La Chunga di Mario Vargas Llosa, ovvero, il trionfo del male.

di Alfio Pelleriti

La pièce, ispirata al romanzo “La Casa Verde” scritto dallo stesso Vargas Llosa, è ambientata nel 1945 a Piura (Perù), in un vecchio bar dove uno dei quattro protagonisti maschili, Josefino, perde ai dadi una grossa somma di denaro. L’uomo chiede alla proprietaria del locale, la Chunga, del denaro per saldare il suo debito e, in cambio, le lascia Meche la sua bellissima e sensuale amante. Le due donne passeranno la notte insieme e, ognuno dei protagonisti, ritrovatisi a distanza di anni nello stesso bar, darà una versione diversa di quanto verificatosi quella sera. Meche è sparita nel nulla e non si saprà mai cosa le è accaduto.”

Così recita il pieghevole distribuito agli spettatori convenuti al Teatro stabile di Catania che ha curato la riduzione teatrale. La pièce, nonostante l’impegno degli attori e la loro impeccabile interpretazione, mi ha lasciato interdetto e abbastanza sconcertato per l’atmosfera greve, ricercatamente prosaica, nel proporre un bar d’infimo ordine di Piura. Sono stati proprio tali elementi che hanno sottolineato la mancanza assoluta di moralità e di rispetto umano che spesso ancora oggi caratterizzano le relazioni soprattutto nelle periferie delle grandi città. Questo iperrealismo è stato il taglio che ha voluto dare il regista, Carlo Sciaccaluga, e tutti sull’impiantito scenico hanno rispettato tale scelta: dallo scenografo, al costumista, agli attori. Ma io come spettatore spesso ho chiuso gli occhi, altre volte non avrei voluto sentire quelle volgarità, e ancora più convinto di quanto non lo fossi già, ho pensato che occorre lasciare una speranza, anche piccola, allo spettatore; occorre lasciare accesa una luce per poter guardare al futuro con fiducia, anche se consapevoli dell’estrema debolezza dell’uomo. Sì, sono sempre più convinto che l’arte debba aiutare noi tutti ad avere speranza nel futuro, altrimenti resterà solo cenere e il buio della notte fuia a noi poveri uomini del terzo millennio, già così smarriti per il male che sembra prevalere. Lo vediamo ogni giorno attraverso i notiziari come l’uccisione degli innocenti è diventata una notizia come le altre. Sì ci si indigna un po’ mentre siamo intenti a mangiare i maccheroni al ragù o a finire la nostra fetta di pesce spada e ci convinciamo che quelle bombe un poco sporche in fondo sono degli strumenti di cui i potenti s’avvalgono per dominare i popoli.

In quel proscenio per troppo tempo vi è stato al centro Josefino, il magnaccia che metteva tutti in riga minacciando col suo coltellaccio e con le sue volgarità. Così come non è stato sufficiente alla Chunga fumare la sua pipa per renderla forte innanzi al dominio maschilista dei frequentatori della sua bettola. E su Meche, la sprovveduta ragazzina che aveva ceduto alle avances di Josefino, che scompare all’improvviso, nessuno tra noi spettatori nutre delle illusioni e il sospetto che sia finita ospite della “Casa verde” (bordello d’infimo ordine) è più che una certezza, in quel contesto sociale dove il destino dei più è segnato fin dalla nascita.

“La Chunga” si presenta dunque come una storia in cui l’orrido domina e trionfa, così come s’era scelto nei primi anni del Novecento, quando le cosiddette avanguardie artistiche volevano chiudere per sempre con gli stilemi classici, nella pittura, nella scultura, nella letteratura, nella musica e nel teatro. Sono convinto che sia ancora valida la scelta di indicare allo spettatore o al lettore la strada giusta da percorrere, così come avveniva con le tragedie di Sofocle, dove gli eroi e le eroine perivano, ma indicavano chiara la direzione da seguire per fare trionfare il Bene. 


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