Karl Barth, “L’Epistola ai Romani” – Parte finale

di Alfio Pelleriti

Quando Adamo peccò, con il peccato la morte entrò come legge universale nel mondo. Dunque finchè si permane dentro la dimensione umana è difficile cogliere la trascendenza e la spiritualità, poiché si rimane in un’ottica individualistica e materialistica, dalla quale viene espulsa la divinità. L’uomo nuovo fa entrare Dio nella sua vita; egli coglie l’universale e il peccato viene superato, e la morte non è più un ostacolo per incontrare Dio, se si è scelto come modello Cristo. Dice Barth: “Il peccato si presenta come empietà e insubordinazione dell’uomo come alterazione del suo rapporto con Dio…il mondo dell’uomo è il mondo del tempo e delle cose, il mondo della separazione, della opposizione, il mondo dei contrasti tra spirito e natura, di anima e corpo.”[1] Dunque l’uomo vive la colpa come sentimento del peccato e sente la morte come suo unico destino. La vittoria di Cristo sulla morte significa che si apre una speranza per l’uomo e dalla caduta egli si volge alla giustizia, dalla morte alla vita, dal vecchio al nuovo. Tuttavia, aggiunge Barth, il peccato si materializza con la trasgressione da parte dell’uomo della legge, non solo quella terrena, ma soprattutto quella divina. L’uomo dimentica che deve morire e preferisce la sua normalità a Dio, e dunque, la colpa e il peccato diventano “personali”, poiché ognuno, trasgredendo la legge se ne assume la responsabilità. In tale contesto, più si è vicini alla legge e più si è responsabili e più si è colpevoli in caso di trasgressione. “Il peccato si compie in coloro che s’interessano alla religione non agli indifferenti, nei preti o nei loro amici non nei pescecani e nei ruffiani, nella Chiesa, non al cinematografo, nella facoltà di teologia, non nell’ateismo.”[2] Il vecchio e il nuovo mondo sono rappresentati da Adamo e da Cristo, e tale dualismo diventa però dialettico muovendo verso la liberazione per mezzo della grazia. Dopo la caduta e la disperazione nel peccato si aprirà l’intervento di Dio sull’uomo, sulla sua creatura. Dio è misericordioso e concede la grazia, il dono della salvezza, divenendo, dunque, il Liberatore: attraverso Gesù Cristo dice “Sì” all’uomo. “L’uomo è creato di nuovo, trasferito nella vera vita per mezzo della morte di Cristo.” Avuta la grazia per mezzo di Cristo, l’uomo si pone sotto la legge della libertà, le leggi della vita. Con la sua volontà libera può di nuovo scegliere la vita eterna. Adamo e Cristo, il peccato e la grazia, sono in continua tensione dialettica, ma questo non significa fare confusione tra Saulo e Paolo, tra divinizzazione dell’uomo e umanizzazione di Dio, altrimenti dovremmo concludere che il peccato è necessario perché scatti la grazia. Questo è il vero peccato: “La grazia e il peccato sono due grandezze incommensurabili. Essi non possono stare a fianco l’uno dell’altro come due stazioni sopra una via…colui che ha ricevuto grazia non conosce il peccato e non lo vuole. Colui che ha ricevuto grazia non è il peccatore…Dio non lascia l’uomo come è, ma lo trasforma completamente.[3]

La Grazia

A proposito della grazia, essa non è una conquista dell’uomo attraverso uno sforzo intellettuale o un atto della sua volontà, per cui si avvicina a Dio. La grazia viene da Dio e gli uomini che da Lui sono toccati nascono a nuova vita, diventando non liberi ma schiavi di Dio, della sua Giustizia, del suo Amore. Coloro che sperimentano la volontà divina ed entrano nell’universo metastorico della grazia divina guardano con gioia e sicurezza alla Croce, diventando “apostoli”, non semplici religiosi; lasciano il peccato per diventare schiavi della giustizia, in un percorso di conversione che porta ad un uomo nuovo: “Liberi in Dio, siete prigionieri in lui. Questo è l’imperativo categorico della grazia, dell’appartenenza esistenziale a Dio.”[4] Avere la grazia significa, dunque, mettersi totalmente a sua disposizione con l’anima e il corpo, con tutto il proprio essere, darsi cioè a Dio: “La grazia è l’autorità di Dio sull’uomo.” Si entra cioè in una dimensione del rapporto uomo/Dio in cui si afferma il “servo arbitrio”. L’uomo che vive nella grazia di Dio rimette in Lui ogni sua azione, tutta la sua volontà, ogni sua scelta non potrà essere libera, ma determinata dalla volontà di Dio, poiché l’uomo è diventato suo servo, esecutore della sua volontà. “La grazia è la relazione di Dio che ha già vinto non appena si presenta come combattente: di Dio che non ci lascia aperta nessuna via di mezzo e che non permette che ci si faccia beffe di lui…Essere esposto a tutta la serietà, a tutta l’urgenza, a tutta la veemenza e la furia di questa promessa, di questa esigenza, di questa pretesa, significa essere graziato, significa essere un cristiano.”[5] Se vivere nel peccato significa essere in uno stato di morte, scoprire Cristo risorto significa entrare in una dimensione divina in cui io divento servo ubbidiente della volontà di Dio e la mia esistenza diventa un’unica sostanza con il messaggio evangelico, unica via per la vita eterna, per passare dalla morte alla vita. Gesù nella sofferenza è solo e abbandonato, come l’uomo che sceglie il suo limite, ma la resurrezione che si spalanca per arrivare a Dio, la strada per l’uomo della salvezza, è la sua unica strada.

Non vantarti della fede in Dio!

La fede non è una cosa di cui ci si possa gloriare, che si possa far valere in presenza di Dio e degli uomini, esibir loro e insuperbire per essa. La fede sgorga nel timore e tremore, dalla conoscenza che Dio è Dio e…la certezza della salvezza nel senso del protestantesimo più recente è peggiore del paganesimo.”[6] Ma neanche i laici si vantino della loro laicità. E ancora, dice Barth, non può esistere una via diretta tra l’uomo e Dio, invece è giusto riferirsi alla possibilità della via indiretta, del perdono, della misericordia di Dio. Spesso, infatti, dove c’è il peccato scenderà la grazia. Bisogna sempre essere umili e non pretendere di porsi sulle “alture” e di instaurare un rapporto privilegiato con Dio (rifiuto del titanismo). Dice S. Paolo: “L’amore sia sincero! Aborrite il male, e attenetevi al bene! Siate affettuosi gli uni con gli altri nella fraternità! …Siate pazienti nell’afflizione! Siate perseveranti nella preghiera! Benedite i persecutori! Conservate la pace con tutti gli uomini! Non procacciate da voi stessi il vostro diritto, diletti, ma date libero campo all’ira di Dio! Chi ama l’altro ha adempiuto la legge![7]

Quarta parte – La scelta di vivere da cristiano

“L’Epistola ai Romani” va letta e meditata a piccole dosi, poiché Barth, spiegando Paolo di Tarso, comunica ai lettori concetti complessi e rivoluzionari, radicali, a volte “illogici”, perfino areligiosi. Egli spiega come Dio interviene sull’uomo, come cioè il Trascendente, il “Totalmente Altro” incide su un essere immerso nel limite del peccato e delle passioni. Queste ultime non cesseranno di condizionare l’esistenza dell’uomo neanche quando egli suppone d’avere fatto il salto qualitativo nella sua vita, con la scelta religiosa. Anzi, dice il Nostro, proprio allora si corre il rischio di commettere il peccato più grande, quello di volersi sostituire a Dio, di pretendere di essere come Lui, come Prometeo che rubò il fuoco a Zeus. “Cristo è la fine della legge, la fine della religione.”, è cioè il salto vero, lo svincolarsi dal peccato che avviene solo con la grazia, che non è un fatto umano, uno sforzo esistenziale o una scelta volontaria, ma un aprire il nostro essere alla volontà di Dio, alla resurrezione di Dio, mettendo tra parentesi tutto il resto, tutto il cascame esistenziale, accettando quello che Dio vuole che accada nella mia vita. “E’ uno strale che ci ha colpiti…che di là ci ha parlato…noi lo diciamo come prigionieri eppure liberi, come ciechi eppure veggenti, come morenti ed ecco, siamo in vita: Cristo è la fine della legge.”[1]

Questa nuova religiosità non è quella che vuole la vittoria e che vuole avere ragione, essa consiste nell’andare verso la luce di Cristo, verso l’amore per gli altri, per i poveri e i derelitti; la Croce sotto la cui ombra vivrà l’uomo nuovo, santificato da Dio. “Santificatemi! Siate servi di Dio! Tale è l’imperativo della grazia.”

“Noi abbiamo lo Spirito”, dice Paolo, e Barth commenta affermando che chi è toccato dallo Spirito di Dio percepisce la vita in maniera nuova poiché la sua esistenza è in Dio. Cosa aggiungere per non ripetersi? Ogni uomo che ha ricevuto il dono della grazia divina non può più leggere la propria esistenza come prima. Egli si sente affratellato come creatura alle altre creature e ne condivide gioie e dolori. Soffre cioè se, incontrando per via un musulmano, uno straniero che non conosce, che non ha mai visto, avverte in lui una sofferenza fisica, mentale, emotiva, e vorrebbe aiutarlo come aiuterebbe suo fratello. Tante volte ho ripensato a Simone Weil quando, a metà degli anni trenta del ‘900, operaia alla Renault, stava ad aspettare gli altri operai in un angolo della strada per dare loro la paga che aveva percepito. Erano fratelli che avevano bisogno di quel suo aiuto, e lei che viveva in Cristo Gesù, con il suo Spirito, faceva la sua volontà con gioia, con amore fraterno. In ogni istante della tua vita senti di stare dalla parte della giustizia, del bene, della verità. E aggiunge Barth: “Tu sei libero nella conoscenza della tua prigionia. Tu sei giusto – nella conoscenza del tuo peccato. Tu vivi – nella conoscenza della tua morte. Lo Spirito ti rende libero, giusto, vivente. Lo Spirito è la conoscenza. Lo Spirito è l’eternamente trovato senza del quale noi, presi come siamo nella legge del peccato e della morte non cercheremo neppure. ‘Con fuoco vivente egli scrive la legge di Dio nel tuo cuore’.[2]

Sul rapporto tra il dolore e lo Spirito di Dio: “il dolore consapevole diventa la parte della conoscenza e della redenzione… ci rende partecipi delle sofferenze di Cristo e in ciò conformi a lui, e così ci introduce nella libertà invisibile e nella gloria dell’uomo nuovo… passare accanto al dolore senza vederlo (Cristo) sarebbe come passare accanto a Cristo senza vederlo.”[3]

Il dolore

Ogni giovedì mi reco in due ospedali come volontario, per cercare di portare conforto a chi sta in quel luogo di sofferenza. Ringrazio Dio che mi ha concesso la grazia di aver potuto fare tale scelta perché possa dire il mio “sì” alla chiamata dello Spirito Santo; “sì” all’apertura ai fratelli dolenti; “sì” all’amore per il prossimo. A tutti gli ammalati cui ho chiesto di pregare Dio insieme, solo alcuni hanno rifiutato l’invito, ma tanti, a loro modo, hanno alzato i loro occhi al Cielo, non adirati, pazienti, con speranza. Sì, è vero, come dice Barth, nei reparti, lì dove c’è il dolore, ho trovato la serenità, la mitezza, la saggezza, la disponibilità a cercare una nuova strada che possa condurre verso la libertà e il canto, verso una beatitudine che è degli innocenti, degli animi puri. Oggi ho parlato a lungo con Leandra, giovane studentessa universitaria, alla ricerca del Giusto e del Bello, che si pone tante domande, che cerca Dio indagando sulle cause che determinano le contraddizioni sociali, nei comportamenti umani, nei ministri della chiesa cattolica; ho incontrato Teresa, malata terminale, che ha solo un filo di voce ed è impaurita e con lei ho pregato cercando di infonderle speranza. E tanti altri fratelli e sorelle ho incontrato: Roberto, Ohasia, giovane albanese, Angelo insegnante in pensione, Graziella, giovane donna, coraggiosa e forte perché col cuore pieno di fede afferma che nella tribolazione lei si affida al Signore e lo ama più di prima. Lei mi spiega che nella sofferenza la sua fede è cresciuta e quindi niente rassegnazione o fatalismo, ma filiazione, così come Giobbe (“Io so che il mio Redentore è vivente!”). ed è così intenso l’amore per Dio che si tramuta in conoscenza. Chi accetta il dolore conosce Dio. “Nella sua ignoranza già conosce Dio… Se soffriamo con lui come potremo non essere glorificati con Lui?“(8:17)

La Chiesa

 Anche Karl Barth si occupa del Grande Inquisitore di Dostoevskij, e in particolare quando affronta il tema della relazione della Chiesa con Dio. Egli mette in evidenza il concetto secondo cui chi conosce Dio e ne amministra l’altare ha un’enorme responsabilità, poiché è tentato di usare per se stesso il ruolo istituzionale che gli è riconosciuto dal popolo come ministro del sacro, come custode della casa di Dio. Il rischio è quello del tradimento, della scelta dell’interesse verso ciò che è umano rispetto alla parola di Dio. L’inquisitore conosce Dio e lo rifiuta; il suo è un servizio a satana non a Dio, poiché sceglie di custodire ciò cui aspira o desidera l’uomo non i principi di carità, di scelta libera di idealità e di valori che portano a relazioni di solidarietà, di rispetto, di prossimità. L’inquisitore vuole uccidere Gesù avendolo riconosciuto. Lui basta a se stesso e gode del suo potere assoluto, annichilente; è lui l’adorato non il servo di Dio. L’inquisitore si avvale di una religiosità formale per salvaguardare se stesso e il mondo che rappresenta, privo di libertà, di possibilità di scelta convinta. Dio risponde con la misericordia, col silenzio e con l’amore, testimoniato dal bacio. Sì, questo è Dio: non reagisce come l’uomo. Egli è il “sì” e il “no”; Egli segue la sua logica che all’uomo risulta incomprensibile. È Lui il giudice che condanna o che perdona, fuori e lontano dalla giustizia umana. “Dio stesso è tradito continuamente dalla Chiesa!” e ciascun uomo dovrebbe affermare: “anch’io sono il Grande Inquisitore, il traditore, colui che recalcitra e disubbidisce, colui che col pretesto di servire Dio e l’uomo cerca di salvare a ogni costo l’uomo da Dio.”[4]


[1] Ibidem, pag. 219

[2] Ibidem, pag. 256

[3] Ibidem, 286-287

[4] Ibidem, pag. 377


[1] Ibidem, pag. 147

[2] Ibidem, pag. 152

[3] Ibidem, pagg. 170-171

[4] Ibidem, pag. 200

[5] Ibidem, pag. 210

[6] Ibidem, pag. 394

[7] Ibidem, pag. 448


Una risposta a "Karl Barth, “L’Epistola ai Romani” – Parte finale"

  1. Riflessione forte, dolorosa e risolutiva la recensione del prof. Pelleriti sulla seconda parte del commento alla Lettera ai Romani di san Paolo scritto da K. Barth. La forza si ricava dalla focalizzazione della dialettica peccato -grazia, due grandezze incommensurabili perché incolmabile fu il baratro aperto dalla colpa che separò l’ uomo da Dio, così come per contrappeso fu infinita e sovrabbondante la misericordia di Dio riversatasi in Gesù Cristo sull’;umanità redenta. Altresì la forza della recensione si ricava dalla centralità della Legge sotto il profilo della responsabilità che comporta la colpa e le sue conseguenze; e non trascurabile, infine, è la forza dovuta all’efficacia della Crocifissione nel percorso della salvezza che si sottolinea nella recensione. Ma è anche dolorosa, dicevamo, questa recensione perché non tace la sofferenza dovuta alla scissione interiore dell’ uomo verificatisi in seguito al peccato, che lo ha diviso e separato da Dio, dalla comune fraternità umana e dal creato, inimicandolo con tutto e tutti, anzitutto con sé stesso. La funzione accusatrice della Legge aggiunge dolore al dolore, e richiama per essere placata e soddisfatta, il sacrificio cruento di sé stessi in comunione con il Cristo crocifisso, vittima innocente. È umanamente facile guardare con gioia e sicurezza alla Croce, in tali condizioni, come ha fatto, per esempio, fra gli altri, Il giudice Livatino, che nel parabrezza dell’auto portava la scritta STD per dichiararsi sub tutela Dei ed invocare nella sua vita l’autorità divina ai cui piedi pose il suo servo arbitrio fino alla morte? O è stata più giuliva e festosa la vita e la morte della mistica e fraterna Simone Weil ? Nessuno di costoro, cristiani del nostro tempo, come anche Giorgio La Pira, Aldo Moro, Biagio Conte, è rimasto a glorificarsi della propria fede in cima all’ altura del proprio Io, ma è sceso a valle umiliandosi fino a calarsi nella profondità della miseria umana e nel baratro della morte per amore, pagando anche per i propri nemici. Nessuno di loro osò dirsi certo della propria salvezza ritenendola un diritto! Ciascuno di loro con timore e tremore sperò nella misericordia di Dio e si fece costruttore di pace in un mondo troppo spesso irretito da presunti potenti della Terra che seminano odio, devastazione e morte pur parlando di pace. Recensione risolutiva, ho detto infine, perché la Grazia non è merito d’uomo, d’intelligenza o di sforzo di volontà, ma dono immeritato che fiorisce nel cuore di chi l’accoglie facendosi piccolo, cosicché vive libero pur conoscendo la propria prigionia, giusto pur conoscendo il proprio peccato, permane vivente pur conoscendo la propria morte perché Gesù, morto e risorto, è la fine della Legge e del pungiglione della morte che è il peccato. Auguro di cuore all’amico prof. Alfio Pelleriti di procedere sempre con gioia e speranza sulle orme di Cristo incontro a tutti i fratelli e le sorelle che soffrono. Anche per questo, sempre grazie, Professore.
    Salvatore Neri

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