Donatella Di Pietrantonio, “L’arminuta” ovvero dell’amore che dà senso alla vita

di Alfio Pelleriti

Ho cominciato la lettura di questo libro non convinto, distratto, quasi demotivato poiché, lo confesso, lo comprai perché dopo essermi aggirato per i corridoi della libreria, ritornavo a prendere il romanzo della Pietrantonio attirato dalla copertina che riportava il volto in primo piano di una ragazza dallo sguardo deciso, interrogativo, colmo di una sapienza atavica: occhi neri, scrutatori, di donna impavida; capelli neri corvini, come i puntini che le ornano zigomi e naso. Mi attirava quel volto di giovane popolana che mi disarmava, che riusciva ad entrarmi dentro, fin nel profondo. Lo comprai e lo collocai nella libreria alla base di una pila di libri che aspettavano pazienti il loro turno per essere letti, ma quando arrivava il suo, c’era sempre qualche altro che meritava d’essere aperto. Qualche giorno fa l’ho preso, ho guardato ancora quegli occhi penetranti e ne ho cominciato la lettura. Subito ho superato i pregiudizi iniziali e ne ho potuto apprezzare la prosa, la costruzione narrativa, le dinamiche interne con i suoi rimandi sociali e psicologici.

La struttura è quella del romanzo autobiografico e l’autrice è l’Io narrante. È la storia dell’arminuta (ritornata) che si svolge in terra d’Abruzzo, in un paesino non ben definito. È una storia semplice e bella, come un dipinto naif; è un inno all’amore eseguito in un contesto dove sembra che nessuno sia capace d’amare: in una famiglia costretta dalla miseria a badare al sodo, senza sprecare parole, dove si preferisce agire: i genitori schiaffeggiano i figli richiamandoli pesantemente; i figli si chiudono a riccio e adottano maniere spicce nei modi, con le parole. Accanto a tale contesto ve n’è un altro, quello di una famiglia borghese dove vigono modi garbati ma dove c’è tanta violenza psicologica e tanta incomprensione.

L’arminuta ritorna alla sua famiglia naturale all’età di dodici anni perché la madre che l’ha adottata sta male e non può più accudirla e neanche il padre carabiniere potrà tenerla perché ha lasciato la città. La ragazza dunque passa da una vita comoda, in un ambiente accogliente e borghese, ad una famiglia povera, dove ogni giorno si cerca di sopravvivere alla miseria. Dovrebbe essere contenta di trovarsi presso la sua famiglia naturale; quelli sono i suoi veri genitori che la trattano però senza le attenzioni e le cure cui era abituata. Non ha un letto suo ma lo divide con la sorella Adriana e in altri due letti dormono i fratelli: Vincenzo, il più grande e Sergio, il piccolo, molto aggressivo. In tale difficile contesto di povertà nasce un sentimento fraterno tra Adriana e la protagonista, un amore tra sorelle intenso, appassionato, forte, splendido, in cui la parte dell’eroina spetta alla meno istruita e dai modi schietti, Adriana. L’arminuta nutre sempre la speranza di tornare dalla madre adottiva, Adalgisa, poiché ha scoperto che non era affatto morta ma era soltanto incinta, e scopre inoltre che suo padre adottivo non era andato via perché trasferito in un’altra caserma ma si era allontanato dopo aver lasciato la moglie che aveva una relazione con un altro uomo che diventerà il suo nuovo compagno. È una cocente delusione per lei, poiché quella che l’aveva accudita con affetto come una madre naturale l’aveva rifiutata avendo saputo di aspettare un bambino. Per lei dunque non c’era più posto. Pur se continua a ricevere aiuti economici da Adalgisa, si convince che avere soldi non significa avere serenità e gioia. La gioia vera è stata Adriana a dargliela e, pur con i loro modi sbrigativi, anche la madre e il padre naturali che riscopriranno l’amore per quella loro figlia tornata nella loro casa, e sebbene a modo loro, anche quei due scapestrati fratelli le vogliono un gran bene. Vincenzo soprattutto, che risponde all’ingiustizia d’essere stato condannato alla povertà, a non avere un’istruzione e un dignitoso avvenire cercando di fare soldi facili con i suoi amici giostrai; e Adriana, ragazza coraggiosa che affronta la vita con dignità, felice di avere ritrovato una sorella e un’amica che ama senza limiti.

“L’arminuta” è un romanzo che commuove, che si legge tutto d’un fiato, che parla direttamente al cuore consentendo facilmente di entrare in sintonia con la vicenda della protagonista. Il romanzo apre sul mondo degli ultimi, dando alle parole connotazioni che rimandano ai valori universali della giustizia e della solidarietà.


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