
di Alfio Pelleriti
Scendeva verso jusu dal quartiere di “supra l’ortu” a passo svelto, cu primura, perché come ogni sera sentiva forte un bisogno, una necessità, quella d’incontrarsi con i paesani, con conoscenti, con “amici”, pur essendo diventata, quest’ultima parola, alquanto impegnativa. Aveva da soddisfare quest’obbligo: essere presente a un “rito” allo scopo di riconoscersi come individuo “normale”, per mostrarsi agli altri sorridente, capace di dialogare, di affermare cose sensate; d’essere ancora capace di ragionare e insomma di “stare in sensi”. Caldo, freddo, pioggia o vento, niente poteva impedire di uscire per dimostrare a tutti d’essere uomo.
Carmelo dedicava mezz’ora a sdilliriari con gli amici del “divano”, gli intellettuali che affrontavano problemi nazionali e internazionali, guerre, inflazione e stagflazione, religione, filosofia, politica, educazione, ecc.. Poi, quando i tre compari do quatru do poker erano arrivati, salutava per sedersi al tavolo da gioco, dove dei precedenti argomenti era proibito parlare, perché bisognava concentrarsi senza babbiari.
Così ogni sera, per anni e anni, fino ad una malattia che costringe a rimanere a casa, fino alla morte, accolta dai sodali con stupore, senza mestizia però, senza eccessiva commozione ma con ipocrita sentimento di partecipato dolore ai parenti del defunto.
Nessuna riflessione sulla loro vita inutilmente spesa in un’inedia che consuma ogni traccia di spiritualità e d’amor proprio.
– Vicenzu, ‘u nzitasti ssu giardinu o ancora c’havi a pinsari?”
– “Turi, nun mi siddiari, macari tu ti ci metti c’a liscia?”
– “Ma vidi tu, si nun s’havi a preoccupari di n’amicu pigghiannisi i so pinseri supra i spaddi? E iddu c’arrispunni risurvutu!”
– Vuautri c’arriditi e ju sugnu chinu di frastorni, e ci faciti a ripassata!”
– “Ah vah, Vicenzu, schirzamu, babbu! Si nun ni facemu du risati, avemu a cianciri u mortu pi davanti?”
Così un giorno Carmelo decise di interrompere quel meccanismo, quel determinismo ferreo che condizionava così pesantemente la sua vita. Era un sabato, il cielo era terso e l’aria sufficientemente calda per una escursione sui Nebrodi, fino al confine con i Peloritani. Sarebbe andato a Montalbano Elicona, un piccolo borgo abitato da 2000 anime. Nonostante il sole fosse alquanto alto, non aveva una grande voglia di premere sull’acceleratore perché quelle campagne, seppure aride e brulle fin sopra le colline che le facevano da argine e confine, lo attiravano molto e non si stancava di osservarle in quella loro arida povertà. Gettava, di tanto in tanto, uno sguardo alla sua Nikon che stava lì comoda sul sedile accanto, pronta ad essere presa per rendere immobile e immutabile parte di quella scenografia naturale che gli si squadernava lì davanti agli occhi. Approfittò di una rientranza della strada prima di una curva per sostare; prese la Nikon, la sbloccò, scelse l’inquadratura che facesse rientrare i particolari di quella fetta di Natura che in quel momento gli comunicava qualcosa di lontano nel tempo e di estremamente prossimo, e scattò un paio di volte.

Il giallo del primo piano del terreno brullo e incolto era sottolineato dalla presenza di fiori rinsecchiti e spinosi di cardi ed era qui e là interrotto da macchie di verde di arbusti di olivastri, che erano sopravvissuti all’incendio che sicuramente aveva interessato quel terreno, che dal giallo degradava al marrone scuro e finalmente al verde scuro dei dorsali boschivi della catena dei Nebrodi, fino in fondo, lì dove la sagoma del crinale dei monti toccava l’azzurro terso e fresco del cielo venato più in alto da cirri trasparenti affidati ai capricci del Grecale. Sola, in mezzo a quel pianoro, una casetta semplice, banale nella sua struttura, tirata su da un contadino/muratore, sembrava uscita da un quaderno d’ornato d’uno scolaro delle elementari: una finestrella al centro della parete che dava a Sud, la porta d’ingresso sul lato opposto, affacciata su una stradella poderale che attraversava il campo e saliva su verso le colline; di colore bianco le pareti esterne.
Quel fotogramma segnava tre linee ideali convergenti a formare un triangolo: il primo angolo era posto in corrispondenza della macchia di fiori secchi e spinosi dei cardi, attraversati da un filo spinato a dissuadere pecore, capre e pastori dall’avanzare all’interno. La seconda linea andava in direzione Ovest, verso il secondo angolo, lì dove si trovava una macchia di colore marrone corrispondente ad un gruppo di olivastri che, unici, erano stati presi dalle fiamme e bruciati; e da tale punto si dipartiva l’altra linea ideale che andava verso Est, ad incontrare la casetta bianca, sola in quel deserto; e da quest’ultima, infine la terza linea che la univa ai fiori di cardi. Non mi restava altro compito che assegnare un titolo alla foto: “Solitudine è incomunicabilità”.

Ancora il campo arso dal sole nella foto successiva: l’angolatura è opposta alla prima poiché piega di 90° gradi verso Est. Il soggetto cambia ma non di molto poiché tutto il primo piano indica ancora un senso di abbandono: i particolari, un palo in legno che sorregge due fili dell’elettricità; ancora degli olivastri lasciati lì a crescere senza che qualcuno se ne prenda cura; in primissimo piano germogli selvatici di corbezzoli su un terreno ingiallito, con i soliti fiori di cardi.
In fondo, chiude l’immagine il chiarore di un cielo grigio e incolore che pare faccia da sfondo ad un monte che dalla cima scende con lieve declivio verso la valle, dove cede ad un ammasso di case attaccate le une alle altre, quasi a volersi sostenere ed incoraggiarsi l’un l’altra, come fanno i fringuelli o i tordi quando si muovono in stormi, cercando di contrastare col numero e le forme cangianti il falco loro nemico e predatore. Ancora un cambiamento sul punto di osservazione, rotando ancora di 45 gradi verso Est, per cogliere due linee parallele poste su due piani diversi: la prima indicata da tre pali in legno che sorreggono una linea elettrica, da Ovest verso Est, la seconda posta in alto sulla linea d’orizzonte lì dove la catena montuosa incontra l’azzurro cielo. La linea è segnata, anche questa da Ovest verso Est, da pale eoliche altissime che segnano come titani il territorio.

Accoglie il visitatore di Montalbano una madonnina custodita in un’edicola scavata in un costone di rocce basaltiche che incombe sulla strada statale. Cespugli e arbusti attingono nella terra depositata nelle fenditure per immergere le loro radici fornendo così una chioma verde a quelle nudità pietrose, affievolendone la titanica forza, la gigantesca, informe statica energia. E poi, continuando sulla striscia d’asfalto, le prime case ai lati informano il visitatore che il borgo proprio da lì comincia e si intuisce che seguendo la strada dritta e in discesa si arriverà al centro, alla piazza, anima della comunità. Lì si troverà ciò che è essenziale alle relazioni sociali e alla crescita civica e morale della comunità.


Montalbano gode di un magnifico panorama che spazia dalle colline dei Nebrodi alla piana del Simeto, fino al mare della costa tirrenica, da Patti a Milazzo, fino a Messina. 2078 abitanti indica la guida turistica, certo non troppi, ma abbastanza per rendere animata la piazza antistante il palazzo municipale, con un cinema, un ristorante e la chiesa di S. Caterina che si scopre salendo su per una strada lastricata di basole, lì piccola e accogliente, aperta al visitatore con la sua povera nudità all’interno, un altare e una statua della Santa martire cui indirizzare un sentimento di pietà e una preghiera.

Scendendo da Via Vittorio Emanuele, ad un tratto una luce improvvisa si apre su un ampio spazio alberato con magnifici tigli, dove si affacciano da un lato la Matrice con la torre campanaria e il Palazzo municipale. Al centro un monumento in marmo ricorda i cittadini caduti durante la seconda guerra mondiale e di fronte, lungo la strada che la costeggia, il cinema “Elicona”, un ristorante e la farmacia.
La piazza è orlata di panchine in ferro con ai lati dei tigli cresciuti abbastanza per regalare una dolce frescura a chi vuole stare in compagnia dei suoi pensieri dedicandosi a riflessioni sulla sua esistenza, lì incastonata in quel quadro storico dove altre esistenze sono nate, fiorite, passate. Carmelo dava volentieri spazio ai suoi soliti pensieri che mai lo lasciavano, sul senso della vita. I vecchi, si sa, non tutti, ma in tanti vogliono allungare il loro tempo, ormai assottigliatosi, togliendolo al sonno e ad attività semplicemente produttive ma non gratificanti per lo spirito.

Nugoli di corvi ben nutriti volavano radenti le guglie del castello normanno al passaggio di qualche smarrito turista che s’inerpica lungo la strada lastricata che dal pianoro conduce sinuosa fino al maniero che ha ospitato Federico III di Svevia, fino al più recente barone Bonanno, e oggi, divenuto proprietà pubblica, ospita un museo della civiltà contadina con reperti e costumi medievali.
Sto con occhi sbarrati sul nulla;
cerco, impudente, il muto dolore
che copre di nero quel campo.

Li temo quei vecchi calanchi,
giganti ormai stanchi.
Perché quei truci guerrieri
invadono il caro pianoro
in cerca del vello d’oro?
Non osa l’azzurro del cielo
coprire il giallo spinoso dei cardi,
o quei legni che reggono punte
inzuppate dal sangue dei giusti.
Grazie ad Anna Gurgone, per il suo gentile commento.
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Grazie per aver condiviso questo bellissimo testo Prof. Alfio Pelleriti, un ritratto vivo e intenso di Montalbano Elicona e della sua atmosfera sospesa tra passato e presente, solitudine e comunità. La descrizione dei paesaggi aridi, dei piccoli dettagli naturali come i cardi o gli olivastri sopravvissuti al fuoco, e l’attenzione agli scorci del borgo, con la sua piazza, la chiesa, il castello, i corvi, crea un quadro ricco di suggestioni e di riflessioni profonde sul tempo, la memoria e la vita stessa. Talmente descritto bene che quasi, chi legge viaggia, con la fantasia, assieme con “Carmelo”
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Grazie a te Angela per la tua attenzione.
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo il commento di Angela Carrà:
Il raggiungimento di una meta non è un cammino veloce ma riuscire ad assaporare tutti i singoli momenti che ti separano da essa. Ciò che gli occhi colgono sono l’espressione del cuore, della sensibilità, del vissuto. Ancora una volta mi sono sentita catapultata nel lontano ricordo di una fanciulla, in quel mondo degli adulti che si voleva possedere ma faceva anche un po ‘ paura. Grazie per questo risveglio, per la consapevolezza di aver vissuto in quella Terra amara e intrigante.
Angela Carrà
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