di Alfio Pelleriti

Ho rivisto dopo tanti anni “Lo spaccone”, il film uscito nel 1961, diretto da Robert Rossen con attori di prim’ordine, ma tra tutti, Paul Newman giganteggia, calato nel personaggio di Eddy Felson, il giovane che cercava di conquistare una sua sicurezza personale utilizzando ciò in cui era davvero bravo, il gioco del bigliardo. Sono ritornato agli anni della mia adolescenza quando per me, come per tutti, la realtà vera era quella che ci proponeva il cinema dei grandi autori. Era drammatica quella realtà, e il cinema la presentava in bianco e nero, nuda e cruda, e noi ragazzi la capivamo, almeno negli aspetti fondamentali, quelli che avrebbero contribuito ad incidere sulla nostra crescita. Furono anche quei film che formarono la nostra coscienza etica e morale, insieme alle altre agenzie educative, alla famiglia, alla scuola, alle parrocchie. La novità rispetto a quel tempo è che sono trascorsi più di sessant’anni e i film come questo ormai si scartano, perché li preferiamo e li pretendiamo a colori, con gli effetti speciali, con una buona colonna sonora e che la vicenda si concluda stando nei 120 minuti senza andare oltre.
“Lo spaccone” porta lo spettatore dentro la cultura letteraria americana che, fondamentalmente è attenta a rappresentare il reale, senza fare sconti, senza selezionare, ammorbidire, rendere lieve il linguaggio, ma vuole invece presentare la realtà nella sua drammaticità. Sia nella letteratura che nel cinema e in altre espressioni artistiche, come la pittura o la musica, emergono storie presentate così come accadono, con le loro contraddizioni; storie in cui i personaggi sono caratterizzati senza ambiguità o sfumature o mezze tinte: c’è il buono e il cattivo; c’è l’eroina che si sacrifica per l’eroe e c’è un avversario generoso; e naturalmente ci sono gli sgherri, i senza cuore, che contribuiscono a fare muovere quel mondo.

Il film possiede i tempi e la tensione emotiva tipici delle tragedie classiche e lo spettatore subito intuisce che l’eroe è colui che poi sarà sconfitto e che a vincere qui è il sistema voluto e sostenuto dai più forti che con ogni mezzo, compresa la violenza, mantengono il loro potere politico ed economico. I più forti non rispettano le regole, non hanno principi morali, usano i sottoposti come qualsiasi strumento utile per il raggiungimento dei loro scopi. Eddie pagherà duramente la sua illusione di diventare un campione acclamato e ricco grazie alla sua bravura nel gioco del bigliardo. Sarà picchiato e piegato da coloro che gestiscono un contesto in cui a vincere non sono i più bravi ma coloro che accettano d’essere guidati dalle organizzazioni criminali, come Minnesota Fats, un campione con la stecca ma al soldo di Bert Gordon suo finanziatore, a capo di una gang criminale. E pagherà con la vita Sarah Packard, la ragazza poliomielitica e alcolizzata con cui Eddie decide di stare insieme per cambiare finalmente vita. Ma il demone del gioco e il suo desiderio di far notare agli altri il suo talento per quel gioco prevarranno e Sarah, lasciata a se stessa, si suiciderà, segnando col suo gesto la definitiva sconfitta di Eddie Felson. Un grande, insuperabile Paul Newman nella superba interpretazione di “Eddie lo svelto”.