Antonio Scurati, M La fine e il principio

Alfio Pelleriti

Il libro che conclude la saga sul duce del fascismo, Benito Mussolini, che tanti lutti addusse all’Italia, si chiude con un’amara constatazione dell’autore: la storia iniziata nell’ottobre del 1922 con la marcia su Roma non è finita. Non è finita, se una vittima di quella dittatura che ha provato sulla sua pelle la barbarie del nazifascismo, a più di novant’anni, rivestendo il ruolo di senatrice a vita su designazione del Presidente della Repubblica, deve essere protetta da una scorta armata perché fatta segno di minacce e di ripetuti vili attacchi.

L’appendice di quest’ultimo volume è ancora più importante della presentazione dell’ultimo atto del fascismo, quello della RSI. Lo scrittore riporta, elencandoli, i dati anagrafici e gli atti politici e militari dei capi e dei gregari del fascismo repubblichino protagonisti dell’ultimo eccidio di italiani resistenti, partigiani e semplici civili, che vennero torturati e uccisi con crudeltà e spietatezza estreme. E la maggior parte di quei carnefici non pagò alcun prezzo per il dolore che avevano seminato nel corso del ventennio e nel corso della guerra civile. Fu il caso di Mario Roatta, il massacratore della popolazione iugoslava; il comandante che abbandonò a se stessi i suoi ufficiali e le truppe in balia della vendetta tedesca; il comandante Rodolfo Graziani che piegò la resistenza della Cirenaica e dell’Etiopia ricorrendo a metodi terroristici: usò l’iprite contro la popolazione civile mietendo migliaia di vittime innocenti, in barba al diritto internazionale e alle convenzioni che stabilivano quali comportamenti evitare nelle azioni militari per salvaguardare anche in guerra la dignità umana; Pino Romualdi, alto dirigente del partito fascista e fondatore con Giorgio Almirante dell’MSI, responsabile di stragi di partigiani e di ritorsioni contro la popolazione civile; Arturo Bocchini, fondatore dell’OVRA, la polizia segreta fascista, responsabile di innumerevoli assassini di avversari politici in Italia e all’estero; il principe Junio Valerio Borghese, comandante la X MAS, responsabile di aver comandato rastrellamenti anti partigiani ed esponente del fascismo più radicale e stragista nel dopoguerra, promotore di un tentato colpo di Stato e della strategia della tensione tra la metà degli anni Sessanta e negli anni Settanta del secolo scorso.

Gli anni dall’8 settembre 1943 all’aprile del 1945 furono quelli della guerra dei resistenti alle forze d’occupazione naziste e ai fascisti loro collaboratori della repubblica sociale di Salò. La lotta di Resistenza si svolse in un primo tempo nelle città del Nord e del centro Italia, ancora sotto occupazione delle truppe tedesche collaborate dai più ottusi e fanatici fascisti, torturatori e assassini impietosi. Mussolini, intanto, dopo la sua liberazione dalla prigione del Gran Sasso, divenuto l’ombra di se stesso e incapace di leggere con realismo il presente, continuava a cedere al suo pensiero dominante, quello cioè di mettere se stesso al centro degli accadimenti, con i suoi sentimenti di astio e di vendetta contro gli ufficiali e i soldati italiani che non si erano, secondo lui, sacrificati abbastanza e che lo avevano di fatto tradito.

Il precedente volume si chiudeva con la caduta del fascismo, certificata dal Gran Consiglio del fascismo, il 25 luglio 1943 e il successivo arresto di Mussolini. Quest’ultimo volume si apre anch’esso con il 1943 e con la liberazione di Mussolini da parte di paracadutisti tedeschi, condotto poi in Germania, a Rastenburg, dove lo aspettava Hitler, pronto a spronarlo a riprendere in mano le sorti dell’Italia per dare un contributo significativo per la vittoria finale, convincendolo dunque a collaborare con le forze tedesche che si stavano preparando al contrattacco sulle forze alleate. Così comincia la fase più cruenta e sanguinaria di una guerra che sarà combattuta tra italiani fascisti e collaborazionisti dei tedeschi occupanti e italiani che resistevano alla tirannia del nazifascismo, i partigiani. Milano diventa, in questa fase, il centro della Resistenza al fascismo più violento e sanguinario, lì dove Aldo Resega e Vincenzo Costa rifondano il fascismo e insieme a loro gli squadristi della prima ora, quelli che provano un gusto particolare nell’uccidere socialisti, comunisti e cattolici di sinistra. Tra questi si distingue Francesco Colombo. Costoro, dice Scurati, guidano “lo scarto della rivoluzione guardati con disprezzo da tutti, talvolta con orrore; squadristi di secondo e terzo piano, sono i reietti, gli aggressori mossi dal disperato impeto vitale di gente tradita… si nutrono di rancore, rimpianti, fantasia di vendetta.[1] Tuttavia non mancano tra i protagonisti della RSI vecchi uomini del ventennio, come Guido Buffarini Guidi, scaltro e immorale; Renato Ricci; Alessandro Pavolini, segretario del partito fascista repubblicano, propugnatore di una “vendetta spietata”. Da citare il torturatore Ampellio Spadoni, di cui si conserva una foto che lo ritrae con le tenaglie in mano con le quali aveva seviziato le vittime di turno. Lui è il comandante della Legione mobile Ettore Muti, responsabile di centinaia di assassini. Se la caverà con qualche anno di carcere grazie all’amnistia. Del resto si tortura a Milano in diversi posti e tutti si danno a tale “esaltante” pratica; anche i fanti di marina della X MAS “straziano i corpi dei loro nemici nelle stanze più buie dell’alloggiamento di Piazzale Fiume.”[2]

La lista degli orrori sarebbe lunga, in essa dovremmo includere anche il futuro presidente dell’MSI Pino Romualdi, accanito antisemita, che vendica l’uccisione di due squadristi facendo fucilare sette prigionieri politici innocenti. Per giungere poi all’ultimo atto della tragedia con il tentativo di fuga di Mussolini, imbacuccato in un cappotto di un soldato tedesco, che cerca di guadagnare il territorio svizzero. Scoperto e arrestato, verrà passato per le armi insieme a Clara Petacci. I corpi verranno trovati davanti al cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra il 28 aprile 1945. Insieme ai corpi di altri fascisti fucilati verranno portati a Milano a Piazzale Loreto, lì dove nell’agosto del 1944 si era consumata la strage di 15 antifascisti. I corpi dei gerarchi di Mussolini e della Petacci verranno straziati ed esposti appesi a testa in giù. Dice Scurati: “E’ vero andava fatto, era necessario, era persino giusto. Eppure non potrete mai perdonarvi per l’odio uguale e contrario all’amore che gli tributaste da vivo, non potrete mai cancellare le impronte insanguinate del popolo scaduto a plebaglia che calpesta il suo idolo di ieri, non potrete sopportare l’intera storia umana che avete, così facendo, condannato oggi a un eterno non sacro… è appeso a testa in giù, a mezz’aria, a due metri da terra, non giace, pencola, nè atterrato né assunto in cielo, insepolto, sbattezzato dalla vostra violenza infantile, servile eppure ferina… voi mozzerete quella fune ma il cadavere resterà appeso per sempre al traliccio di questa pompa di benzina, maledetto e maledicente.[3]


[1] Antonio Scurati, M. la fine e il principio, Edizione Bompiani, Milano 2024, pag. 65

[2] Ibidem, pag. 142

[3] Ibidem, pag. 284


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