di Alfio Pelleriti

Da anni non assistevo ad uno spettacolo teatrale così coinvolgente e appassionante. “A torto o a ragione” di Ronald Harwood è il titolo della pièce rappresentata al Verga di Catania, per la regia di Filippo Anfuso. Il tema è di grande attualità e si presenta in ogni epoca come problema sul quale è difficile esprimere una parola definitiva: il rapporto tra arte e potere. Dall’età classica ad oggi, da tre millenni, è sempre stato l’argomento sul quale gli intellettuali si sono misurati. In fondo esso si colloca all’interno del tema più generale, quello della possibilità di far convivere le esigenze delle libertà individuali con quelle del potere politico, che spesso vorrebbe agire senza vincoli o controlli, senza alcuna critica proveniente da voci dissidenti. Si tratta cioè di calarsi nella situazione di un paese gestito da un potere autoritario e chiedersi se sia possibile la libertà d’espressione degli artisti all’interno di un potere dispotico quale quello nazista o che non venga invece conculcata tale necessità. Il soggetto della rappresentazione teatrale verte, in particolare, sul caso del grande direttore d’orchestra tedesco Wilhelm Furtwangler, amico di Von Karajan e di Toscanini, in auge in Germania e in Austria negli anni Trenta del ‘900, durante la dittatura hitleriana. All’indomani della sconfitta tedesca, nel 1946, durante l’occupazione alleata della Germania occidentale, un maggiore dell’esercito americano ha il compito di individuare tutti i possibili collaboratori del nazismo per portarli a giudizio di fronte alla corte marziale.
Il direttore era stato un personaggio presente nelle grandi occasioni e apprezzato molto da Hitler. Tale vicinanza per il maggiore americano deponeva a favore della messa in stato d’accusa. Il direttore si difende affermando che nessun artista può rinunciare alla propria arte e al bisogno di esprimerla, poiché la musica, per lui come per tutti i musicisti, pretende il suo spazio e dunque era stato giusto aver dato libero sfogo a tale “necessità”, a prescindere dal governo esistente in quegli anni, democratico o tirannico che fosse, o sanguinario come quello nazista. Entrambi i personaggi sono convinti di essere nel giusto, opponendo, l’americano, la forza del vincitore per sostenere la propria tesi; l’universalità dell’arte e l’impossibilità di opporre un rifiuto al dittatore, la tesi del musicista.

I due attori hanno reso tale problematica con la forza e la tensione tipiche delle grandi tragedie classiche e, come in quelle, è scattata un’intensa partecipazione emotiva del pubblico presente. Il silenzio in sala è stato assoluto durante le due ore di spettacolo, e ciò ha permesso di apprezzare la perfetta recitazione dei due attori protagonisti che hanno dato davvero il massimo dell’impegno: perfetti nei tempi, nei movimenti, nell’intensità dei dialoghi, tanto da annullare i limiti spazio temporali, assottigliando, fin quasi a farla scomparire, la dimensione della finzione, inducendomi ad una commozione forte fino al pianto irrefrenabile. Ho avvertito la drammaticità del periodo storico, quando quel dittatore spietato, determinato alla sottomissione dei popoli da lui considerati “inferiori”, e votato alla eliminazione del popolo ebraico, incise profondamente nel cuore, nella psiche, nei comportamenti del popolo tedesco e di quelli sottomessi. Nessuna barriera s’è frapposta tra me e l’azione che si svolgeva sull’impiantito della scena e il dolore del direttore l’ho avvertito, tanto, profondamente, e gli sono stato vicino versando lacrime di solidarietà per quell’uomo che aveva perduto il senso profondo della sua passione per la musica, avendola inserita in un contesto di morte; quelle armonie di note, calate nei teatri popolati da divise effigiate da teschi e da svastiche, credo svaporassero in cerca di altre atmosfere; fuggivano da quegli uomini diventati strumenti di morte, privi di senso etico e di coscienze morali. No, nonostante le lacrime, non ce l’ho fatta ad assolvere Furtwangler. E sono stato vicino anche al maggiore, che nonostante la sua caparbietà e inflessibilità nel condurre l’interrogatorio, avvertiva il grave peso che gli imponeva il dovere di fare giustizia in nome di tutti i bambini, delle donne e degli uomini che erano passati, innocenti, attraverso i forni crematori di Auschwitz o di Mauthausen, o dei milioni di vittime causate da quella insensata guerra.
Egli riconosceva le qualità del direttore, sapeva che un musicista, come un pittore o come il poeta, vive della sua arte e morirebbe senza di essa, ma seppur soffrendo fino alla disperazione, deve condannarlo.
Questo esito tuttavia non è quello che propone il regista, il quale opta per la “non risposta” all’interrogativo su Furtwangler, criminale o artista; così come non risponde all’altra domanda: “Ha valore un’arte al servizio del potere?”, facendo chiudere la scena sui due attori abbarbicati alle loro ragioni, seppur disperati. Il regista ha scelto di lasciare al pubblico tale interrogativo perché ognuno si assumesse attivamente l’onere di decidere, di scegliere. Da spettatore ho avvertito tale responsabilità e il bisogno di dare la mia risposta, condannando Furtwangler, poiché l’arte che si esprime in un contesto di violenza istituzionale non è più arte, ma un orpello del potere.