di Alfio Pelleriti

Il saggio di Recalcati presenta il contributo notevole di Jaques Lacan sull’approccio psicoanalitico ad alcuni temi inerenti il trattamento di sintomi nevrotici e psicotici in soggetti che presentano un rapporto patologico con la realtà. Inoltre l’autore analizza le peculiarità teoretiche dello psicoanalista francese rispetto al fondatore della psicoanalisi, in particolare sulle modalità di gestione del paziente che decide di entrare in analisi e sulla gestione del transfert e del controtransfert che scattano di norma tra analista e paziente.
Continui dunque, in tutti i capitoli del saggio, sono i riferimenti ai ventitré libri dei Seminari che costituiscono il rilevante apporto di Jaques Lacan alla rifondazione teoretica della psicoanalisi. Del saggio di Recalcati distinguerei nettamente la prima parte dalla seconda, lì dove ho trovato interessante il riferimento al “controtransfert”, cioè l’irruzione di elementi egotici dell’analista nell’incontro con il paziente. Tali elementi disturbatori vanno riportati al desiderio dello psicoanalista di dominare l’analisi, sperando egli di rimanere sempre un elemento di riferimento importante per il paziente; o peggio, il controtransfert potrebbe essere determinato da elementi irrisolti e non simbolizzati della storia personale che irrompono sulla scena dell’analisi in corso, ostacolandola o mettendola in crisi. L’analista, ricorda Recalcati, dovrebbe invece agire da guida, con l’indispensabile autorevolezza e perfino da educatore per il paziente, permettendogli di gestire la sua parte affettiva – emozionale e il superamento delle sue problematiche esistenziali.
Nel saggio l’autore mette in evidenza il ruolo del registro linguistico con il quale l’individuo si approccia al reale: quello immaginario, tipico della dimensione delle pulsioni, soprattutto inconsce e spesso ingovernabili, e quello simbolico, adottato da chi, prima con la rimozione e poi con la sublimazione, riesce a governare le forze pulsionali e i conflitti che si affrontano nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza. La riflessione poi passa su casi in cui il soggetto si lascia sopraffare da emozioni e pulsioni e adotta un comportamento melanconico e passivo, mostrando anaffettività e vuoto esistenziale e una tendenza all’auto nullificazione. In tutti i piani considerati protagonista è il linguaggio, definito da Lacan “Grande Altro” che diventa rivelatore dell’appartenenza del paziente alle suddette tipologie patologiche. Lacan, a tal proposito afferma che, quando la realtà è vissuta dal soggetto attraverso pulsioni autodistruttive, essa diventa inassimilabile dal linguaggio e dai suoi significati, tuttavia si tratta di una esclusione interna poiché “il reale come escluso dal linguaggio può essere esperito solo da un soggetto del linguaggio.”[1] La pulsione di morte scardina nel soggetto il principio di piacere e si afferma la coazione a ripetere fissando l’energia sulla ripetizione dello stesso piacere. Si afferma, dunque, che ciò che chiamiamo “normalità” è solo una forma di adattamento e imbrigliamento della realtà, che altrimenti sarebbe ingovernabile, insensata, affidata a pulsioni narcisistiche o aggressive, o di anaffettività vuota, passiva, inane. Dice Recalcati: “Se il reale è luogo di un eccesso informe e terrificante, se è la rivelazione pura della dimensione insensata dell’esistenza, allora l’istituzione del soggetto non può che avvenire come uno spazio di difesa nei confronti di questo reale.”[2]

Importante è anche la riflessione sulla figura del padre o “la legge del padre”, che impedisce che il piacere ricada su oggetti familiari, facendo cadere l’interdetto simbolico dell’incesto e imponendo la via della sublimazione. In “Totem e tabù”, nota Recalcati, Freud introduce una figura del padre diversa da quella edipica. È il padre dell’orda, del godimento anarchico, è il “padre reale”. Quindi esiste un “padre reale”, quello di Totem e tabù, in opposizione al “padre simbolico”, quello de “L’interpretazione dei sogni”. È in tale gioco che si definiscono le due alternative: lo strapotere dell’Es, tipico delle psicosi e la rimozione dell’istanza inconscia dell’Es, tipica delle nevrosi.
Ogni anelito di libertà individuale deve fare i conti con fattori interni, rimandabili ad eventi storici ed elementi esterni del Reale, di cui fanno parte integrante gli altri individui (“l’inferno sono gli altri”, di sartriana memoria). Mentre i nevrotici si avvalgono degli strumenti simbolici per vivere il reale, accettando un compromesso, gli psicotici non trovano alcun giovamento dall’uso del linguaggio o da elementi simbolici e sono travolti dal reale (la Cosa), che, privato di elaborazione, cioè senza l’elemento simbolico ma così com’è, nella sua terribile grandezza, con l’enormità della sua forza, annienta e reifica. L’uso del linguaggio, afferma Lacan, permette l’esperienza della non-Cosa e la “rielaborazione del lutto”, che significa il passaggio dal dolore alla sublimazione. La Cosa invece è irrappresentabile, non può essere rielaborata dal significante, resta indefinibile poiché è antagonista al simbolico.
È importante, dunque, nella presentazione delle posizioni lacaniane, il ruolo che riveste il linguaggio. Esso viene considerato ancora più importante della stessa realtà, poiché il soggetto ha un rapporto col reale proprio grazie al linguaggio. Ed è quest’ultimo dunque che ne determina la qualità del rapporto: di accettazione, di respingimento, di conflittualità. Viene da pensare in questo caso alla fenomenologia di Husserl, dove si approfondisce il rapporto tra soggetto e realtà e anche lì è il linguaggio e la necessità del soggetto a rendere viva la realtà non viceversa, quando si afferma cioè un intervento consapevole del soggetto sulla realtà che altrimenti rimarrebbe muta, inservibile, morta: “Il reale lacaniano sorge sempre come un effetto provocato dal simbolico.”[3]

Poi, giunto a metà del libro, comincio ad avvertire un moto di vera e propria repulsione per una prosa che si contorce sempre più su se stessa e ripete i concetti coattivamente e in una struttura linguistica che va oltre l’accademismo, sfiorando l’esoterismo o una comunicazione per eletti, componenti d’una ristretta comunità di geniali interpreti della realtà, e avverto la prosa di Recalcati particolarmente oscura e dal tono esageratamente apodittico. È una impostazione linguistica quella adottata nella seconda parte del saggio che mi riporta indietro nel tempo, a quegli anni Settanta del ‘900 e alla rivista “Spirali” e ad Armando Verdiglione, suo direttore, definito da Cesare Musatti, un “cialtrone”. La peculiarità di quella comunicazione linguistica era l’incomprensibilità e l’inafferrabilità perfino del tema affrontato.
Per esempio sui tre concetti sui quali sono spesi i capitoli finali, la Cosa, l’Altro, l’Uno, così si esprime Recalcati: “Il desiderio genera un vortice metonimico che rende ogni oggetto indifferente poiché la fuga infinita del desiderio rivela che ogni oggetto è insufficiente a garantire l’appagamento definitivo stesso… si tratta di un desiderio che si emancipa dalla dimensione afflittiva della mancanza, di un desiderio che dobbiamo situare al di là del mero differimento metonimico della mancanza a essere.” [4]

Da questo punto in avanti ammetto la mia incapacità a comprendere un testo completamente autoreferenziale. Ultima citazione: “è solo il bagno della separtizione che rende possibile il transfert primario dell’oggetto nel campo dell’Altro. Laddove questo taglio non si effettua, il transfert è reso impossibile e il soggetto si trova sommerso da un godimento non ritagliato dal significante, non separato, non limitato dal simbolico.”[5] Altro che Verdiglione! Continuare la lettura equivale sempre più ad un inoltrarsi in un labirinto linguistico, impossibile da decrittare.
[1] Massimo Recalcati Jaques Lacan, Edizione Feltrinelli, Milano 2023, pag. 53
[2] Ibidem, pag. 71
[3] Ibidem, pag. 77
[4] Ibidem, pagg. 106-107
[5] Ibidem, pag. 118