“Terra matta” di Vincenzo Rabito al teatro “Verga” di Catania

di Alfio Pelleriti

So che ai miei lettori può non fregare nulla, ma questi miei appunti su “Terra matta” il romanzo di Vincenzo Rabito, proposto in riduzione teatrale, voglio aprirli tenendo a modello l’incipit di Alberto Moravia della sua recensione al film di Martin Scorsese “Quei bravi ragazzi”: “Questa sì è mafia!” esordì lo scrittore, e anch’io, convintamente, esclamo: “Questo sì è teatro!” Ho partecipato infatti ad una riconciliazione con questa antica, magnifica arte che da sempre accompagna la vita dell’uomo, da quando, per lo meno, ha deciso di vivere in comunità, e che ha vissuto la sua età d’oro in età classica, dal V secolo a. C. in poi.

Vincenzo Pirrotta

Lo spettacolo è riuscito a tenere tutto il pubblico in costante attenzione, poiché nulla si voleva perdere della straordinaria performance di Vincenzo Pirrotta, che ha anche curato l’adattamento teatrale, le scene  e la regia, riuscendo con mirabile, straordinaria capacità a calarsi nei panni del contadino di Chiaromonte Gulfi, e a presentarlo sul palcoscenico così come Rabito s’era presentato nel libro, con un linguaggio quasi impossibile da decrittare per i non siciliani o per i giovani siciliani che usano poco il dialetto. Non una parola nel libro risulta scritta correttamente e anche la costruzione sintattica è approssimativa, eppure Pirrotta ha usato quella lingua, un ibrido risultante dall’unione di dialetto, gergo locale e un italiano orecchiato sul fronte della prima guerra mondiale.

Un fiume in piena il racconto di Rabito/Pirrotta delle vicende della sua vita, simile a tante vite di quei ragazzi del ’99 chiamati dallo Stato italiano ad affrontare una prova di coraggio partecipando ad una guerra particolarmente cruenta, andando incontro al nemico con in mano un fucile, correndo in un terreno impervio, sul massiccio del Grappa, sull’Isonzo, sul Monte Santo, nella sacca di Caporetto, sul Piave, su quei fronti ove in tanti lasciarono la loro giovane vita o rimasero segnati nel corpo, come il fratello maggiore di Rabito, cui venne amputata una gamba. Molti altri vennero segnati dentro, nella mente e nell’animo, avendo vissuto sulla loro carne e ad occhi aperti un incubo terrificante che avrebbe causato loro dei traumi indelebili.

Il pubblico ha seguito in una comunione emozionale la vita di quest’uomo semplice che riuscì a sopravvivere ai marosi della storia conservando la sua dignità, pur piegato dalle angherie dei potenti e dei loro manutengoli, i quali cambiavano la divisa all’occorrenza rimanendo sempre nella stanza dei bottoni. Rabito attraversò così gli anni del fascismo e andò in Africa orientale, prima come combattente, arruolato “a sua insaputa”, poi come operaio; fu coinvolto nella prima fase della seconda guerra mondiale; emigrò in Germania e, rientrato poi in Sicilia, fu assunto come dipendente dell’Anas.

I momenti più importanti della biografia di Rabito sono stati sottolineati sull’impiantito del palcoscenico da canti e da una scenografia cui partecipavano anche i componenti del trio musicale che ha accompagnato magistralmente l’azione scenica.

Un applauso forte, sentito, prolungato ha suggellato alla fine dello spettacolo il pieno e meritato successo della compagnia del Teatro Biondo di Palermo, e suppongo che la mia emozione sia stata la stessa provata da tutto il pubblico presente in sala che ha tributato con applausi, con sorrisi, con lacrime irrefrenabili la bravura di tutti gli attori.

Così come succede nel buio della sala cinematografica durante la proiezione di un film capolavoro, sono tante le associazioni libere stimolate dalla vicenda proiettata sullo schermo, così come già mi è accaduto con la lettura del libro, ho ripensato a mio nonno, in divisa sul fronte carsico e ai tanti ex combattenti mutilati che si incontravano negli anni cinquanta nel mio paese; ho ripensato a mio padre, anche lui emigrato in Germania nei primi anni Sessanta; ho ripensato al lavoro duro nelle campagne di tanti contadini, giù nella valle del Simeto.


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