di Alfio Pelleriti

Cosa aspettarsi da un romanzo scritto da Fedor Dostoevskij se non meraviglie che spingono il lettore ad apprezzare l’uomo e le sue risorse spirituali oltre che creative. Consapevolezza, creatività, responsabilità sono le tre caratteristiche indispensabili, secondo il teologo Vito Mancuso, per rendere un uomo libero, e dunque capace di creare o di apprezzare il sublime. Questi elementi sono contenuti in “Umiliati e offesi” e dunque si piange leggendolo, non “si ammazza il tempo” né si rimane tali e quali, perché giunto all’ultima pagina non sarai più quello di prima. Avrai fatto esperienza del sublime e perciò sarai cresciuto in umanità e potrai perciò alzare il tuo sguardo al Cielo e vedere ciò che gli altri, gli scansafatiche e i gaudenti, non potranno mai vedere perché appesantiti dalle loro sicurezze, dalle loro abitudini solide e irrinunciabili, consolidate dal loro pesantissimo ego.
Se non si sono lette almeno le prime cento pagine, i romanzi di Dostoevskij non attirano il lettore; restano come scolpiti in una tela in cui si notano dei magnifici colori, una perizia nell’uso dei pennelli straordinaria, ma non si riesce ad afferrarne il senso. Si rimane ancora distanti, ognuno nella propria dimensione temporale, esistenziale, emozionale. Succede poi che Dostoevskij, avendo teso al massimo la sua rete, comincia a mollarla, cede, cioè inserisce qualche elemento nuovo, teso ad incuriosire e a scuotere il lettore. In questo romanzo, pubblicato nel 1861, ecco farsi spazio un personaggio destinato a diventare centrale, Nelly, la nipotina del signor Smith, che nelle prime pagine lo si incontra in un’atmosfera enigmatica: egli è un avventore di una pasticceria, anziano, accompagnato dal suo cane, vecchio e spelacchiato, Azorka. Ogni giorno occupa un posto, lì in un angolo, ai piedi il suo cane, ma non ordina nulla. Il vecchio, appena si siede punta lo sguardo in qualcosa o su qualcuno e non lo sposta mai. Un giorno viene richiamato dal cameriere e subito dopo il suo cane esce, attraversa la strada, s’adagia piano al muro, s’accascia e non risponde più ai richiami del suo padrone. È morto. Dopo qualche giorno morirà anche il vecchio Smith. Questo episodio verrà ripreso nella parte finale e il lettore finalmente potrà darsi delle spiegazioni mettendo al posto giusto dei tasselli ch’erano rimasti fuori dalla sua ricostruzione del tessuto narrativo.
Lasciato tale incipit, infatti, si presentano uno dopo l’altro i personaggi della storia: innanzitutto Volja o Ivan, il protagonista, scrittore e poeta, attento a seguire ed aiutare con i suoi saggi consigli e la sua naturale amabilità due giovani innamorati, Aliosha, figlio del principe Valkovski, ricco e potente ma anche senza alcuno scrupolo morale, e Natasha, bella e romantica che per seguire il suo amore lascia la famiglia poiché il padre avrebbe voluto un altro marito per lei. Il loro si presenta come un amore tormentato, anche perché Aliosha è attratto da un’altra donna, Katia, bella, giovane, ricca e di buona famiglia cui il padre vuole indirizzarlo per il matrimonio e che, per raggiungere tale scopo, adopererà ogni mezzo, lecito o illecito. Natasha soffrirà per tale ambigua situazione, anche perché Aliosha, pur amandola, non ha una personalità forte e si lascia dunque condizionare dagli eventi. Volja cerca di muoversi all’interno di tale situazione magmatica, sostenendo emotivamente Natasha, che ammira e che in cuor suo coltiva un sentimento che va oltre l’amicizia, reprimendolo tuttavia, pur di accontentare e rendere felice Natasha.
Sembra di trovarsi innanzi al classico intreccio narrativo di un romanzo d’appendice, ma Dostoevskij è uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, non bisogna dimenticarlo, e quando tutto sembra dormiente e senza alcuna forza, ecco uscir fuori il suo talento inarrivabile e configurabile in un’energia narrativa straordinaria, in una capacità unica nel tratteggiare le ansie e i drammi dei protagonisti, che si elevano da quel contesto specifico e assurgono ad esempi universali, a tipologie umane che sottolineano paradigmi drammatici, esemplificazioni di caratteristiche psicologiche riscontrabili nei comportamenti di uomini e donne in vari contesti storico-sociali. E il lettore, allora, non può fare a meno di scuotersi, di attivare la sua memoria, stimolandola nella ricerca di episodi della sua vita, presente e passata, da accostare a quelli dei personaggi. Ed egli freme, è scosso, è confuso, piange e si stupisce e si chiede il perché di quelle sue lacrime. Cosa c’è che unisce la sua storia a quella di Natasha e di suo padre, che piange e si dispera per la scelta avventata della figlia?
Man mano che si procede nella lettura, il racconto si complica e i percorsi esistenziali dei personaggi si intersecano e le loro caratteristiche psicologiche si rivelano con tanti chiaroscuri. Nelly è certo colei che ha permesso di creare tensione al racconto, poiché si esce fuori dal canone narrativo che l’autore si era dato per presentare le atmosfere salottiere piccolo borghesi e ci si inoltra in un mondo di estremo realismo dove i personaggi sono spinti da esclusivi interessi economici, privi di retroterra etico o morale. Si esce cioè fuori dalle ambiguità sentimentali con cui il lettore ha dovuto fare i conti, per esempio al cospetto di Natasha, per formare una empatia naturale con un personaggio sfruttato e tormentato come la giovane Nelly, per la quale la mia povera mamma avrebbe certo versato lacrime sincere mossa da sentita partecipazione al dolore profondo della ragazzina, sola al mondo e preda di una donna dedita ad ogni malaffare, violenta e offensiva come una sadica carceriera. E ne avrebbe certo ricavato un dipinto da inserire nella sua nutrita raccolta, presentandola con i suoi vestiti logori, poiché a Nelly piaceva vestire di cenci: “Io sono povera e voglio essere povera. Sarò povera tutta la vita, così mi ha ordinato la mamma in punto di morte.”[1]
Arrivati oltre la metà del romanzo si avverte l’esigenza di tentare una sintesi dei profili psicologici dei principali personaggi della vicenda e il tentativo non è affatto difficile poiché anche in “Umiliati e offesi” lo scrittore conferma la sua straordinaria capacità di analisi dell’animo umano. Quello del principe, ad esempio, il padre di Aliosha, che ricorda il protagonista di un altro grande romanzo di Dostoevskij, pubblicato nel 1871, “I demòni”, in particolare la figura del suo protagonista Nikolaj Stavrogin, personificazione del male, che nella terza parte del romanzo, nell’incontro con Ivan, rivela tutta la sua cattiveria, vantandosi di usare il figlio, un giovane di buoni sentimenti ma estremamente debole, per poter carpire del denaro alla famiglia della fidanzata Katia. Egli confida tutto a Ivan perché si faccia latore delle sue minacce presso Natasha, innamorata del figlio e ostacolo al suo progetto. Il principe rivela un animo gretto, violento e amorale; irride i principi che ispirano Ivan definendoli “pastorellerie” e “pose alla Schiller”, mentre orgogliosamente rivela di puntare al godimento estremo e senza limiti, al puro egoismo. Sostiene infatti: “Ama te stesso, ecco l’unico comandamento che io riconosco. La vita è un affare… non ho ideali, io, e non voglio averne… mi piace il libertinaggio segreto e osceno, magari anche con un pizzico di fango!”[2]

Sì, “Umiliati e offesi” sembra proprio un romanzo d’appendice: l’uomo cattivo, il principe; il buono e altruista, Ivan; Nelly, la bambina ipersensibile, bella e malaticcia, povera e bisognosa d’aiuto eppure pronta a donarsi per gli altri; il giovane bello anche se poco intelligente, Aliosha; due giovani donne, Natasha e Katia, belle e pronte al sacrificio per l’amato. Ebbene, giunto quasi alla fine del libro, penso che il romanzo non lo sia affatto, e che non sia nemmeno da annoverare tra i romanzi poco riusciti del grande scrittore russo. Non solo l’autore dimostra in questo suo lavoro un grande talento nell’organizzare la struttura narrativa; una notevole capacità nel delineare le caratteristiche psicologiche dei personaggi, fin nei minimi particolari, ma emerge anche un afflato mistico che si estrinseca nel personaggio di Ivan e di Nelly, coloro che vanno oltre i limiti della propria soggettività aggirando le trappole del loro Ego, per donarsi totalmente agli altri ed amare rispondendo ad un interiore senso di giustizia. Sono loro che pongono nel romanzo le basi per una tensione metafisica che scuote la coscienza del lettore disancorandolo dalla sua dimensione spaziotemporale per approdare a quella della mistica, della sapienza, della giustizia, dell’immortalità. La loro azione è una pratica quotidiana del bene e una missione amorevole di apertura alle necessità dei più deboli, spendendo così nel miglior modo possibile i talenti che Dio ha loro concesso. È vero, si nota la stessa aporia che avvertiva Kant quando constatava che la pratica del bene spesso non porta con sé la felicità e che non c’è a volte nessun rapporto tra realtà e razionalità come avrebbe poi sostenuto Hegel col suo idealismo. Dostoevskij avverte, come Kant, l’esigenza di superare i confini della realtà, appannaggio dell’intelletto, per trovare, con l’intervento della ragione, la legge di sistema, il principio ordinatore, l’a-priori che diventa “trascendentale”. E anche Dostoevskij, come il filosofo di Koenisberg, si avventura oltre il confine del reale e del razionale per affermare il primato della morale, che poggia sulla libertà, sulla giustizia e sull’immortalità e dunque su Dio. Senza tale riflessione non si possono capire le lacrime di Nelly e di sua madre che pagherà per aver amato chi non era simpatico al padre, diseredata e cacciata via da quest’ultimo. Entrambe piangono di commozione vivendo il dolore degli altri, sentendo compassione per i loro fratelli vinti dalle sofferenze. E il loro pianto diventa un inno all’amore del buon Pastore per l’umanità; in quelle lacrime c’è la gioia del donarsi senza chiedere ricompense, soddisfatti di quel vibrare del cuore al pensiero della Parola di Gesù che si fa storia e che entra nel cuore dei suoi figli.

Quando si giunge all’epilogo consiglio ai lettori che non amano le storie strappalacrime di leggere solo i capoversi delle sequenze narrative, aumentando così il ritmo e giungere finalmente alla fine. Se invece chi legge sa aprirsi alle storie drammatiche, abituato ad identificarsi con i personaggi e ad averne compassione, allora consiglio di rallentarlo il ritmo. Solo così si potrà stare insieme a Nelly e alla sua mammina; con Azorka, il cane, e con suo nonno, il vecchio signor Smith, incontrato nelle prime pagine, lì nella pasticceria, sempre combattuto tra il rancore per essere stato abbandonato dalla figlia e l’amore per la sua bambina. Attenzione, ogni capoverso, ogni frase induce al pianto e chi pensa che non sta bene versare lacrime sulle pagine d’un libro o tema di poter minare così alla sua virile personalità, allora lo chiuda il libro e conservi la propria autostima d’uomo forte e poco incline ai sentimentalismi o, come diceva il principe, ai drammi alla Schiller. Io consiglio invece di ritagliarsi uno spazio, mettersi in una zona d’ombra così che Nelly o Ivan o la signora Anna Andrejevna non possano notarvi, e non perdetevi una sola parola, piangendo se occorre insieme a quei personaggi che rappresentano un’umanità che esiste e che soffre come loro in qualche parte di questo meraviglioso tragico contraddittorio mondo che Dio ci ha donato. E ancora suggerisco il metodo insegnatomi dalla mia cara mamma che si nutriva di queste storie “alla Schiller”: rallentate il ritmo di lettura, senza fretta e dopo due o tre pagine chiudete il libro. Lo riprenderete dopo. Nelly vuole compagnia, fatela stare con voi, al calduccio, prestandole attenzione, donandole nuove lacrime, segno del vostro amore e della vostra solidarietà, con lei, con la sua mamma, con i poveri e gli incompresi che sono vissuti e vivono nel mondo.
Come non far proprie le parole di Anna che ascolta la storia di Nelly e la sostanzia col suo pianto, con la sua compassione e fa scattare una soluzione, un’azione: adotta Nelly – non guardare questi uomini, io sarò la tua mammina – la rassicura. Ecco è una vera e propria conversione dopo avere ascoltato e creduto a quell’essere umano ch’era stato trattato come cosa, senza alcuna pietà, con semplice indifferenza.
E tuttavia non basta dire soltanto che questo è un romanzo commovente. Sarebbe estremamente riduttivo, poiché nelle vicende dei suoi personaggi vi si riscontrano messaggi che interessano la dimensione spirituale di ogni lettore. Non si può non pensare, infatti, al rivoluzionario messaggio evangelico volto all’amore verso ogni creatura; alla misericordia e alla compassione come unici strumenti delle relazioni umane che portano concordia tra gli uomini, superando barriere economiche, culturali religiose. È un inno all’amore universale quello che si coglie nella parte finale del romanzo simboleggiato dall’abbraccio di Natasha con il padre che l’aveva ripudiata; è un richiamo alla pratica del perdono, unica soluzione ai contrasti indotti spesso da pregiudizi, da sentimenti negativi ed egoistici.
A casa Ikhmeniev ora tutto procede bene: il vecchio ha perfino trovato un lavoro e sta riacquistando il rispetto che aveva perso; Anna, la moglie, è felice per la presenza in casa di Nelly e soprattutto di Natasha che è tornata in casa a dare senso alla sua vita; Natasha finalmente s’è rasserenata e non dipende più dalle incertezze sentimentali dell’immaturo Aliosha, affidato ormai alle cure della moglie, Katia. Anche Ivan, lo scrittore, sembrerebbe pacificato con se stesso se non fosse per Nelly, per le sue crisi epilettiche che diventano sempre più continue e che la inducono a confondere il sogno con la veglia, E infine, Nelly muore, dopo aver salutato con un abbraccio il suo amato Vanja, con un finale a sorpresa che conferma il grande talento del giovane Dostoevskij.
Una sola citazione con cui voglio chiudere queste mie riflessioni per compendiare questo autentico capolavoro in cui Nikolay Sergeic rassicura la figlia Natasha dicendole che lei è l’unica ragione di vita e la considera un dono di Dio, per questo eleva un ringraziamento al Signore: «Ti ringrazio, mio Dio! Ti ringrazio per tutto, per tutto, per la tua collera e per la tua misericordia! … e per il tuo sole che adesso, dopo le tempeste, torna a risplendere su di noi! Ti ringrazio per questo momento! Ah, che importa se siamo umiliati, se siamo offesi, purché stiamo di nuovo insieme e trionfino pure i superbi e i prepotenti che ci hanno umiliati e offesi! Scaglino pure la pietra contro di noi! Non temere Natasha… andremo loro incontro, tenendoci per mano, e io dirò: “Questa è la mia casa, la mia diletta figliola, la mia diletta figliuola che voi avete umiliata e offesa, ma che io amo e benedico nei secoli dei secoli!”»[3]
[1] Fedor Dostoevskij, Umiliati e offesi, Editore Einaudi, Torino 2021, pag. 147
[2] Ibidem, pag. 251
[3] Ibidem, pag. 323