Karl Barth, “L’Epistola ai Romani” – Seconda parte

di Alfio Pelleriti

Un amico cui accennai della necessità di accostarci a Dio e all’Evangelo, mi rispose affermando che lui credeva in un Dio percepibile in ogni elemento della Natura e, con Spinoza, proclamava convintamente “Deus sive Natura”. Niente di più lontano da quanto ci comunica San Paolo con la sua “Epistola ai Romani”, dove afferma l’infinita lontananza di Dio dall’uomo, dalle sue velleità conoscitive su di Lui, delle sue convinte e supponenti interpretazioni. Tutti tentativi per portare il “Totalmente Altro” ad ambiti umani. Queste sono, per S. Paolo, superbe trasformazioni della divinità che viene piegata ad esigenze non divine, lontane dallo Spirito del Vangelo. Lì, nel Vangelo, Gesù è inteso come il Figlio di Dio, che rivela la verità di Dio e su Dio, riferendosi però non alla mente degli uomini, non alle loro emozioni o passioni (anche), ma al loro Spirito. In tal modo si può avvertire la distanza infinita tra noi e Dio e dunque il ruolo fondamentale della fede in Lui. A Dio ci accosteremo nonostante i tanti misteri, nonostante i “no” che cogliamo tra la realtà e la nostra speranza di trasformarla. Dio è lontano da noi e perciò la nostra fede spesso barcolla; a Lui ci accosteremo con i nostri difetti e con “timore e tremore”. Dice Barth: “Esso non è una verità accanto ad altre verità, esso pone in questione tutte le verità…esso non ha bisogno di essere patrocinato e sostenuto, anzi, difende e sostiene coloro che lo ascoltano e lo annunziano…Dio è il Dio sconosciuto, egli è il ‘totalmente Altro’.”[1] E ancora: “Concepire questo mondo nella sua unità con Dio, è colpevole arroganza religiosa.” Solo il Vangelo annuncia la possibilità della conoscenza di Dio come unico salvatore e creatore: “Esso ci annunzia la trasformazione della nostra creaturalità in libertà, la remissione dei nostri peccati, la vittoria della vita sulla morte.[2]

E poi una luce per me mai vista, una verità da conservare dentro il mio Spirito: “L’Evangelo richiede fede. Soltanto per colui che crede, esso è potenza di Dio per la salvezza. È qualcosa di così nuovo, inaudito e inatteso in questo mondo che essa può presentarsi, essere percepita, accettata soltanto come contraddizione.”[3] Così l’Evangelo diventa motivo di scandalo perché la fede “è rispetto dell’incognito divino, l’amore di Dio nella coscienza della differenza qualitativa tra Dio e l’uomo, tra Dio e il mondo, l’affermazione della resurrezione come rovesciamento del mondo, il fermarsi turbati davanti a Dio.”[4]  Se non poniamo a misura della nostra vita Cristo e il Vangelo, il nostro Dio diventa un mero “flatus vocis”, o peggio, sostituiamo col nostro Ego Dio, poiché non siamo capaci di comportarci come Giobbe che sopporta il “No” che si presenta alla sua vita, così che nascondiamo la verità e ci trasformiamo nella nostra pochezza in divinità. Riguardo al giusto e agli empi, dicono Paolo e Barth, di non trarre dalla fede in Dio e dalle opere buone dell’uomo motivo di vanto, poiché egli è in debito sempre davanti a Dio, e anzi questa sua nuova realtà non gli fornisce una posizione privilegiata, anzi potrebbe entrare in un peccato superiore, poiché potrebbe ritenere d’essere entrato in confidenza con Dio. “Quello che diviene vero nell’uomo dal punto di vista di Dio e di lui solo, non può mai diventare altro che nuova invocazione a Dio, nuova esigenza di conversione, di timore e umiltà, nuovo invito ad abbandonare ogni vanto, come se non fosse mai avvenuto nulla. Dio pagherà ciascuno secondo le sue opere.”[6]

Il saggio di Barth si presenta come un ammonimento, oltre che un disvelamento su come va condotto il rapporto dell’uomo con Dio. Alla base del suo lavoro l’autore pone l’infinita distanza tra Dio e l’uomo che si traduce in tutti gli aspetti che noi vogliamo predicare di Dio. Ad esempio la rivelazione nella storia della sua opera. Tutte le rivelazioni di Dio nella storia non sono state vane, anche se l’uomo non potrà mai raggiungere un giudizio definitivo su Dio, dato il limite della sua distanza infinita da Lui. Tuttavia esse sono lì, permangono nella storia ed è importante che l’uomo le ricerchi per tentare di avvicinarsi a Dio, anche se resta intatta la sua inadeguatezza nel volerlo cogliere, perfino in chi porta con sé la rivelazione di Dio. “Dio è Dio! Eppure dalla conoscenza di questa totale opposizione dell’uomo a Dio, da essa sola, sorge la conoscenza di Dio, il nuovo culto di Dio.[7]

Tutti i paragrafi del Commentario di Barth sono importanti ma ve ne sono di molto illuminanti, ad esempio quelli che spiegano l’essenza della fede: San Paolo per farla comprendere ai Romani si rifà ad Abramo, al quale Dio annuncia che lui e Sara concepiranno dei figli da cui seguirà una numerosa stirpe. Ma lui aveva oltre cento anni e Sara ne aveva novanta, e tuttavia si affida a Dio, a Lui crede e “al di là della storia coglie un fatto non storico che egli vede e ode con occhi e orecchi aperti quello che non è e non può essere[8] Abramo dice “Sì” dove manifestamente si può cogliere solo il “No”. Questa è la fede: andare oltre la nostra logica, oltre ciò che rivela la realtà e la storia; andare oltre ogni limite. Noi dobbiamo fare i conti con la nostra fede, dice Barth, e solo in relazione ad essa rendiamo grazia e gloria a Dio. “Noi sappiamo della nostra fede solo questo che essa è sempre incredulità. Ma noi sappiamo anche che essa, come fede, come quello che noi non sappiamo, è insieme alla fede di Abramo il capovolgimento di tutte le cose, la morte della nostra morte, il non essere del nostro non essere.[9]

Sono costretto a prendere appunti su queste pagine che Barth dedica alla fede, ad un patto impossibile cioè tra uomo e Dio: siamo davanti a due grandezze che mai possono convergere, eppure si uniscono, e l’uomo rimane uomo e Dio rimane Dio. Ecco il carattere paradossale della fede, ma da tale paradosso l’uomo spera, crede, attende. La speranza e la pace dell’uomo si compiono in Dio attraverso Cristo, attraverso il Crocifisso, “alla vita mortale subentra la vita in Cristo”. Nel saggio, oltre che una illuminante analisi dell’escatologia contenuta nell’Epistola, troviamo una risposta forte al dubbio agnostico o radicalmente ateo dell’approccio razionalistico a Dio, oltre ad una valutazione del cristiano diametralmente opposta a quella di Nietzsche, che ritiene la fede in Dio del cristiano una fuga dalla realtà, una rinuncia alla lotta, così come la intraprende invece l’”Oltreuomo”, colui che ama il suo destino (amor fati), pur rendendosi conto che nessuna soluzione si può aprire all’”eterno ritorno dell’uguale” per ciascun individuo. Solo il super uomo, nella consapevolezza che “Dio è morto” trova una ragione di vita nell’accettazione eroica della morte, senza alcuna prospettiva trascendente. Ecco le parole di Barth che azzerano tale posizione atea e anticristiana: “la nostra afflizione si trasforma senza cessare di essere afflizione e di essere sentita come tale da noi. Noi soffriremo, sì, soffriremo dopo come prima; ma la nostra non sarà più l’afflizione, l’angoscia passiva, pericolosa, velenosa, dissolvente, che viene a sopraffare l’uomo che non ama il suo giudice, ma l’afflizione, l’angoscia creatrice, feconda, forte, piena di promesse, dell’uomo che sa di essere annullato da Dio, gettato al suolo e inchiodato alla parete da Dio, tenuto prigioniero da Dio…noi dubitiamo, ma in Dio. Noi naufraghiamo, ma in Dio…e la reazione di Dio toglie alla morte la sua potenza.”[10]


[1] Karl Barth, L’Epistola ai Romani, edizioni Feltrinelli, Milano 2009, pag. 11

[2] Ibidem, pag. 13

[3] Ibidem, pag. 14

[4] Ibidem, pag. 15

[5] Ibidem, pag. 17

[6] Ibidem, pag. 25

[7] Ibidem, pag. 55

[8] Ibidem, pag. 119

[9] Ibidem, pag. 124

[10] Ibidem, pag. 133


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