di Alfio Pelleriti

Una commedia di Gogol, “L’ispettore generale”, presentata al teatro stabile di Catania, fin dalle prime battute ha assunto il sapore aspro della farsa, l’odore terroso delle scenette claunesche presentate nei tendoni dei circhi da attori di strada. La pièce avrebbe voluto essere una satira sul potere e sulla corruzione dei funzionari statali, presentata con i tempi recitativi, le movenze, le caratteristiche dell’avanspettacolo. Il risultato è stato davvero penoso e il pensiero fisso del pubblico credo sia stato quello di portare pazienza per quei novanta minuti programmati per lo spettacolo presentatosi fin dall’inizio duro da digerire.
Niente da rimproverare agli attori, né al povero Rocco Papaleo nel ruolo del podestà di una sperduta cittadina della steppa russa, nei primi decenni dell’Ottocento (il lavoro fu pubblicato nel 1836, da un’idea di Puskin). Tutti in città si convincono che un anonimo, squattrinato impiegatuccio, capitato lì per caso, sia un ispettore generale inviato in missione per far luce sui numerosi casi di corruzione, ruberie, pressapochismo dei funzionari statali dediti ad approfittare del loro ruolo per lucrare con tangenti a spese della popolazione e dello Stato. In realtà, quello che per tutti era un ispettore generale, era semplicemente un borghesuccio che si tratteneva in città spinto dal demone del gioco, una vera e propria dipendenza patologica, a causa della quale aveva speso ormai tutti i suoi risparmi. Su tale equivoco si costruisce l’azione scenica che mette in evidenza gli aspetti meschini di chi esercita il potere cadendo nella trappola (non voluta) del falso funzionario Alestokov, al quale non sembra vero che tutti facciano a gara nell’elargirgli cospicue somme di denaro, e il podestà perfino la figlia è disposto ad offrirgli in moglie, sperando così di avere ben più alti introiti grazie alle conoscenze altolocate che gli avrebbe potuto procurare il futuro genero.

A causa di tale equivoco, innescatosi dalla paura che la radicata corruttela venisse scoperta, i borghesi locali, per una volta, verranno gabbati, e le situazioni innescate da tali comportamenti avrebbero dovuto far scaturire un’irrefrenabile comicità, visto che per quasi due ore tutto si è svolto all’insegna dei falsi intendimenti, dei doppi sensi, degli equivoci e del disvelamento delle bassezze morali dei personaggi. In realtà, il regista (Leo Muscato) si è limitato a presentare il testo come se non fossero trascorsi due secoli dalla sua composizione, senza peritarsi di contestualizzarlo al sentire del nostro presente storico, immaginando che il pubblico avrebbe reagito così come probabilmente sarà accaduto nel 1836. Ebbene, n’è passata di acqua sotto i ponti e la nostra sensibilità in tema di corruzione pubblica non fa scattare il sorriso ma l’indignazione, anche perché, come ampiamente hanno scoperto i magistrati, dietro gli atti corruttivi c’è l’arroganza del potere e la violenza di organizzazioni mafiose. I potenti, con la loro immoralità e con la loro violenza, non ci muovono al sorriso ma ci inducono alla riprovazione etica e civile, constatandone la loro sfrontatezza e l’insopportabile iattanza. Le ingiustizie cui si sono dati corrotti e corruttori, funzionari dello Stato, politici, imprenditori e capitani d’industria, hanno causato così tanti guasti al nostro martoriato paese, di cui ancora ne portiamo memoria, che è alquanto difficile cedere alla risata o al godimento rilassato, poiché a causa di tali eventi sono morti assassinati magistrati, politici, poliziotti e carabinieri, giornalisti, funzionari onesti delle istituzioni. No, non è materia questa che possa prestarsi alla farsa e allo sghignazzo.

Non solo io, ma la maggior parte del pubblico presente manifestava insofferenza e non rideva affatto; alcuni hanno perfino dimenticato di trovarsi all’interno di un teatro e hanno fatto squillare il cellulare o hanno controllato i messaggi su whatsapp. Degli studenti accompagnati dai loro insegnanti applaudivano a scena aperta fingendo di aver colto la fine dello spettacolo con successivo richiamo del docente accompagnatore. Insomma uno spettacolo nello spettacolo che mi sta convincendo del fatto che stiamo attraversando tempi duri anche nella produzione artistica e che non riavremo più i Gabriele Lavia, i Turi Ferro, gli Strehler, i De Filippo.