Ancora su Montalbano Elicona

di Salvatore Neri

Verso Montalbano Elicona è un bozzetto in cui il prof. Pelleriti dà un saggio della sua capacità di narratore, insieme poeta e filosofo, non si sa se in previsione di qualcosa di più esteso e profondo o semplicemente per fermarsi ad un quadro esaustivo di per sé e autosufficiente. Eppure basta leggerlo e centellinarlo nel suo svolgimento, che questo bozzetto si fa subito apprezzare per la dovizie di spunti e riflessioni che offre riguardo allo stile artistico fine nella forma e nobile nei contenuti. Prosa brillante e scorrevole, ricca di descrizioni paesaggistiche realistiche, vivide e luminose, della Sicilia estiva ardente e amara, di situazioni esistenziali umane altrettanto aspre e brucianti che stringono il cuore. Già, dire “amici”, e chiamarsi tali, è dire una parola impegnativa troppo inflazionata. Dice Lacan che ” il desiderio dell’uomo trova il suo senso nel desiderio dell’Altro non tanto perché l’Altro detenga le chiavi dell’oggetto desiderato, quanto perché il suo primo oggetto è di essere riconosciuto dall’ Altro ” (J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, 1953, p. 261).

Ma l’Altro non è tanto una persona in carne e ossa, quanto un universo linguistico e simbolico nel quale la parola “amici” si staglia e trova un senso, anzi il senso giusto e appropriato e non il nulla, per cui, con sottile ironia, come fa Pelleriti, si possa affermare che parlare di politica, religione, storia e arte equivale a “sdilliriari” e “babbiari”, ovvero ad inutile sproloquio, mentre giocare a poker è sì cosa seria e veramente impegnativa! Ecco perché la parola “amici” è fuori dal suo universo. Il protagonista del bozzetto, un certo Carmelo, “ammazza il tempo” in attività inutili, anzi dannose; interi anni a giocare a poker, a spettegolare e a chiacchierare con leggerezza e superficialità, scherzosamente, di cose alte e serie, trascurando egli, e tutta l’allegra compagnia, la cura dello spirito e il bene dell’anima, insomma il senso stesso della loro vita. Così quando sopravviene la morte di Carmelo, i sodali sono colti da stupore, ma nessuna seria riflessione li sfiora sul valore della loro esistenza o li scuote dalla loro inedia. Evidentemente il sapore drammatico dell’esistenza non viene colto da chi indugia nell’ adolescenza o, peggio, si rifugia nella spensieratezza frivola per fugare la paura di impegnative responsabilità.

Un bravo e simpatico professore di latino e storia poco più che trentenne, nell’ anno di grazia 1969, richiamava la classe di cui facevo parte a più validi impegni e fecondi interessi di quelli che un giorno fossero il campionato di calcio e le spigolature da rotocalco, Bolero e Sorrisi e canzoni. Egli voleva slargare il nostro sguardo a quanto accadeva nel mondo in quegli anni ruggenti, dalle università alle fabbriche, dalle realtà femminili alle piazze, per educarci a diventare cittadini e uomini di un mondo in rapido e doloroso cambiamento. Non pochi in classe sbeffeggiavano il solerte professore. Solo pochi raccolsero il senso delle sue parole. Allo stesso modo oggi ci sono adulti, ormai anziani, rimasti adolescenti, che amano trastullarsi con altre preoccupazioni.

Bella, ma anche fortemente triste, la sequela delle battute in dialetto siciliano della comitiva di intellettuali che volentieri naufraga in argomenti più prosaici e materiali, sul cui sfondo, d’altra parte traspare la loro suprema preoccupazione: la roba, la cura del patrimonio! Come in un flashback cinematografico, il narratore ci fa vedere Carmelo, il protagonista, in viaggio, ammirare il paesaggio dei Nebrodi lungo il percorso e la scenografia che porta al minuscolo paese di Montalbano Elicona. Da diverse angolature, all’occhio dell’attento osservatore, sempre più assorto, contemplativo, interiorizzato, la natura si rivela arida, aspra, dolorante, perfino mostruosa come nei calanchi, e via via ne riflette sempre più lo stato d’animo cupo e desolato. Il meccanismo del gioco frivolo e disincantato della vita era stato rotto, ma Carmelo fissava il nulla perché l’incomunicabilità sostanziava la sua solitudine, il suo trincerarsi per una vita nel gioco delle carte, nelle parole come gioco, in amicizie che non erano amicizie, in occupazioni vuote e prive di senso, votate solo al nulla. ” Sto con occhi sbarrati nel nulla; cerco, impudente, il muto dolore che copre di nero quel campo…”, e questi versi asciutti e taglienti, mi hanno richiamato quegli altri versi tragici e umani del grande Foscolo “Rapian gli amici una favilla al Sole a illuminare la sotterranea notte perché gli occhi dell’uomo cercan morendo il Sole e tutti l’ultimo sospiro mandano i petti alla fuggente luce” (VV.119-123, Dei Sepolcri).

C’è sempre in ogni uomo la ricerca, il desiderio, l’invocazione di una Luce superiore che illumini di speranza e di misericordia il vuoto e cieco brancolare tra le ombre e le cose transeunti, e la solitudine dell’Autore si riempie invece di dialogante comunicativa corrisposta in chi legge e sa ascoltare, per cui non sempre solitudine è incomunicabilità. Quest’ultima, purtroppo, si invera in chi indugia nel ridicolo gioco delle maschere, tacendo a sé stesso la drammaticità della vita e rinuncia all’autenticità dell’esistenza rivestendosi di illusioni. In ogni caso, Nemo propheta in Patria, caro Professore!


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