io aggiungerei agli eminenti filosofi e teologi citati da Mancuso che suffragano la sua tesi, anche i romanzieri, i cineasti, gli scrittori di favole e di racconti, i poeti. Loro rappresentano la possibilità di poter sperare anche in questo nostro cinico mondo, riportando l’uomo a riconquistare la ricchezza spirituale dei bambini: la semplicità, la docilità, l’altruismo, così come vuole la “speranza verticale” che si basa, dice Mancuso, sulla spiritualità positiva e realistica, per cui in vita ciascuno darà secondo le sue possibilità in vista dell’affermazione del sommo bene, che significa aiutare chi ha bisogno, amare tutti, fare qualcosa non per soddisfare se stessi, ma la comunità umana. La fantasia e la creatività possono giocare un ruolo importante per raggiungere tale obiettivo.
[1] Vito Mancuso, Destinazione speranza, Edizione Garzanti, Milano 2024, pag. 47
[2] Ibidem, pag. 56
[3] Ibidem, pag. 96
[4] Ibidem, pag.147 cit. tratta da I. Kant, Risposte alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo.
[5] Ibidem, pag. 222