di Alfio pelleriti
Prima Parte

L’apostolo Paolo nell’anno 57 scrisse, in procinto di tornare in Gerusalemme proveniente da Corinto, una lettera ai cristiani di Roma, perché lo precedesse prima del suo arrivo. Egli giungerà a Roma ma come prigioniero cristiano. La questione che Paolo voleva affrontare con quella comunità era di fondamentale importanza: il cristianesimo si doveva considerare un movimento interno al giudaismo o una religione rivolta all’intera umanità? Paolo non rinunciava ai principi della Legge, della Torah, ma li voleva portare in un canale nuovo, rivoluzionario, per cui alla religione del precetto e della regola e dell’osservanza si sostituisse una visione del trascendente che passava attraverso i valori indicati da Gesù Cristo. Egli sottolineava la presenza di Dio nella storia, e indicava un nuovo Patto tra Dio e gli uomini caratterizzato da dedizione gioiosa, d’amore fraterno e di etica della grazia. Tutto questo è dentro l’Epistola ai Romani, il più rivoluzionario scritto apostolico, dove protagonista è un Dio buono e misericordioso.
Di tale innovazione si occupa il commentario di Karl Barth all’Epistola di San Paolo. Tuttavia esso è stato definito “antigiudaico” e spesso anche anti ecclesiastico, ma Barth pone problemi che saranno sviluppati fino ai nostri giorni in ambito teologico: l’antitesi tra Dio e mondo, tra tempo ed eternità, tra religione e fede. Barth interroga l’Epistola per trovare risposte al destino dell’uomo. “Teologia della crisi” viene definita l’opera di Barth sull’Epistola, o “teologia dialettica”. E mi preparo a leggere il suo commentario intanto che, con vivo interesse, leggo l’ottima introduzione di Giovanni Miegge, che cerca di fornire al lettore delle chiavi di lettura per cogliere tutta la portata filosofica e teologica dello scritto del teologo svizzero – tedesco. Miegge sottolinea intanto il problema, mai superato, della ricerca epistemologica in ambito teologico: muoversi all’interno dei canoni ufficiali della chiesa e dunque rimanere dentro i confini tracciati lungo la sua millenaria storia, fino agli ultimi esiti conciliari, oppure seguire i palpiti del cuore e dell’intelletto, affidandosi nella ricerca dell’”infinitamente Altro”, dell’Eterno che trascende ogni logica o definizione umana, che apprezza la vicinanza del cuore come percorso unico per l’incontro con il Signore? Questo eterno problema affronterà Barth con il suo commentario: quello di cogliere nella drammaticità della vita l’orma della divinità; riuscire a sentire nel dolore dell’uomo e nelle sue cadute la vicinanza a Cristo; sperimentare nella carità cristiana l’amore di Dio Padre e tendere all’imitazione di Gesù come l’unica via che porta alla Salvezza. E ancora si trova nel saggio la questione della liceità o meno di andare oltre i dettami dell’istituzione ecclesiale per vivere il personale senso religioso e la propria fede in Dio Padre e in Dio Figlio.
Nel suo commentario Barth tende la mano a Kierkegaard, a Jaspers e all’esistenzialismo, a Federico Blumhardt.
Una riflessione di Miegge che trovo fondamentale per capire la “teologia della crisi” di Barth è la constatazione che essa è una teologia per “forti”, per coloro, cioè, che si pongono in atteggiamento di ubbidienza a Dio, fino a rinunciare alla libertà per servirLo, convinti di fare spazio alla carità e alla volontà di Gesù di non scandalizzare i “piccoli”. Lo sfondo trascendentale sul quale opera l’uomo che cerca la salvezza, il suo fine soteriologico è, dunque, l’imitazione di Gesù Cristo e solo quando ci si pone in tale dimensione si avverte in sé la Grazia di Dio.

Altro importante concetto da scoprire e approfondire nell’Epistola è quello del “confinamento della Grazia di Dio” all’uomo, con la sua presenza come Spirito, vissuto dall’uomo come un patto con Dio, in una vita volta alla carità e quindi all’accoglienza e all’amore del prossimo. Non siamo soli dopo essere stati “gettati nel mondo” con la nascita: il ”dasein” non è negatività in Barth, come lo era in Heidegger, ma un essere con Dio; significa essere socio di Dio ad imitazione di Cristo, che è “la strada”, il modello, che Dio ha mandato nella storia perché l’uomo possa salvarsi.
Dopo aver completato le “Confessioni” di Sant’Agostino, è proprio una giusta lettura quella del saggio di Barth, poiché le due opere si presentano come esperienze speciali per il cammino di fede che ho intrapreso da anni. Queste riflessioni non soddisfano semplicemente la mia curiosità di lettore, ma costituiscono testimonianze per illuminare il mio cammino, per poter dare risposte ai miei tanti dubbi e alle mie paure, per cercare, con tutti i miei limiti, di rendermi testimone dell’Evangelo.
Paolo, dice Barth, non si occupa semplicemente di un personaggio storico, non parla solo ai suoi contemporanei, ma si occupa di Dio Padre e del Figlio di Dio, Gesù Cristo, punto di svolta per la salvezza dell’uomo. Dunque Paolo parla all’uomo oltre la storia, poiché Gesù Cristo è sempre nella storia. Importante, a tal proposito, il passaggio sul compito che ciascun cristiano dovrebbe assumersi nel vivere la sua fede in Cristo: “Non appena Dio conosce l’uomo da lontano ed è conosciuto dall’uomo nella sua inscrutabile altezza, l’uomo viene a trovarsi inevitabilmente, verso i suoi compagni in comunità, nei rapporti di un messaggero. Sono costretto. Guai a me se non annunciassi la buona novella.”[1] Quell’uomo, conoscendo Cristo, è diventato debitore di una fedeltà corrispondente. Allora la vita del cristiano diventa missione, ubbidienza ad essa e fuori di essa non vi è missione.

Barth sottolinea spesso come Dio sia “Infinitamente Altro” e quanta distanza vi sia tra Dio e l’uomo di fede, che non è come tale “felice”, “positivo”, ma “negativo”, cosciente cioè che ciò che illumina è lo Spirito, mentre le sue piccole capacità, le sue tante contraddizioni, lo pongono sempre in una situazione di fame, di carenza, di ricerca, di tentativi ed errori. In tale situazione il cristiano è solo, e poco conta il mettersi insieme ad altri che vivono similari esperienze, anzi tale contesto potrebbe diventare fuorviante. Quando avverto tale smarrimento cerco conforto e risposte nella Parola di Dio, come ad esempio una mattina, al risveglio da un sonno agitato, ho aperto la Bibbia in Sapienza 4,20: “Si presenteranno al rendimento dei loro peccati; le loro iniquità si alzeranno contro di loro per accusarli. Allora il giusto starà con grande fiducia di fronte a quanti lo hanno oppresso e a quanti hanno disprezzato le sue sofferenze. Costoro vedendolo saranno presi da grande spavento…e già Parola che accarezza il cuore e che porta in me la pace e mi convince ancora di più che il Signore è sempre vicino, accanto a me per sostenermi.” Poi apro in Luca 4,31: Gesù insegna a Cafarnao a guarire un indemoniato. Anche nel Vangelo si ripropone lo stesso tema e si avalla e conferma la precedente risposta: l’esempio di Gesù e la sua Parola sono l’unica risposta che combatte i demoni e ti guarisce e che ti porta a nuova vita. Niente timore allora, mi dice Gesù, “alzati, abbi fede, guarda ai piccoli e lascia stare i superbi.” I primi nella loro semplicità, vedono in te lo Spirito, i superbi ti odiano per la tua ostinata ricerca della Verità. “Bisogna che io annunci il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato. E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.” Gesù non ha tempo da perdere, non raccoglie applausi, annuncia a tutti la lieta novella, annuncia il Dio di Amore e di misericordia; Egli è l’esempio di una instancabile carità e noi, cristiani come Lui, non abbiamo tempo da perdere: dobbiamo annunciare il Dio d’Amore, la mansuetudine, la fratellanza, la solidarietà e l’amore. Io non ho tempo da perdere e devo muovermi e annunciare Gesù che mi ama e ama tutti coloro che alzano lo sguardo al Cielo, dimenticando finalmente il proprio Ego e le loro piccole e insignificanti abitudini.
[1] Karl Barth, L’Epistola ai Romani, edizioni Feltrinelli, Milano 2009, pag. 7
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Mi piace. Ottima riflessione ad inizio di giornata. Grazie Alfio.
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